16/06/2026
Da questa settimana e fino alla ripresa della nuova stagione sportiva, non vi lasciamo soli.
Vi terremo compagnia con storie, pensieri e curiosità dal mondo del Judo.
Perché il Judo non finisce quando si spengono le luci del Dojo.
La prima storia viene da Tokyo, 1964. E ancora oggi fa ve**re i brividi.
**23 ottobre 1964. Budokan, Tokyo.**
Il Giappone ospita le sue prime Olimpiadi. Il judo debutta nel programma olimpico — una scelta non casuale: è la disciplina nazionale per eccellenza, il simbolo vivente della cultura giapponese. E davanti al proprio pubblico, nel proprio paese, nel proprio sport, i giapponesi semplicemente non possono perdere.
Poi entra Anton Geesink.
Olandese, 198 centimetri.
Anni passati ad allenarsi in Giappone con una dedizione e un rispetto che pochissimi occidentali avevano mai avuto prima di lui.
In finale affronta Akio Kaminaga, il campione di casa. Lo immobilizza. Vince l’oro.
Sugli spalti cala il silenzio. Quindicimila persone, quasi tutte giapponesi. Qualcuno piange.
In quel momento succede qualcosa che vale più della medaglia.
Dalla tribuna olandese, alcuni sostenitori, travolti dalla gioia, scattano verso il tatami per raggiungere il loro campione. Geesink li vede e alza una mano — fermi. Non qui. Non così.
Si fermano.
Sul tatami si rimane in silenzio.
Si rispetta il luogo, si rispetta l’avversario, si rispetta il momento- anche quando hai vinto l’oro olimpico, anche quando hai fatto la storia,anche quando dentro di te vorresti urlare.
Quel gesto fece il giro del mondo.
I giornalisti giapponesi, che avrebbero dovuto scrivere della sconfitta più dolorosa della loro storia sportiva, scrissero invece di quel gesto. Di quella compostezza. Di quel rispetto.
Il judo non è solo vincere. É come vinci. 🥋
Jigoro Kano, il fondatore del Judo, era morto nel 1938. Ma in quel momento, in quel gesto, era ancora perfettamente presente.