07/09/2026
Falo', con Leon si riaccendono i ricordi
Il ricordo è sempre 'caldo' in chi, fino ai primi anni Novanta, alla vigilia della festa patronale della Madonna delle Grazie, attendeva il buio per dare corso all'accensione dei falò in vari punti del paese, epilogo spettacolare del grande impegno profuso per la raccolta del materiale destinato ad andare in cenere. Una tradizione sopraffatta dall'imporsi delle norme di sicurezza poste a prevenzione degli incendi e dal mutare gli assetti urbanistici dei luoghi teatro un tempo dei fuochi, diventati incompatibili. La ripercorriamo qui sotto con uno scritto di Leon Carassale frutto dell'ascolto del nonno Nando. Un'altra bella ricerca del piccolo/grande appassionato di storia e amante del paese nel condividere - e stimolare - la mission del Cantiere della Memoria: raccogliere e rilanciare storie di mare. Nelle foto a corredo due immagini d'epoca dei falò lungo la strada (un tempo fatta di ciottoli) che porta al Varignano e un mio articolo tratto da Ria del 1984 .
Ma ecco il racconto di Leon scritto tre giorni fa.
Stasera, a pochi giorni dalla festa della Madonna delle Grazie, mio nonno ha deciso di parlarmi di una tradizione ormai perduta, quella dei falò. Venivano effettuati alla vigilia della festività, ed era una tradizione sentita in diverse zone dell'Europa, si bruciava ciò che si poteva, impilando una torre di legno a cui dare fuoco. Un'usanza che secondo le antichità scacciava gli spiriti maligni. Beh, alle Grazie divenne una competizione. Ovviamente mio nonno si riferisce agli anni 60-70', quando era un ragazzo. Mi dice che una volta alle Grazie venivano accesi 6 falò. Tre più grandi e tre più piccoli, ognuno rappresentava un "rione". C'erano Ria vecchia, che mio nonno chiama semplicemente Le Grazie, (come se vivesse lontano dal centro storico, tipico.), le Case Rosse, il Campo e poi tre falò secondari, più piccoli; uno al Fosso, uno ai Bondoni e uno a Sant'Antonio. Mio nonno apparteneva alle Casse rosse. Per tutta l'estate si raccoglieva ciò che arrivava con le mareggiate, ciò che si trovava in vecchi orti, qualsiasi cosa da ardere che si trovasse per strada. Addirittura mio nonno, proprietario di un pezzo della lecceta della Gigia, faceva un po' di legna lì. Così come faceva, insieme ad altri ragazzi giù per Panigaglia. Raccoglievano e legavano gruppi di legni, e Nino Vecoli con il suo camioncino caricava il legname, che portava a ridosso degli ex bunker per la guerra alle Case Rosse. In occasione del falò si bloccava la strada e il fuoco veniva appiccato al centro di essa. Si parla anche di bizzarri episodi di boicottaggio reciproco tra i rioni. Mio nonno dice che lui insieme al gruppo di ragazzi delle Case Rosse partiva dal campo con la sua gozzetta e accendeva anticipatamente la pila avversaria. Dopo diversi anni, alle Case Rosse venne proibito il falò. I ragazzi fecero di tutto pur di poterlo fare, ma uno squadrone di forze dell'ordine non glielo permise. Allora legarono la legna accatastata e la portarono giù per la scalinata delle Cannette, ereditando il luogo dove veniva praticato il falò del campo sportivo che da anni non si faceva più. Mia nonna aggiunge che venivano impilati anche i relitti di barche intere per fare durare di più il fuoco. Spesso durava dalla sera al mattino del giorno dopo. Una tradizione perduta che era stata riproposta sulla Rotonda - con presidio dei Vigili del fuoco - durante il mandato dell'amministrazione Calcagnini, nel 2006, per poi essere dismessa definitivamente. Spero che un giorno si possano trovare soluzioni per recuperare la tradizione contemperando le primarie esigenze di sicurezza con lo spettacolo dei falò'..."
Leon Carassale