15/09/2026
NEURODIVERSITÀ E ASSOCIAZIONI SPORTIVE
Nel 2026 un’associazione sportiva non può più considerare la neurodiversità come qualcosa di eccezionale per cui farsi trovare impreparata.
ADHD, autismo e altre neurodivergenze fanno parte della realtà quotidiana delle nostre famiglie, delle scuole e, inevitabilmente, anche dello sport.
Non stiamo dicendo che un istruttore debba trasformarsi in educatore, psicologo o professionista specializzato. Non ci si improvvisa e bisogna conoscere i limiti delle proprie competenze.
Ma proprio per questo crediamo che chi lavora nello sport, soprattutto con bambini e ragazzi, debba possedere almeno una formazione di base sull’accoglienza e sulla gestione delle persone neurodivergenti, in particolare quando il loro livello di autonomia permette la partecipazione alle normali attività del gruppo.
Dire semplicemente “non siamo attrezzati” e rimandare indietro un bambino senza nemmeno provare a comprenderne le necessità non può essere la risposta definitiva.
Se un’associazione scopre di avere un vuoto di competenze, dovrebbe chiedersi come colmarlo: formare i propri tecnici, confrontarsi con professionisti, creare collaborazioni con realtà competenti e costruire gradualmente un ambiente più preparato.
Non significa promettere che ogni attività possa essere adatta a chiunque.
Significa essere capaci di valutare prima di escludere.
Lo sport parla continuamente di inclusione.
L’inclusione, però, non può rimanere una parola scritta sui progetti o sui social.
Deve diventare competenza.