25/08/2026
basterebbe recuperae la cultura euqestre e trasmetterla nelle scuole di equitazione esistenti, come avviene in tante piccole realtà, spesso sconosciute,
nel paese del popolo che meno sa meglio sta, sicchè la srtoria questo ci insegna...
da padri fondatori dei pilastri dell'arte equestre classica, la m***a italiana a livello planetario nel salto...
abbiamo fatto nascere la cultura equestre, l'abbiamo resa storia...
e purtroppo dalla storia come sappiamo e vediamo intorno, non vogliamo proprio imparare
(mi riferisco al definitivo decadimento dell'istruzione dopo Caprilli a oggi),
con sempre più ampie schiere di detrattori del sapere equestre... (chissà poi perchè ci sia tutta questa ritrosia nel trasmettere le informazioni che consentirebbero pressochè a chiunque di acquisire le nozioni basilari al fine di poter m***ae il cavallo nel rispetto dei suoi equilibrii e movimenti, sapendo come assecondarlo e quindi, gestirlo, sentendolo.
🧠💥 CHI HA DECISO CHE IL CAVALLO "SOFFRE" SE COLLABORA CON L'UOMO?
Dopo la scomparsa di Varenne abbiamo assistito all'ennesima orgia di sentimentalismo social. Tra le decine di post che recitavano la litania del "finalmente libero", si è palesato l'ennesimo cortocircuito logico della narrazione animalista: l'idea che l'attività sportiva, l'addestramento e il lavoro siano, per definizione, una forma di "sfruttamento" e di condanna al patibolo.
È ora di abbattere questo dogma da salotto e rimettere la biologia al centro del discorso.
Il primo errore logico sta nell'applicare al cavallo la psicologia dell'uomo moderno. Per l'essere umano l'attività fisica e il lavoro hanno spesso un'accezione negativa e sono associati al dovere, alla fatica o alla costrizione — visione che, per inciso, andrebbe profondamente rivista anche per l'uomo stesso.
Ma per il cavallo — animale sociale, preda dinamica ed esploratrice — il movimento, la coordinazione e l'apprendimento sono bisogni etologici primari.
Pensare che un cavallo stia bene solo se "lasciato in pace" a "non fare nulla" significa scambiare il benessere con la depressione da abbandono. Un cavallo privo di stimoli cognitivi, di interazione e di compiti da svolgere non è un animale "libero": è un animale a rischio di stereotipie, frustrazione e apatia.
Varenne non correva perché "costretto": correva perché era il Trottatore più forte della storia, il vertice assoluto di una selezione plurisecolare orientata al movimento, alla potenza e alla competizione.
Negare la spinta genetica di un atleta equestre significa negare la sua stessa natura. Un Purosangue o un Trotter d'élite provano un reale appagamento nell'esprimere il proprio potenziale atletico.
L'attività agonistica condotta con tecnica, preparazione fisica e rispetto della fisiologia libera endorfine e genera gratificazione. L'idea che il cavallo debba essere "salvato" dal suo stesso talento è la vittoria dell'ignoranza sulla zootecnia.
Il cavallo è un animale da branco che cerca la cooperazione e si affida volentieri a una guida chiara. Il lavoro ben fatto con l'uomo — che sia il salto ostacoli, il trotto, la m***a da lavoro, la corsa o il dressage — non è coercizione: è un linguaggio comune, è interazione, è una costante risoluzione di problemi, un esercizio di intelligenza e coordinazione che stimola l'animale a livello mentale e relazionale.
Chi parla di "sfruttamento" a prescindere non ha mai visto lo sguardo di un cavallo a fine gara o la complicità che si crea tra un atleta equino e il suo driver, fantino, cavaliere o amazzone.
Il vero controsenso è questo: da un lato si pretende di "rispettare la natura" del cavallo come essere "senziente", dall'altro si nega la sua biologia di atleta, la sua storia evolutiva e la sua intelligenza relazionale, riducendolo a un peluche da compatire, come se nella sua stessa "senzienza" non potesse essere contemplato, per nessuna ragione, proprio il piacere di essere in relazione e in cooperazione con l'uomo. 🤷🫣🤔
Difendere il cavallo significa tutelare la sua salute, pretendere il rispetto assoluto delle regole veterinarie e condannare senza sconti chi lavora male o abusivamente.
Ma pretendere di trasformare animali selezionati per l'eccellenza atletica in soprammobili da giardino per soddisfare la frustrazione ideologica umana è il più grande atto di violenza culturale che si possa compiere nei loro confronti.
Il cavallo non vuole essere "liberato" dalla sua storia evolutiva. Vuole essere capito, rispettato e allenato con competenza.