06/09/2026
Immagina una grande passione.
Immagina di amare qualcosa al punto da scegliere di dedicarle una parte enorme del tuo tempo libero.
Immagina pomeriggi passati su un piazzale invece che comodo sul divano, tra schiamazzi e disordine, a cercare di tenere insieme mille schegge impazzite: chi ha sete dopo cinque minuti, chi litiga con il compagno, chi arriva con la bici rotta, chi si dimentica il casco e bisogna trovarne uno, chi parte quando dovrebbe fermarsi e chi si ferma proprio quando dovrebbe partire, chi vola a terra dopo due curve.
Quello che quel giorno non ha voglia di pedalare. Quello che invece vorrebbe fare la volata anche durante il riscaldamento. Quello che piange per una caduta che non gli ha fatto quasi niente e quello che si rialza con un ginocchio sbucciato, facendo finta che non faccia male.
E tu, in mezzo a tutto questo, devi riuscire a essere, nello stesso momento, allenatore, meccanico, arbitro, infermiere, psicologo e, qualche volta, persino un po’ papà.
E proprio da papà ricordo un bambino, un piccolo G2, che qualche anno fa ti chiese: “Perché noi non andiamo a fare la Coppetta d’Oro?” Aveva scoperto che alcuni suoi amici quella domenica non ci sarebbero stati, su Brescia, proprio per andare a correrla, e quella domanda, semplice come sanno essere semplici le domande dei bambini, diventò un desiderio.Tu, per realizzarlo, smuovesti mari e monti. E insieme al suo sogno, quasi senza accorgercene, cominciò a nascere quello di tutta la Feralpi Monteclarense. Un sogno che, anno dopo anno, è cresciuto nei numeri, nella qualità, nelle ambizioni e soprattutto nell’entusiasmo di bambini e famiglie.
Da padre, emozionarsi per le imprese dei propri figli è facile. Forse è persino inevitabile. Ti basta riconoscere quella maglia e quelle scarpe in mezzo al gruppo, vederlo spuntare da una curva, vederlo lottare, cadere, rialzarsi o tagliare un traguardo per sentire il cuore accelerare insieme al suo. Ma riuscire a provare qualcosa di simile per i figli degli altri è un’altra cosa. Per gioire davvero della vittoria di un bambino che non è tuo. Per soffrire vedendone un altro arrivare in lacrime. Per correre incontro a quello che è caduto, abbracciare quello che ce l’ha fatta, trovare le parole giuste per quello che invece quel giorno non ce l’ha fatta. Per questo non basta essere un bravo allenatore. Bisogna volergli bene davvero, a quei bambini.
E forse è proprio per questo che, quando negli anni sono cominciati ad arrivare anche i risultati, abbiamo avuto la sensazione che ogni vittoria fosse un po’ più grande di quello che raccontava semplicemente l’ordine d’arrivo. Perché dietro ognuna c’erano ore passate su quel piazzale, richiami, risate, ginocchia sbucciate, allenamenti sotto il sole e giornate in cui magari di pedalare non aveva voglia nessuno. Poi, piano piano, quei bambini hanno cominciato anche ad andare forte. E la Coppetta d’Oro ha iniziato a regalarci le prime soddisfazioni…
E dopo il podio del 2025, eccoci lì, a Borgo Valsugana, in una calda mattinata settembrina, con la voglia di provare ancora una volta a sognare in grande. A rompere il ghiaccio ci pensa Greta Felter, G1, e sono subito punti preziosi per la squadra. Allo stesso tempo, la sorte volta le spalle a Olivia Carini, che cade proprio quando la gara entra nel vivo e vede svanire in un attimo quello che stava costruendo. Pietro Magri, però, rimette subito il nostro nome là davanti e porta a casa altri punti pesanti.
Nei G2 Alessia Crescini e Michael Gaglioti ci provano con tutto quello che hanno, ma questa volta l’impresa non riesce. Gioele De Matteis, invece, si trova davanti una batteria complicata, di quelle in cui ogni posizione va conquistata con i denti, e riesce comunque a strappare punti importanti. Poi arriva Gioele Stefani. E lì, per la prima volta, la voce di Claudio cambia un po’. Perché Gioele non si limita a fare bene: vince. Una vittoria splendida, netta, di quelle che fanno esplodere i compagni, i genitori, il gazebo e che, soprattutto, fanno comparire negli occhi di Claudio quella prima, piccola lacrima che tradisce tutto ciò che fino a quel momento aveva provato a nascondere dietro il ruolo dell’allenatore.
