05/09/2026
FREDDIE
Ti chiamavi Freddie. Freddie Mercury. E sei nato il 5 settembre 1946.
Avresti ottant’anni, Freddie.
Cazzō.
Ottanta.
Ed è quasi impossibile immaginarti così, perché sei rimasto inchiodato per sempre a quell’età indefinibile in cui eri già leggenda e ancora scandalosamente giovane, con i baffi, la canottiera bianca, il microfono e quella maniera irripetibile di occupare un palco come se fosse stato costruito esclusivamente per consentirti di salirci sopra.
Eri nato Farrokh Bulsara a Zanzibar, da una famiglia parsi, avevi studiato in India ed eri arrivato ragazzo in Inghilterra. Poi diventasti Freddie Mercury, che già come nome sembrava meno un nome d’arte e più una dichiarazione di intenti.
Con i Queen facesti praticamente tutto.
Sei stato Bohemian Rhapsody e I Want to Break Free, Radio Ga Ga e We Are the Champions.
Sei stato Somebody to Love, Don’t Stop Me Now, Crazy Little Thing Called Love.
Sei stato rock, opera, pop, glam, hard rock, ballate, cori da stadio e canzoni che sulla carta avrebbero dovuto essere ingestibili e invece diventavano inni che ancora oggi conosce gente nata vent’anni dopo la tua morte.
E poi sei stato Wembley.
Live Aid, 13 luglio 1985.
Venti minuti scarsi nei quali riuscisti a dimostrare che tra un cantante bravissimo e Freddie Mercury esisteva ancora una categoria intera.
Ti bastarono un pianoforte, un microfono, una canottiera bianca e settantaduemila persone che, dopo pochi minuti, sembravano un unico gigantesco organismo al quale avevi preso personalmente il controllo del sistema nervoso.
«Ay-oh».
E loro rispondevano.
Tutti.
Avevi una voce mostruosa, naturalmente.
Ma non era soltanto la voce.
Era la presenza.
Quel miscuglio quasi contraddittorio di arroganza e fragilità, esibizionismo e timidezza, teatralità sfrenata e bisogno feroce di proteggere ciò che eri quando scendevi dal palco.
Sul palco potevi tenere in pugno uno stadio.
Fuori eri molto più complicato.
E forse è anche per questo che continuiamo ad amarti così tanto.
Perché non eri rassicurante, non eri edificante, non eri costruito per diventare un santino. Eri eccessivo, vanitoso, spiritoso, difficile, generoso, riservato, elegantissimo e qualche volta tremendamente kitsch.
Insomma, eri vivo.
Terribilmente vivo.
Poi arrivò l’AIDS, quando l’AIDS non significava soltanto malattia ma paura, stigma, vergogna, crudeltà e una quantità impressionante di ignoranza.
Tu tacesti quasi fino alla fine.
Il 23 novembre 1991 dicesti pubblicamente di essere malato.
Il giorno dopo eri morto.
Avevi quarantacinque anni.
Ed è questo che rende così assurdo pensare che oggi ne avresti ottanta.
Avresti potuto perdere i capelli, mettere su pancia, diventare un vecchio signore insopportabile e magnifico. Avresti potuto fare concerti d’addio seguiti da altri quattro concerti d’addio, litigare con i social, giudicare malissimo i talent show e presentarti a settantacinque anni davanti a uno stadio dimostrando che il palco, alla fine, continuava a essere casa tua.
Oppure avresti potuto ritirarti.
Non lo sapremo mai.
Sappiamo soltanto che sei morto abbastanza giovane da restare per sempre Freddie Mercury.
E abbastanza grande da non andartene davvero.
Ottant’anni, Freddie.
C***o.
Ottanta.