17/01/2023
"Avanti indietro, destra a sinistra...muoviti ragazzo! Muoviti! Devi muoverti lì sopra se vuoi farcela!"
Me lo ripeteva sempre Angelo, non smetteva mai di dirlo, si può dire che fosse il suo mantra, ben prima che con quel matto di Boundini ne ricavassi quei piccoli versi che oggi sanno persino quelli che fanno snowboard. "Mi manda Shorty" diceva quello stregone che diceva di essere mezzo ebreo e mezzo nero e mezzo non si sa cosa. Sapevano cosa poteva fare, sapevano che volevo essere un Sugar Ray Robinson dei massimi, volevo danzare, usare il jab, colpire, sparire, essere un fantasma, fare qualcosa di nuovo, di diverso. Avevo cominciato con la boxe da ragazzino, perché mi avevano rubato la bici e disperato mentre mi aggiravo per il quartiere con il mio amico Jimmy Ellis ero entrato per caso in quel posto e vi avevo visto qualcosa, che non sapevo definire con esattezza, ma che mi attraeva.
Era cominciato tutto così, perché non sapevo che fare, perché i bulli a scuola si fregavano i soldi miei e di Jimmy e a me non stava più bene, perché per radio sentivo di Joe louis (the brown bomber) e di Floyd Patterson e capivo che un nero su un ring se era bravo non era più nero. Oggi mi date tutti del chiacchierone, ci credereste se vi dicessi che ero timido? Che a Roma durante i giochi non parlavo con nessuno? Neppure con Wilma Rudolph, la gazzella, per cui mi ero preso una cotta e con le altre ragazze. Le guardavo e stavo zitto. Tutto cambiò quando tornai con quell'oro al collo e mi accorsi che dovevo comunque sedere in fondo, entrare dal retro di certi locali o non entrarci affatto, quando vidi che per tutti, pure per i miei primi padroni nella mia Louisville, ero lo stesso uno schiavo. Tuttalpiù un nero che poteva fargli fare i soldi. Quando conobbi l'Islam capii che sarei stato altro, che non potevo più essere Cassius Clay, figlio di un pittore che disegnava Gesù Cristi bianchi, che dovevo smettere di vergognarmi di essere nero, quel qualcosa che ci avevano inculcato per secoli in testa.
Avevo letto William Shakespeare, uno dei pochi bianchi che vedesse le cose per come stavano, e mi ricordo del suo Tito Andronico, del suo Aaron di cosa era il nero per lui: “Il nero carbone è meglio degli altri colori/perché sdegna di contenere un altro colore/e tutta l’acqua dell’oceano/non potrà mai far bianche le nere zampe del cigno/anche se le lava di continuo nei suoi flutti”. Il nero era bello, il nero valeva, io non ero più Cassius, quel nome che manco sapevano che era romano lì ne Kentucky, Elijah Muhammad me ne detto un altro, fece di me un uomo libero. E libero sono rimasto, fino all'ultimo dei miei giorni, anche quando pensavano di avermi messo in gabbia, di avermi reso loro schiavo togliendomi le mie cinture, perché non volevo andare a farmi ammazzare come un bravo negro da dei poveri contadini distanti 3000 miglia che non mi avevano mai fatto niente.
Il reverendo Martin Luther King, Jr. veniva ucciso, Malcolm X il mio amico, il mio primo maestro di fede, veniva ucciso, i fratelli venivano uccisi, i bianchi con una coscienza venivano uccisi o arrestati. Non avrei dovuto abbandonarlo, mi sono sempre sentito colpevole di questo. “Non mollare. Soffri ora e vivi il resto della tua vita come un Campione” ho sempre detto. Pensavate parlassi solo di boxe? Si certo anche di quella, che poi quando stava per finire mi son reso conto che per me contasse davvero più di quanto immaginassi. E si che ne avevo prese di botte. Le avevo prese da un sacco di fratelli che spesso erano nati più neri di me, più poveri di me, con meno libertà di me. Ci sono voluti anni per capirlo, per capire che non tutto ruotava intorno a me stesso, che non ero Dio e non potevo parlare in sua vece. Fu lui a ricordarmelo. Me lo ricordò nel '71 quando il mio amico, il mio nemico, il mio rivale, quel pazzo di Smokin' Joe Frazier mi prese a cazzotti sul ring. “Sei solo un uomo” si faceva ripetere un imperatore al tempo di romani “sei solo un uomo”. Io pensavo di essere altro, invece no, Allah mi volle ricordare che lo ero.
