Athletic Boxe Club

Athletic Boxe Club Palestra di pugilato.
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07/06/2023

È stato varato il progetto nazionale «Boxando s’impara» della Federpugilato, accreditato dal Ministero dell'Istruzione per gli istituti secondari e i penitenziari

06/02/2023

“Una sera ero a una festa. In quel momento sembrava che avessi tutto: ero giovane, ero imbattuto, avevo tantissimi soldi e mi ero appena trasferito in una grande villa. Le persone alla festa ridevano e si divertivano.

A me, però, mancava qualcosa. Mancava mia madre, mi sentivo solo. Ricordo di essermi chiesto: “Perché mia madre non è qui? Perché tutte queste persone sono intorno a me? Non voglio queste persone intorno a me”. Guardai fuori dalla finestra e cominciai a piangere”

Il 4 febbraio 1973 nasceva nell’estrema periferia losangelina, da poverissimi immigrati messicani, Óscar De La Hoya: il 'Golden Boy' capace di vincere sei titoli in sei differenti categorie di peso.

Festeggiamo i suoi 50 anni con un ricordo legato alla madre, morta di cancro quando De La Hoya aveva appena 17 anni, e con questo meraviglioso scatto di Walter Iooss Jr., risalente al 1995.

Un’istantanea in grado di mettere a n**o tutta la fragilità di un mostro sacro della nobile arte.

"La boxe è dentro di me fin dai miei primi ricordi. Mi è sempre venuta naturale. Da quando ho iniziato, all'età di sei anni, sul ring non ho mai smesso di divertirmi"

17/01/2023

"Avanti indietro, destra a sinistra...muoviti ragazzo! Muoviti! Devi muoverti lì sopra se vuoi farcela!"

Me lo ripeteva sempre Angelo, non smetteva mai di dirlo, si può dire che fosse il suo mantra, ben prima che con quel matto di Boundini ne ricavassi quei piccoli versi che oggi sanno persino quelli che fanno snowboard. "Mi manda Shorty" diceva quello stregone che diceva di essere mezzo ebreo e mezzo nero e mezzo non si sa cosa. Sapevano cosa poteva fare, sapevano che volevo essere un Sugar Ray Robinson dei massimi, volevo danzare, usare il jab, colpire, sparire, essere un fantasma, fare qualcosa di nuovo, di diverso. Avevo cominciato con la boxe da ragazzino, perché mi avevano rubato la bici e disperato mentre mi aggiravo per il quartiere con il mio amico Jimmy Ellis ero entrato per caso in quel posto e vi avevo visto qualcosa, che non sapevo definire con esattezza, ma che mi attraeva.

Era cominciato tutto così, perché non sapevo che fare, perché i bulli a scuola si fregavano i soldi miei e di Jimmy e a me non stava più bene, perché per radio sentivo di Joe louis (the brown bomber) e di Floyd Patterson e capivo che un nero su un ring se era bravo non era più nero. Oggi mi date tutti del chiacchierone, ci credereste se vi dicessi che ero timido? Che a Roma durante i giochi non parlavo con nessuno? Neppure con Wilma Rudolph, la gazzella, per cui mi ero preso una cotta e con le altre ragazze. Le guardavo e stavo zitto. Tutto cambiò quando tornai con quell'oro al collo e mi accorsi che dovevo comunque sedere in fondo, entrare dal retro di certi locali o non entrarci affatto, quando vidi che per tutti, pure per i miei primi padroni nella mia Louisville, ero lo stesso uno schiavo. Tuttalpiù un nero che poteva fargli fare i soldi. Quando conobbi l'Islam capii che sarei stato altro, che non potevo più essere Cassius Clay, figlio di un pittore che disegnava Gesù Cristi bianchi, che dovevo smettere di vergognarmi di essere nero, quel qualcosa che ci avevano inculcato per secoli in testa.