Ma la Coppetta non lascia nemmeno il tempo di respirare. Arrivano i G3. Martina Savasi stupisce tutti con un recupero epico, una rimonta costruita metro dopo metro che la porta fino alla zona punti. Tommaso Carini vede i suoi sogni spezzarsi sull’asfalto: una caduta cancella in pochi secondi una gara che avrebbe potuto raccontare tutt’altra storia. Ayman Tebini ci mette il cuore. Raffaele Perillo lotta fino all’ultimo metro e resta fuori dalla zona punti per un soffio. E poi c’è Elia Scudella. L’emozione, in una gara così, può tradire chiunque. Lui no. Elia resta lucido, corre da Elia e, ancora una volta, porta la Feralpi Monteclarense sul podio della Coppetta d’Oro. Un altro podio.
Un altro abbraccio. Altri punti. Un altro piccolo pezzo di quel sogno nato anni prima dalla domanda ingenua di un bambino.
E mentre guardi Claudio passare da una partenza all’altra, incitare, consolare, festeggiare, raccogliere un bambino caduto e pochi minuti dopo abbracciarne un altro sul podio, cominci a renderti conto che quella mattina sta succedendo qualcosa di speciale. Ma non hai il tempo di realizzarlo perchè siamo soltanto a metà avventura. È l’ora dei G4. E anche qui la Coppetta ricorda subito a tutti quanto sottile possa essere il confine tra una giornata da ricordare e una grande occasione sfumata. Simone Marchi è in splendida condizione, ma proprio quando sarebbe il momento di raccogliere quanto seminato deve arrendersi ai crampi. Jordan Velaj lotta fino all’ultimo e si ferma lì, a un centimetro da quei punti che sembravano ormai a portata di mano. Ma il forziere Feralpi non rimane chiuso a lungo. Ci pensano Eva Felter e Lorenzo Tanzini. Eva difende la posizione sul rettilineo finale con una determinazione feroce, senza concedere un centimetro a nessuno, e porta a casa punti preziosissimi. Lory, invece, sembra quasi fuori dai giochi. Quasi. Perché all’ultima curva trova energie, spazio e coraggio per un recupero sbalorditivo, di quelli che in pochi secondi trasformano un “peccato” in un urlo, e va a mettere altri punti nel pallottoliere della squadra.
Ormai ogni piazzamento pesa. Ogni posizione conta. Ogni bambino che taglia quel traguardo sembra aggiungere un piccolo mattone a qualcosa che, gara dopo gara, sta diventando sempre più grande.
Poi arriva il momento delle ragazze grandi. Arianna Mancusi, Anna Savasi, Cloe Tanzini e Greta Mancusi danno tutto quello che hanno, ma questa volta il tabellone dei punti Feralpi non si muove. E quando una giornata così lunga comincia lentamente ad avvicinarsi alla sua conclusione, resta ancora una gara. E resta Carol Moratti. Una batteria durissima, piena di avversarie che non hanno nessuna intenzione di regalarle nulla. Carol risponde a ogni attacco. Non perde una ruota. Non concede un metro. Resta lì, lucida, ostinata, mentre davanti la favoritissima piemontese prova più volte a fare la differenza. Ma Carol non molla. Compaiono sulla pista d’atletica, la piemontese è davanti. Carol è alla sua ruota. Dietro il vuoto. Per un attimo sembra che il copione sia già scritto. Poi Carol parte. Una volata fulminante. Metro dopo metro recupera, si affianca, la supera. E sul traguardo è davanti. Carol Moratti ha vinto la Coppetta d’Oro. Un’altra maglia Feralpi davanti a tutte. Un’altra ragazza cresciuta su quel piazzale. Un altro di quei momenti per cui, improvvisamente, tutte le ore, tutti i richiami, tutte le biciclette rotte, i caschi dimenticati, le cadute, i pomeriggi rubati al divano e quelle mille schegge impazzite dell’inizio sembrano trovare un senso. E forse, a quel punto, anche per Claudio diventa un po’ più difficile continuare a fare soltanto l’allenatore.
