30/08/2024
I giapponesi chiedono scusa con frequenza, nella stessa misura in cui sanno ringraziare. Domandare perdono, però, ha nella loro cultura un significato più complesso di quello che si potrebbe pensare.
Ci si scusa per ogni disservizio, ci si scusa con prontezza. Se un treno ritarda anche un solo minuto, l'altoparlante amplificherà subito la voce del capotreno che spiegherà le cause e reciterà la formula di scuse.
«C'è bisogno di scusarsi così tanto?», si domandano perplessi gli stranieri. Fraintendono, però, pensando che, a scusarsi, quella persona stia dichiarando la propria colpevolezza o magari la propria debolezza a fronte di una ragione altrui. Non sanno che sumimasendesh*ta «mi scusi», gomennasai «mi perdoni», mōshiwakearimasendesh*ta «Sono mortificato» comunicano anche altro e celano in sé una tempra molto forte.
In Giappone, infatti, ci si scusa innanzitutto per smorzare i toni, proprio al fine di far sbollire l'altro e riportare alla calma il tono della conversazione. Da lì in poi si partirà alla ricerca del problema e di una sua possibile soluzione.
Il litigio, che i giapponesi fuggono in modo evidente, non ha come per gli occidentali un valore di catarsi. Il termine «sfogarsi» in questa lingua non trova una sua immediata collocazione; è una di quelle parole che si perdono effettivamente nel salto da una lingua all'altra.
Del resto, da un punto di vista comportamentale, gli atteggiamenti che in Giappone sono promossi e incoraggiati indicano una precisa via: bisogna tralasciare la spiacevolezza, evitare di sgridare, privilegiare piuttosto un approccio che faccia dell'esempio una linea-guida.
Non è utile neppure cadere nella tentazione di sfogarsi, nell'illusione che, facendolo, ci si libererà dalla rabbia o da altre emozioni negative, non serve soprattutto pretendere di affrontare tutto a tutti i costi, perché il costo c'è ed è sempre molto alto. La consolazione dello sfogo, in sintesi, non consola veramente, smorza piuttosto certi ascessi purulenti dell'animo, ma non li placa; pare farli trasmigrare in un altro luogo, in attesa d'essere tirati ancora fuori.
da «Wa, la via giapponese all'armonia» .libri
📷 Ueda Kyōko ✨