Avevo letto William Shakespeare, uno dei pochi bianchi che vedesse le cose per come stavano, e mi ricordo del suo Tito Andronico, del suo Aaron di cosa era il nero per lui: “Il nero carbone è meglio degli altri colori/perché sdegna di contenere un altro colore/e tutta l’acqua dell’oceano/non potrà mai far bianche le nere zampe del cigno/anche se le lava di continuo nei suoi flutti”. Il nero era bello, il nero valeva, io non ero più Cassius, quel nome che manco sapevano che era romano lì ne Kentucky, Elijah Muhammad me ne detto un altro, fece di me un uomo libero. E libero sono rimasto, fino all'ultimo dei miei giorni, anche quando pensavano di avermi messo in gabbia, di avermi reso loro schiavo togliendomi le mie cinture, perché non volevo andare a farmi ammazzare come un bravo negro da dei poveri contadini distanti 3000 miglia che non mi avevano mai fatto niente.

Il reverendo Martin Luther King, Jr. veniva ucciso, Malcolm X il mio amico, il mio primo maestro di fede, veniva ucciso, i fratelli venivano uccisi, i bianchi con una coscienza venivano uccisi o arrestati. Non avrei dovuto abbandonarlo, mi sono sempre sentito colpevole di questo. “Non mollare. Soffri ora e vivi il resto della tua vita come un Campione” ho sempre detto. Pensavate parlassi solo di boxe? Si certo anche di quella, che poi quando stava per finire mi son reso conto che per me contasse davvero più di quanto immaginassi. E si che ne avevo prese di botte. Le avevo prese da un sacco di fratelli che spesso erano nati più neri di me, più poveri di me, con meno libertà di me. Ci sono voluti anni per capirlo, per capire che non tutto ruotava intorno a me stesso, che non ero Dio e non potevo parlare in sua vece. Fu lui a ricordarmelo. Me lo ricordò nel '71 quando il mio amico, il mio nemico, il mio rivale, quel pazzo di Smokin' Joe Frazier mi prese a cazzotti sul ring. “Sei solo un uomo” si faceva ripetere un imperatore al tempo di romani “sei solo un uomo”. Io pensavo di essere altro, invece no, Allah mi volle ricordare che lo ero.

Volevo bene a Joe, odiavo Joe, così come amavo e odiavo me stesso. Ci bastava un occhiata per capirci e mille discorsi per non comprenderci. Non ha mai capito chi tifava per lui, cosa rappresentavano, Patterson si, alla fine pure quel bisonte del mio amico George Foreman si, pure quel vecchio leone di Sonny Liston lo sapeva. Non credete mai a chi vi parla male di Sonny. Era un leone, era uno in gamba. Sapeva di fare una br**ta fine, lo aveva accettato con muto coraggio, non si è mai reso conto quanto mi ha insegnato vedendo come lo trattavano quei bianchi che lo avevano usato per tutta la vita. A me non sarebbe andata così. Norton mi ruppe la mascella, io lo andai a trovare in ospedale quando a 43 anni si spaccò la testa in macchina e dissero che non avrebbe più camminato o parlato. Era una bestia Norton, non lo conoscevano, io si. Qualche anno dopo eravamo a chiacchierare sul portico di casa sua, i medici non sapevano che dire. Io si, lo sapevo sempre che dire, avevo imparato.

Sir Henry Cooper OBE quasi mi spedì all'altro mondo con un pugno, era uno di fegato, diventammo amici, è facile essere amico degli inglesi, non fossi stato così convinto di dover fare quello che era giusto per me, la mia famiglia, i fratelli, sarei andato a Londra a vivere, ogni tanto ci penso. Penso ad Earnie Shavers e ai suoi cannoni, a quello strambo Bonavena, a Doug Jones sempre triste, a quella roccia di George Chuvalo che p***e moglie e figli per la droga e non si alzò dal letto per tre mesi, lui che non era mai andato giù. Lo andai a trovare e per una volta non seppi che dire. Penso a quel provocatore di Terrell che mi chiamava col mio nome da schiavo, pure in Italia lo facevano ma pensavano il mio fosse un nome d'arte come quelli degli attori italiani nei loro spaghetti-western, non era cattiveria. Lyle non fosse uscito di galera a 27 anni sa Iddio cosa avrebbe fatto, invece ero sicuro che Larry Holmes qualcosa avrebbe fatto, si capiva che aveva la stoffa, la testa, già quando mi faceva da sparring.

