25/08/2026
I TRE TESORI, di Carlo Pedrazzini
Ai miei tempi si discuteva spesso su quale arte marziale fosse più efficace.
Oggi si parla di trasformazione del Karate, come se stesse perdendo i suoi caratteri marziali.
È giusto avere questo dubbio, perché il Karate non è automaticamente Arte Marziale solo perché si chiama Karate.
Il Karate diventa Arte Marziale quando sono contemporaneamente presenti e integrati i tre pilastri fondamentali delle Arti Marziali: forza, equilibrio e intenzione. Possiamo anche chiamarli corpo, mente e cuore.
I taoisti li chiamano I Tre Tesori.
Il corpo è la forza: la capacità di produrre un’azione fisicamente dirompente.
L’equilibrio è la mente: coordinazione, controllo, capacità di organizzare il corpo nello spazio e nel tempo. Senza equilibrio e coordinazione, anche un corpo forte e un colpo dirompente perdono efficacia.
L’intenzione è il cuore: la volontà combattente, la determinazione che ti fa sentire distanza, timing e opportunità, dando al gesto una finalità precisa. Si può essere forti e tecnicamente impeccabili, ma senza intenzione marziale si perde la misura dell’azione: fuori tempo, fuori distanza, fuori bersaglio.
Forza, equilibrio e intenzione devono quindi agire all’unisono.
Se manca anche uno solo di questi elementi, possiamo parlare di esercizio fisico, tecnica, gesto, disciplina o performance, ma non siamo più nell’Arte Marziale.
Una volta individuata la matrice marziale, possiamo sviluppare a ventaglio tutte le trasformazioni che vogliamo: possiamo farne uno sport, regolamentando il confronto e riducendo i rischi; possiamo privilegiare forma ed estetica, fino ad arrivare a una pratica ginnica o persino vicina alla danza; possiamo utilizzarlo come strumento educativo o di ricerca interiore.
Ma quanto possiamo trasformare un’Arte Marziale prima che la trasformazione ne faccia perdere la natura marziale?
Un esempio significativo è quello del professor Jigoro Kano.
Nel 1882, partendo dal patrimonio del ju-jutsu, Kano eliminò o modificò le tecniche più pericolose, tra cui gli atemi, e diede maggiore importanza alle proiezioni, alla lotta a terra, alle leve e agli strangolamenti.
Da questa profonda rielaborazione nacque il Judo, con un nuovo nome e una nuova identità.
Ma, pur trasformando profondamente il patrimonio tecnico del ju-jutsu, Kano mantenne la matrice marziale.
Il problema, quindi, non è trasformare un’Arte Marziale. Il Karate è sempre cambiato e continuerà a cambiare.
Il problema è capire che cosa rimane quando la trasformazione riguarda proprio la sua natura marziale.
Se forza, equilibrio e intenzione continuano a essere presenti e integrati, possiamo cambiare tecniche, regole, modalità di pratica, stile e finalità senza necessariamente perdere la matrice marziale.
Ma se questi elementi vengono progressivamente abbandonati?
Lascio volutamente la domanda aperta…
Forse è proprio questo il bello del Karate: continuare a studiarlo, praticarlo e riscoprirlo, senza smettere di meravigliarsi di quanto ancora abbia da insegnarci.