Volevo bene a Joe, odiavo Joe, così come amavo e odiavo me stesso. Ci bastava un occhiata per capirci e mille discorsi per non comprenderci. Non ha mai capito chi tifava per lui, cosa rappresentavano, Patterson si, alla fine pure quel bisonte del mio amico George Foreman si, pure quel vecchio leone di Sonny Liston lo sapeva. Non credete mai a chi vi parla male di Sonny. Era un leone, era uno in gamba. Sapeva di fare una br**ta fine, lo aveva accettato con muto coraggio, non si è mai reso conto quanto mi ha insegnato vedendo come lo trattavano quei bianchi che lo avevano usato per tutta la vita. A me non sarebbe andata così. Norton mi ruppe la mascella, io lo andai a trovare in ospedale quando a 43 anni si spaccò la testa in macchina e dissero che non avrebbe più camminato o parlato. Era una bestia Norton, non lo conoscevano, io si. Qualche anno dopo eravamo a chiacchierare sul portico di casa sua, i medici non sapevano che dire. Io si, lo sapevo sempre che dire, avevo imparato.
Sir Henry Cooper OBE quasi mi spedì all'altro mondo con un pugno, era uno di fegato, diventammo amici, è facile essere amico degli inglesi, non fossi stato così convinto di dover fare quello che era giusto per me, la mia famiglia, i fratelli, sarei andato a Londra a vivere, ogni tanto ci penso. Penso ad Earnie Shavers e ai suoi cannoni, a quello strambo Bonavena, a Doug Jones sempre triste, a quella roccia di George Chuvalo che p***e moglie e figli per la droga e non si alzò dal letto per tre mesi, lui che non era mai andato giù. Lo andai a trovare e per una volta non seppi che dire. Penso a quel provocatore di Terrell che mi chiamava col mio nome da schiavo, pure in Italia lo facevano ma pensavano il mio fosse un nome d'arte come quelli degli attori italiani nei loro spaghetti-western, non era cattiveria. Lyle non fosse uscito di galera a 27 anni sa Iddio cosa avrebbe fatto, invece ero sicuro che Larry Holmes qualcosa avrebbe fatto, si capiva che aveva la stoffa, la testa, già quando mi faceva da sparring.
Non mi aspettavo di perdere con Spinks invece. Ma ero già alla fine, Joe a Manila mi aveva tolto tutto. Io avevo fatto lo stesso con lui. Perché ci colpivamo così? Non ho mai trovato la risposta. Ma so di aver esagerato con lui, cercai di scusarmi ma la frittata era fatta, era uno orgoglioso Joe. Pure io lo ero. Eravamo così simili. Così diversi. Pure per le donne avevamo gli stessi gusti...beh quasi. Sono stato superficiale alle volte, ma sempre coerente, sapevo di essere un po' vanitoso da quel punto di vista, le donne ti fanno quest'effetto. Quando ho capito che qualcosa non andava ero a Londra, Henry era con me. "Non è possibile che sia Parkinson" disse il mancino dei porti. "Ha parti del cervello morte" gli rispose il medico. Ripensai a Big George in Zaire, quando tutti pensavano mi avrebbe ammazzato, invece avevo vinto io, e lo avevo "Bumaye" come dicevano loro. Ma a caro prezzo. Avevo ucciso la sua parte paurosa, malvagia almeno. Perdere a volte fa bene. A lui ha fatto bene, a me fece bene. Non ebbi più paura dopo.
Non ne ho avuto neppure negli anni che sono arrivati, quando avrei avuto tante cose da dire ma mi veniva sempre più difficile. Peccato però, le parole sono preziose, se le usi nel modo giusto valgono più di un jab, più del mio anche, con le parole puoi cambiare il mondo, hanno un peso, un'importanza che spesso ci dimentichiamo. Io no, non l'ho mai dimenticato. Neppure un secondo. In effetti non stavo zitto neppure quando su quel ring diventavo la cosa più grande che si fosse mai vista, dimostrandovi che l'impossibile non è niente.
La parole però devono avere un significato, sempre, non solo per te, io sapevo di non combattere solo per me. Lo sport è cambiato, il mondo è cambiato, abbiamo avuto un Presidente nero, non potete capire cos'ha voluto dire per noi vedere Barack Obama nello Studio Ovale, noi che ci linciavano per strada. Ma resta ancora tanta strada da fare. Forse la mia vera vittoria è stata questa: convincere chiunque nel mondo che puoi farcela, che non devi piegare la testa, che non importa dove sei nato. Ci sarà anche per te una Kinshasa dove capire quanto è profonda la fede nella tua anima.
17 gennaio 1942, Louisville, Kentucky.
Dio ci donava Muhammad Ali