Non mi aspettavo di perdere con Spinks invece. Ma ero già alla fine, Joe a Manila mi aveva tolto tutto. Io avevo fatto lo stesso con lui. Perché ci colpivamo così? Non ho mai trovato la risposta. Ma so di aver esagerato con lui, cercai di scusarmi ma la frittata era fatta, era uno orgoglioso Joe. Pure io lo ero. Eravamo così simili. Così diversi. Pure per le donne avevamo gli stessi gusti...beh quasi. Sono stato superficiale alle volte, ma sempre coerente, sapevo di essere un po' vanitoso da quel punto di vista, le donne ti fanno quest'effetto. Quando ho capito che qualcosa non andava ero a Londra, Henry era con me. "Non è possibile che sia Parkinson" disse il mancino dei porti. "Ha parti del cervello morte" gli rispose il medico. Ripensai a Big George in Zaire, quando tutti pensavano mi avrebbe ammazzato, invece avevo vinto io, e lo avevo "Bumaye" come dicevano loro. Ma a caro prezzo. Avevo ucciso la sua parte paurosa, malvagia almeno. Perdere a volte fa bene. A lui ha fatto bene, a me fece bene. Non ebbi più paura dopo.

Non ne ho avuto neppure negli anni che sono arrivati, quando avrei avuto tante cose da dire ma mi veniva sempre più difficile. Peccato però, le parole sono preziose, se le usi nel modo giusto valgono più di un jab, più del mio anche, con le parole puoi cambiare il mondo, hanno un peso, un'importanza che spesso ci dimentichiamo. Io no, non l'ho mai dimenticato. Neppure un secondo. In effetti non stavo zitto neppure quando su quel ring diventavo la cosa più grande che si fosse mai vista, dimostrandovi che l'impossibile non è niente.
La parole però devono avere un significato, sempre, non solo per te, io sapevo di non combattere solo per me. Lo sport è cambiato, il mondo è cambiato, abbiamo avuto un Presidente nero, non potete capire cos'ha voluto dire per noi vedere Barack Obama nello Studio Ovale, noi che ci linciavano per strada. Ma resta ancora tanta strada da fare. Forse la mia vera vittoria è stata questa: convincere chiunque nel mondo che puoi farcela, che non devi piegare la testa, che non importa dove sei nato. Ci sarà anche per te una Kinshasa dove capire quanto è profonda la fede nella tua anima.

17 gennaio 1942, Louisville, Kentucky.
Dio ci donava Muhammad Ali

29/10/2022

"Si parla troppo del combattimento e mai abbastanza dell'allenamento. E' li che sta la differenza per me tra la vittoria e la sconfitta"

Ho sempre considerato James "Lights Out" Toney il pugile che avrei voluto essere, lui pirata del ghetto, fighter matto e genuino, uomo pieno di debolezze e con due p***e cubiche.
Ma se mi chiedete quale pugile dovrei essere, quale pugile tutti dovremmo essere, dentro e fuori dal ring, allora la risposta che mi sento di dare, da quando, a neanche vent'anni, lo vidi combattere contro Kelson Pinto, vincendo in modo unico, meraviglioso, il suo titolo dei superleggeri, ebbene la risposta è sempre la stessa: Miguel Cotto.

Fu vedendolo quella sera muoversi sul ring, che nella mia testa ogni pregiudizio sulla boxe andò beatamente a farsi fo***re, tutto quel vociare che mi descriveva i pugili come tagliagole, picchiatori fasci, mafiosi non esistette più. Non poteva essere una cattiva persona uno che sul ring si muoveva in quel modo, non poteva non avere qualcosa di veramente unico da insegnarti.
Fu da quel momento che cominciai seriamente a leggere ed interessarmi di boxe. Grazie a lui. E scoprii un pugile che faceva della parola onore le fondamenta della sua vita, un pugile che da quel momento seguii in modo assiduo, per il quale tifai in modo assolutamente indecente, anche quando andò contro pugili che io amavo tantissimo.