Ma la Coppetta non è ancora finita. Resta la domenica. Restano i G5 e i G6 maschi. E se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, per qualche minuto cominciamo seriamente a pensare che questa domenica non abbia nessuna intenzione di sorriderci. Gabriele Crescini arriva alla Coppetta al termine di una stagione spettacolare, una di quelle che ti fanno pensare che possa succedere qualcosa di bello anche qui. Ma il ciclismo, si sa, sa essere meraviglioso e crudele nello spazio di una curva. Una caduta lo mette fuori dai giochi. E al gazebo, quasi senza dircelo, comincia a cambiare qualcosa. Forse è soltanto una sensazione. Forse è la stanchezza di due giorni vissuti con il cuore in gola. O forse, dopo tutto quello che è successo il giorno prima, per la prima volta i nostri ragazzi sentono davvero il peso di dover fare bene. Joseph Scudella ci prova. Allodi Lorenzo ci prova. Maifredi Matteo ci prova. Cristiano Magri ci prova. Martin Zappettini ci prova. Venditti Rasi ci prova.
Ma niente.
Uno dopo l’altro, i nostri G5 sembrano quasi vittime di quella strana paura che solo certe gare sanno mettere addosso. Perché la Coppetta d’Oro è una gara come tutte le altre fino a quando non sei lì. Poi guardi quanta gente c’è. Senti lo speaker. Vedi quelle maglie provenienti da ogni angolo d’Italia.
Sai che per un anno hai aspettato proprio quella mattina. E improvvisamente le gambe possono pesare un po’ di più.
Al gazebo, intanto, abbiamo definitivamente perso il controllo della situazione. Millequattrocentottantasei bambini. Centosessantadue società. Decine di batterie.
Punti che entrano, punti che escono, classifiche che cambiano. I nostri già basici sistemi Excel alzano bandiera bianca. Non sappiamo più esattamente dove siamo. Non sappiamo più cosa serva.
Non sappiamo più quanti punti abbiano gli altri. Sappiamo soltanto una cosa. Mancano i G6. Gli ultimi.
E ormai l’emozione è troppa anche solo per provare a fare i conti. Il primo dei nostri a partire è Mattia Pastorelli. Fortissimo. Uno di quelli sui quali, inevitabilmente, riponi qualche speranza in più. Corre bene, lotta, arriva lì. Ma quando esce la classifica scopriamo che è il primo escluso dalla zona punti della sua batteria. A quel punto cominciamo seriamente a pensare che qualcuno, da qualche parte, ci abbia fatto una macumba. Parte Raffaele Spagna. Arriva all’ultima curva prima della discesa in ottima posizione, lì davanti, dove bisogna essere quando la gara entra nei suoi ultimi istanti. Poi comincia la battaglia per prendere la ruota giusta, per guadagnarsi mezzo metro, per imboccare la discesa nella posizione migliore verso il traguardo. Nella confusione Raffaele finisce largo. Perde qualche posizione, perde l’attimo. E in una gara così basta quello. La possibilità di portare a casa un risultato di pregio era lì, vicinissima. Ma scivola via proprio all’ultima curva.
Ne rimane uno.
L’ultimo ragazzo della Feralpi Monteclarense a partire nella Coppetta d’Oro 2026. Tommaso Montesin. A quel punto non ci sono più calcoli da fare. Non ci sono più fogli Excel da guardare.
Non sappiamo nemmeno bene cosa possa cambiare quel risultato nella classifica finale. Sappiamo soltanto che abbiamo bisogno di qualcosa. Di un piazzamento. Di qualche punto. Forse, semplicemente, di tornare a respirare. E Tommaso ce lo regala. Corre una gara spettacolare. Finalmente il nostro nome torna là davanti. I colori Feralpi illuminano fra i primi l’ingresso del campo di atletica. Finalmente quei benedetti punti ricominciano a muoversi. Tommaso taglia il traguardo e porta alla Feralpi gli ultimi, preziosissimi punti di questa lunghissima Coppetta.
E al gazebo si torna a respirare. Per un attimo. Perché adesso le gare sono finite. Trentasei ore di urla, cadute, rimonte, vittorie, delusioni, podi, lacrime, punti contati e poi persi, fogli Excel impazziti e bambini lanciati dentro una delle esperienze più belle della loro stagione sono arrivate alla fine. Non resta più nessuno dei nostri da mandare sulla linea di partenza. Adesso resta soltanto da aspettare. E capire quanto vale, alla fine, tutto quello che questi ragazzi hanno costruito. Poi cominciano a chiamare le prime dieci società. Dalla decima. A ritroso. E a quel punto ogni nome che viene pronunciato è una squadra che scivola via e un piccolo pezzo di speranza che comincia a diventare qualcosa di molto più grande.
