18/12/2025
Ho una bellissima memoria d'infanzia.
Densa di profumi e tradizioni tipiche dei miei ricordi.
Quando io ero piccolo!
Quando io ero piccolo,
la Vigilia era il cuore pulsante del mondo.
Ci univamo tutti a Lecce, dallo zio Mario,
sotto il cielo di pietra delle volte a stella.
Era il tempo dei ritorni:
chi tornava dal militare,
chi chiudeva i libri dell’Università,
tutti attratti dal magnete di quella casa.
All’ingresso ci accoglieva l'incanto:
un presepe immenso, tutta una parete di sughero e fede,
e un albero pronto a farsi scrigno
per i doni di chiunque varcasse la soglia.
Eravamo una marea, mai meno di trenta, quaranta persone.
Un intreccio di figli, nipoti e spose,
una dinastia riunita intorno al fuoco dell’appartenenza.
C’erano le geografie dei tavoli:
l’isola dei piccoli, il porto degli adolescenti,
il continente dei grandi.
Ma prima di sedersi, il nostro gioco era il fare:
le mani infarinate a preparare cappelletti
destinati al rito del brodo di gallina.
Ricordo il "mantile" steso dalle madri,
noi bimbi in cerchio come piccoli artigiani
a dar forma alle pittule e ai "pucciddruzzi",
rubando segreti alle nonne che impastavano la vita.
A mezzogiorno mangiavamo solo noi,
piccoli privilegiati in un’attesa che per i grandi era digiuno.
Il pomeriggio era una corsa senza fiato:
saltavamo la "cavallina", sparivamo nel nascondino,
facevamo ronzare i "truddri" sul pavimento.
E poi la caccia suprema, quella del gatto col topo,
per scovare miccette e scintille
che i grandi celavano come tesori proibiti.
Poi, finalmente, scendeva la sera.
Arrivavano i ritardatari, i padri stanchi dal lavoro,
gli ultimi pacchetti stretti tra le braccia.
Alle otto precise, il tempo si fermava: tutti a tavola.
Ma era un banchetto breve per i nostri occhi stanchi:
a metà cena, il sonno ci rapiva,
e crollavamo sui divani come soldati vinti dalla gioia.
Il risveglio era il fragore dei giochi.
Si formavano i tavoli del destino:
lo scontro serio della stoppa e del poker per gli uomini,
il vociare della tombola e del mercante in fiera per noi e le madri.
Si aspettava il domani guardando l’orologio,
finché, a cinque minuti dal sacro,
uscivamo nel freddo a incendiare la notte
con miccette e fuochi d’artificio.
Quando io ero piccolo,
il Natale non era un giorno sul calendario.
Era una vera festa. Era essere insieme.