09/05/2025
Su Alpi e Appennini si sta per aprire la “stagione post-neve”, che in questi ultimi anni ha visto il forte sviluppo del bici-turismo e delle e-bike. La domanda è: va applaudita l’affermazione di un turismo lento, che mette insieme la pratica del viaggio con la conoscenza diretta dei territori, che dà ossigeno all’economia locale meno premiata dai grandi flussi, ovvero i rifugi, le locande di fondovalle? Certo, ma come spesso accade, l’industria del turismo non coglie gli elementi salienti di queste attività, ed esagera. Implementa strutture inutili, apre strade che non vengono percorse, avvia cantieri che rovinano l’esistente.
Gli esempi sono numerosissimi e in aumento. Fa indignare la strada che ha rovinato gli storici sentieri n° 227 e n° 228 tra Cima Sappada, Tuglia e Piani di Vas in Carnia. Fanno infuriare altri cantieri per la viabilità in alta quota che stanno trasformando antichi e preziosi sentieri intervallivi dal fondo lastricato in lisce piste per e-bike, come in Val Poschiavina.
Si tratta di opere turistiche mirate a rendere accessibile e facile ad ogni costo anche luoghi aspri, con forti dislivelli e inadatti a una frequentazione che non sia quella antica del camminare. Nuove strade oltre la linea dei boschi che tra l’altro non sono state neanche più di tanto percorse dalle stesse e-bike.
L’errore è sempre lo stesso: adattare la montagna al turismo e non spingere il turismo ad adattarsi alla montagna. Adattarsi è necessario per comprenderle i luoghi, per apprezzarli in ciò che sono, per entrare in sintonia con l’ambiente. Anche qui è necessario un rovesciamento di prospettiva. E se le ruote slittano e non ce la fanno a salire, ebbè vorrà dire che inviteremo i signori turisti a usare i piedi.