Il suo nome è per me sempre stato sinonimo di professionalità, coraggio, dedizione, umiltà e rispetto. Rispetto dato a chiunque. Rispetto ricevuto da chiunque: dai tifosi di ogni razza e colore, dagli analisti ed esperti, dal pubblico, dai campioni del passato e del presente. E anche, soprattutto da quelli contro cui ha combattuto.
Perché Miguel Ángel Cotto Vázquez è stato un pugile meraviglioso, dotato di un footwork pazzesco, un gancio sinistro da enciclopedia, movimenti del tronco perfetti, una precisione chirurgica, combinazioni di una classe cristallina...calmo, freddo, paziente.
Un pugile che non si è mai lasciato andare a risse da idioti, a quel trash talking vergognoso che oggi purtroppo è sempre dietro l’angolo, non ha mai sparato al vento minchiate o promesso di prendere al lazo la luna.

Per lui parlavano i pugni, parlava il ring, parlavano quei due occhi che sovente erano immersi in una tristezza e una malinconia che difficilmente si poteva spiegare.
La sua vita è stata forse a senso unico come quella di tanti altri pugili, non aveva mai forse avuto veramente scelta, visto che tutti (ma davvero tutti) da lui facevano boxe. Il padre, il fratello, il cugino, suo zio. Lui la cominciò per difendersi dai bulli e per perdere peso, era davvero obeso da bambino, poi però decise che restare su quel ring era l’unico modo per avere qualcosa dalla vita.
Puerto Rico vuol dire ancora oggi essere uno Stato diverso dagli altri per gli Stati Uniti. Sono parte del “Magnifico Paese” ma non riconosciuti prima di altri 2 anni. Hanno molti meno diritti politici e sono una minoranza etnica tra le più importanti ma anche tra le più povere. Però è un paese che alla boxe ha dato tanto, tantissimo.

Penso al mitico Wilfredo Benitez, a Camacho, Edwin Rosario, Juan Laporte, Sixto Escobar, Alfredo Escalera, Esteba De Jesus, Tito Trinidad...l’elenco potrebbe finire domani.
E tra i più grandi vi è anche lui, il primo ed unico pugile portoricano capace di vincere cinture in quattro differenti classi di peso: welter jr, welter, superwelter, medi.
Nei miei ricordi scorrono come fosse ieri il turbinare di immagini dei suoi straordinari match contro Floyd Mayweather (che impegnò in modo allucinante), Sugar Shane Mosley, Canelo Alvarez, Paul Malignaggi, Manny Pacquiao, DeMarcus Corley, il nostro Gianluca Branco, Yuri Foreman, Antonio Margarito, Ricardo "El matador" Mayorga, Daniel Geale, Yoshihiro Kamegai, Austin Trout, Sergio Maravilla Martinez Official...l'elenco anche qui è lungo.
Parlare di Miguel Cotto, ha sempre voluto dire per me, parlare di quel pugile che avrei voluto diventare, che vorrei essere nella mia testa ogni volta che la fantasia vola, soprattutto quando casco come un sacco di patate se salto la corda o quasi mi rompo un polso mentre sbaglio un gancio sinistro contro il muro di casa.

Cotto è stato un pugile capace di cambiare, evolversi, da boxer puncher aggressivo ed incalzante, a pugilista-incontrista, soprattutto per adattarsi ad un terribile infortunio alla spalla, che a molti avrebbe distrutto la carriera.
Si era addormentato alla guida nel 2001, aveva fatto un frontale rompendosi il braccio in due punti. Gli dissero che fare boxe ancora era un miraggio. Altri si sarebbero arresi, ma non a lui. Fu soprattutto dalla sua carriera, dal suo esempio e dalla sua incredibile capacità di riprendersi che Jake Gyllenhaal si è ispirato per il suo personaggio tormentato e affascinante visto in Southpaw, the Movie. Miguel oggi alla boxe manca. Manca a chi amava i pugili senza paura, senza alibi, quelli che giocavano seguendo le regole, orgogliosi, seri, umili, guerrieri senza paura e senza scuse, solitari che avrebbero fatto la gioia di un Chandler o un Ellory, per le loro storie piene di duri dal cuore d’oro, di uomini senza rimpianti e con lo stesso guardo determinato e un po’ malinconico di questo portoricano diventato idolo al Madison Square Garden.