Decima: Libertas Scorzè. Non siamo noi. Nona: Ciclistica Monselice. Non siamo noi. Ottava: Gottardo Giochi Caneva. Settima: Veloce Club Borgo. Sesta: U.S. Montecorona. I nomi continuano a scendere e noi continuiamo a restare lì. Quinti. “Ronco Maurigi Delio Gallina.” Gli amici bresciani. E ancora non siamo noi. Quarta: Postumia Ciclismo. A quel punto cominciamo a guardarci. Terza: Sprint Vidor La Vallata. Silenzio. Ne restano due. Solo due. Noi e il Mosole.
E il Mosole, quel giorno, di punti ne ha fatti un’enormità. Il Mosole che negli ultimi anni ha vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere. Il Mosole che, a essere sinceri, in quel momento ci sembra davanti. E va bene così. Perché arrivare secondi sarebbe comunque qualcosa di straordinario. Sarebbe migliorare il fantastico terzo posto del 2025. Sarebbe un altro passo avanti. Sarebbe salire sul secondo gradino del podio nella Coppetta d’Oro, nella gara più prestigiosa del ciclismo giovanile su strada italiano. Sarebbe già abbastanza per essere orgogliosi da morire. Quindi aspettiamo. Quasi preparandoci a sentire il nostro nome. “Al secondo posto…” ... Un attimo. “Associazione Sportiva Dilettantistica…” ...Ci siamo... “…G.S. Mosole.”
…
Mosole?
MOSOLE?
Per un secondo credo che nessuno abbia capito davvero. Perché se loro sono secondi… No. Aspetta.
Se il Mosole è secondo… ALLORA NOI SIAMO PRIMI.
PRIMI.
LA FERALPI MONTECLARENSE HA VINTO LA COPPETTA D’ORO.
E in quel momento saltano tutti i conti, saltano le classifiche, saltano gli Excel e probabilmente salta anche qualche corda vocale. Ci sono bambini che urlano. Genitori che si abbracciano. Qualcuno ride. Qualcuno ha già gli occhi lucidi. E in mezzo a tutto questo c’è Claudio. Quello dei pomeriggi sul piazzale. Quello delle biciclette rotte, dei caschi dimenticati, delle ginocchia sbucciate e delle mille schegge impazzite. Quello che, qualche anno prima, aveva ascoltato un piccolo G2 chiedergli: “Perché noi non andiamo a fare la Coppetta d’Oro?” Ecco perché. Forse quel bambino, allora, stava soltanto chiedendo di poter partecipare a una gara. Claudio, senza saperlo, aveva appena cominciato a costruire un sogno. E oggi quel sogno ha un nome. Feralpi Monteclarense. E un numero.
UNO.
Ma se pensate che questa storia parli di una coppa, allora forse non sono riuscito a raccontarla bene. Perché quella coppa è bellissima. Bella come solo le cose desiderate a lungo possono essere. È il premio per due giorni meravigliosi, per i punti di Greta, Pietro, Gioele, Martina, Elia, Eva, Lorenzo, Carol, Tommaso e di tutti quelli che hanno contribuito a costruire questo risultato. È il premio anche per chi è caduto. Per chi è rimasto fuori dai punti per un soffio. Per chi quel giorno aveva le gambe per fare qualcosa di grande e non ha potuto dimostrarlo. Per chi ha pianto. Per chi ha sorriso. Per chi è tornato sotto il gazebo deluso e cinque minuti dopo stava già facendo il tifo per il compagno. Quella coppa porta sopra tutti i loro nomi. Ma questa storia, in fondo, non parla nemmeno di loro.
Parla di te, Claudio. Perché noi genitori siamo fatti così. Quando corre nostro figlio il cuore va più forte. Quando vince nostro figlio ci viene da piangere. Quando cade nostro figlio vorremmo essere noi a sentire male al posto suo. È facile. È nostro figlio.
