06/02/2024
Non so cosa si dica di fronte alla più grande paura. La paura è proprio l’indicibile. La paura è qualcosa che si sente, non che si capisce. Se trovi un bordo da cui iniziarla a comprendere, descrivere, piano piano smette di essere paura. La addomestichi. Chiaramente non volevo e non voglio “addomesticare” le montagne. Non mi permetterei mai. Chiaramente sono “troppo sensibile”, ipersensibile direbbero alcuni. Sento cose che gli altri non sentono. Per fortuna. Questa cosa porta con sé un grande peso. Eppure penso ci sia anche un tema di gioia che ci si può concedere. Un’allegria tutta sensibile, data da un salto o da un respiro profondo che ci sposta. Come un’onda. Vedere tutta quella neve come un mare più solido. L’arroganza e la presunzione di un superamento di campo. L’umiltà di riconoscere la parzialità della vista, e quindi la svista. Sentire il suolo coi piedi. Accettare il disequilibrio, 9816252 volte al secondo, registrarlo, sistemarlo, proporzionarlo. Scampare a se stessi. Sciare è un po’ come danzare. È molto più semplice, è molto più difficile. I punti fondamentali sono gli stessi. Il peso, la forza di gravità. Alla fine non è altro che il nostro rapporto con la terra. Ci può far scoprire qualcosa sul nostro modo di vivere nel mondo, e quindi di noi stessi. Mi sono arresa diverse volte. In mezzo alla pista, col rischio di essere investita. Non potevo muovermi. Mi sono rialzata. Mi sono mossa. Sono scesa. Qualcosa dentro di me è morto diverse volte, qualcosa è rinato. Non so se senza Nora, questo piccolo nano a cui in parte ho dato la forza per scendere senza paura da una pista nera, avrei trovato la forza per superarmi, rigenerarmi, riscoprirmi, adattarmi, cadere senza paura. A un certo punto ho ritrovato qualcosa di simile al mio ritmo.