Sono 42 oggi. Tanti Auguri Junito.
L'ultimo della vecchia scuola.

10/09/2022

"Chi non ha familiarità con il pugilato non si rende conto di quanto sia complesso eseguire un solo pugno. Un pugno non parte solo dal braccio o dalla spalla.
Ha origine dal piede. L’energia si propaga dal metatarso, passando per il piede, il ginocchio, il fianco e il petto, da dove viene trasferita al braccio, avambraccio, polso e infine alle nocche.
Se si fa tutto questo correttamente, il che non è affatto facile, si deve completare anche la fase di ritorno, che consiste nel riportare il pugno nella posizione iniziale corretta, vicino al mento. Il corpo deve tornare nella posizione di guardia nel modo più veloce possibile, in modo da essere pronti per ricominciare. Se riesci a fare tutto questo con precisione, ci avrai messo probabilmente un paio di anni per padroneggiare il movimento, e ora sai solo un pugno.”

06/09/2022

“I hated every minute of training, but I said, ‘Don’t quit. Suffer now and live the rest of your life as a champion.” -

📸: Neil Leifer

18/07/2022
29/06/2022

Rocco Marchegiano proveniva da Ripa Teatina, in Abruzzo.Sangue italiano.
Rocco entrò in una palestra in America per la prima volta a 20 anni e passò al professionismo all'età di 25 anni ,che in quell’epoca a 25 anni dovevi essere già un campione affermato all’apice della carriera. A 27 anni eri già considerato a fine carriera, in pensione per uno sport di questo tipo, dove fratture traumi e fegato spappolato erano all’ordine del giorno.
Gli allenatori che lo visionarono le prima volte, in allenamento,gli dissero tutti più o meno le stesse tre cose semplici:

- hai un destro che non fà male;
- sei troppo basso;
- sei troppo avanti con l'età per fare il pugile professionista.

In America,nessuno era cortese negli anni a seguire nel dopoguerra.
Era tutt’altro, “la fame si sentiva con la pertica “.
Dovevi sgomitare per guadagnarti qualche dollaro ,il nome “Rocky Marciano” se lo era guadagnato sul ring,diventando l'unico peso massimo della storia a ritirarsi da imbattuto.
Un uomo venuto con genitori emigranti dall’Abruzzo, che gli americani faticavano a pronunciare correttamente “that’s Ripa !” , dicevano ,perché Teatina non gli entrava in testa.

In sostanza solo dopo quattro anni di professionismo vinse il titolo mondiale.
Aveva 29 anni. 29 anni e mani pesantissime, Non p***e mai, nemmeno un incontro. e nell'ultima gara della sua vita, nel 1955, vinse per KO su Archie Moore, considerato il pugile più letale della storia della boxe.
Lui che il pugilato lo iniziò seriamente a 25 anni e nessuno che si mostrò disponibile ad allenarlo, solo la testa dura e tenacia di sangue Abruzzese ,fu il vero segreto.

Lui che era considerato troppo basso , aveva un destro che non valeva niente ed era troppo vecchio per cominciare.

ROCKY MARCIANO.

18/06/2022

"Per chi non lo conosce, il pugilato, lo vede solo come violenza. Invito chiunque a seguire un incontro di pugilato e l’allenamento di un pugile, per comprendere che non è così. La boxe è impegno, sacrificio, la consapevolezza di dover passare attraverso il dolore, sopportarlo, per poter vincere, come nella vita. È una lotta con se stessi, le proprie paure, i propri limiti."

- Alessandro Duran -

09/06/2022

"Se mai Dio mi chiamasse per combattere in una guerra santa, voglio che Joe Frazier combatta al mio fianco."

- Muhammad Ali -

Indirizzo

Via Cristoforo Colombo, 17, Località Marina Di Minturno (presso Palazzetto Dello Sport)
Minturno
04026

Orario di apertura

Lunedì 17:30 - 20:00
Martedì 17:30 - 20:00
Mercoledì 17:30 - 20:00
Giovedì 17:30 - 20:00
Venerdì 17:30 - 20:00

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