Ma tu, in questi anni, hai fatto qualcosa di molto più raro. Hai gioito per i figli degli altri come se fossero un po’ anche tuoi. Ti sei arrabbiato con loro perché sapevi che potevano fare meglio. Li hai consolati quando non serviva più parlare di biciclette. Li hai aspettati quando rimanevano indietro. Li hai spinti quando avevano paura. Hai festeggiato le loro vittorie. E hai sofferto le loro sconfitte. Una dopo l’altra. Anno dopo anno. Senza mai chiederti se quel bambino sarebbe diventato forte. Perché prima ancora di capire quanto forte potesse andare in bicicletta, ti interessava sapere che stesse bene. Ed è forse questa la cosa più bella che un genitore possa dire della persona alla quale affida suo figlio. Oggi hai vinto la Coppetta d’Oro. Ma io credo che tu l’abbia vinta molto prima. L’hai vinta ogni volta che un bambino è arrivato al campo contento di trovarti. Ogni volta che uno di loro ha cercato il tuo sguardo dopo un traguardo. Ogni volta che dopo una caduta sei stato una delle prime persone verso cui correre. Ogni volta che hai fatto sentire importante quello che vinceva e, forse ancora di più, quello che non avrebbe mai vinto. L’hai vinta quando hai trasformato un gruppo di bambini con una bicicletta in una squadra. Quando hai fatto capire loro che la maglia che portano vale qualcosa non perché c’è scritto Feralpi sopra, ma perché accanto a loro c’è un compagno che porta la stessa maglia. E l’hai vinta qualche anno fa, senza saperlo, quando un piccolo G2 ti fece una domanda apparentemente insignificante:
“Perché noi non andiamo a fare la Coppetta d’Oro?”
Avresti potuto sorridere. Avresti potuto rispondergli che era complicato. Che servivano organizzazione, trasferte, iscrizioni, soldi, tempo. Invece hai ascoltato il sogno di un bambino, e la stagione successiva lo hai portato là. E hai deciso che valeva la pena provare a realizzarlo. Quel bambino oggi è cresciuto. Come sono cresciuti tutti gli altri. Qualcuno è già passato di categoria. Qualcuno lo farà presto. Qualcuno continuerà a correre per tanti anni. Qualcun altro un giorno appenderà la bicicletta al muro e prenderà una strada completamente diversa. Tra qualche anno forse non ricorderanno più quanti punti fecero alla Coppetta. Non ricorderanno se arrivarono quarti, settimi o quindicesimi. Forse dovranno andare a cercare una fotografia per ricordarsi persino in quale anno la Feralpi Monteclarense vinse quella meravigliosa coppa. Ma sono abbastanza sicuro che si ricorderanno di te. Si ricorderanno di quel piazzale. Delle urla. Delle risate. Delle borracce dimenticate. Dei caschi da recuperare. Delle biciclette rotte. Delle volate fatte quando non si dovevano fare. Delle sgridate. Degli abbracci. E di un uomo che, per qualche ora alla settimana, ha scelto volontariamente di mettersi in mezzo a tutte quelle schegge impazzite.
La coppa che abbiamo alzato oggi prima o poi prenderà polvere. È inevitabile. Ma quello che hai lasciato dentro questi bambini no. Quello continuerà a viaggiare con loro. Dentro il modo in cui sapranno perdere. Dentro il modo in cui sapranno vincere. Dentro il modo in cui, un giorno, tenderanno una mano a qualcuno rimasto indietro. E magari tra vent’anni uno di loro si ritroverà davanti a un gruppo di bambini. Uno avrà sete dopo cinque minuti. Uno avrà dimenticato il casco. Uno cadrà dopo due curve. Uno vorrà fare la volata durante il riscaldamento. E forse, senza nemmeno rendersene conto, quel ragazzo farà con loro qualcosa che tanti anni prima aveva visto fare a te.
E allora sì.
Quella sarà davvero la tua vittoria più grande.
Oggi, però, lasciacelo dire. Per una volta guardiamo anche la classifica. Su centosessantadue società, la prima si chiama Feralpi Monteclarense. E dietro quel nome ci sono tantissimi bambini, tantissime famiglie e tantissime persone. Ma davanti a tutti loro, almeno per noi, ce n’è una.
Grazie, Claudio.
Per aver insegnato ai nostri figli ad andare forte in bicicletta. Ma soprattutto grazie per averci fatto capire, ogni giorno, che andare forte non è mai stata la cosa più importante. La cosa più importante era prenderli per mano mentre crescevano. E tu lo hai fatto. Con i figli degli altri. Come avrebbe fatto un papà.