31/05/2026
QUALCUNO LO DOVRA' PUR DIRE!
(Di Patrizia Coffaro)
Lo so, questo post darà fastidio... lo so già, so che qualcuno si sentirà punto sul vivo, qualcuno si indignerà, qualcuno dirà che sono troppo dura, che non bisogna giudicare, che la malattia arriva e basta, che è destino, che è genetica, che è sfortuna, che quando deve succedere succede. Ma io non sono qui per compiacere nessuno, non scrivo per farmi applaudire da tutti e nemmeno scrivo per rassicurare una società che sta cadendo a pezzi mentre continua a far finta che vada tutto bene. E se per dire certe cose perderò persone che mi seguono, pazienza... preferisco perdere consenso che perdere il rispetto per la verità.
Perché a un certo punto bisogna anche avere il coraggio di dirlo, di aIzare la voce... siamo diventati una società che mette la testa sotto la sabbia come gli struzzi e poi chiama sfortuna ciò che spesso è il risultato di anni di incuria, diseducazione, cattive abitudini, stress cronico, alimentazione povera, sedentarietà, sonno distrutto, infiammazione ignorata, segnali del corpo zittiti e prevenzione completamente assente. E attenzione, non sto dicendo che chi si ammala se l’è cercata. Non sto dicendo che ogni malattia sia colpa della persona, sarebbe crudele, falso e anche stupido. Esistono genetica, ambiente, traumi, povertà, esposizioni tossiche, diagnosi tardive, errori medici, condizioni imprevedibili, sistemi sanitari lenti, famiglie che non sostengono, lavori massacranti e vite che non permettono a tutti le stesse possibilità. Ma proprio perché la realtà è complessa, non possiamo continuare a rifugiarci nella frase più comoda del mondo... è destino.
No, non sempre è destino... a volte è un sistema che ha fallito, a volte è una cultura che ha fallito, a volte è una medicina che interviene quando l’incendio è già divampato, invece di occuparsi delle scintille. A volte è una società che normalizza stanchezza cronica, insonnia, pancia gonfia, pressione alta, glicemia alterata, ansia, infiammazione, dolori, reflusso, colon irritabile, sovrappeso, obesità infantile, farmaci presi come caramelle, e poi si stupisce quando il corpo presenta il conto.
Abbiamo una spesa sanitaria pubblica annuale di circa 140 miIiardi di euro. Sapete cosa vuol dire? Vuol dire che ogni anno spendiamo una quantità enorme di risorse per curare, tamponare, gestire e contenere malattie che in molti casi potevano essere almeno intercettate prima. Non eliminate tutte, certo, non siamo onnipotenti e chi promette la prevenzione totale vende illusioni. Ma tante malattie potevano essere ritardate, tante complicanze potevano essere evitate, tanti ricoveri potevano non arrivare, tante persone potevano essere educate prima, accompagnate prima, ascoltate prima. Le malattie che pesano di più sul sistema sanitario sono sempre loro... cardiovascolari, tumori, diabete e malattie metaboliche, respiratorie croniche, neurodegenerative, renali, muscolo-scheletriche. E molte di queste non compaiono dal nulla una mattina, come un fulmine mandato dal cielo... spesso maturano per anni nel silenzio.
Pressione alta ignorata, glicemia borderline lasciata lì, insulina alta mai cercata, fegato grasso minimizzato, sovrappeso trattato come questione estetica e non metabolica, sonno pessimo considerato normale, dolori coperti da antinfiammatori, intestino che urla e viene zittito, colesterolo letto spesso in modo superficiale, senza guardare il quadro complessivo, stress cronico trasformato in stile di vita e intanto il corpo registra tutto. Il corpo non dimentica, il corpo compensa, compensa, compensa… finché può; poi cede e noi chiamiamo quel cedimento malattia improvvisa... improvvisa? No, spesso improvvisa è solo la diagnosi, il processo era iniziato molto prima.
Il punto è che la vera prevenzione, oggi, quasi non esiste, esiste la parola prevenzione, certo, a troviamo negli sIogan, nei convegni, nelle campagne istituzionali, nei libretti colorati... ma la cultura reale della prevenzione dov’è? Dov’è l’educazione alimentare seria? Dov’è l’insegnamento su cosa sia davvero un cibo nutriente? Dov’è la spiegazione semplice di cosa fanno zuccheri, farine raffinate, oli scadenti, cibi ultra-processati, bevande dolci, merendine, snack, prodotti confezionati pieni di ingredienti che il corpo non riconosce come nutrimento? Dov’è la cultura del mangiare sano? Non c’è. O meglio, c’è pochissimo. In compenso c’è ovunque la promozione del mangiare processato, povero di nutrienti, comodo, veloce, colorato, pubblicizzato, normalizzato e il bello, si fa per dire, è che lo diamo anche ai bambini.
Bambini già obesi a tre anni, bambini che fanno colazione con zucchero, merenda con zucchero, pranzo con farine raffinate, cena con prodotti confezionati, e poi ci stupiamo se sono infiammati, stanchi, agitati, affamati di continuo, con il microbiota devastato e il metabolismo già in difficoltà. Ma cosa stiamo diventando? Davvero possiamo far finta di niente? Davvero possiamo continuare a dire sono bambini, lasciamoli vivere? Ma vivere non significa essere riempiti di prodotti industriali dalla mattina alla sera. Quella non è libertà, quella è programmazione metabolica al disastro e non è amore... è ignoranza travestita da indulgenza.
L’egoismo di una famiglia si vede anche a tavola, lo so, è una frase dura, ma qualcuno deve pur dirla. Perché il cibo non è solo quello che piace, il cibo è informazione biologica, è costruzione del corpo, è educazione, esempio, responsabilità. Quando un bambino cresce pensando che mangiare significhi aprire pacchetti, bere bibite, ricevere dolci per ogni emozione, placare la noia con il cibo e vivere davanti a uno schermo con qualcosa in mano da sgranocchiare, non stiamo solo dandogli calorie, gli stiamo insegnando un rapporto distorto con il corpo, con il piacere, con la fatica, con il limite, con la salute e poi, da adulto, magari si sentirà pure dire che è solo genetica.. certo, la genetica conta, ma non usiamola come lavatrice morale per pulire tutto il resto.
E intanto sui social cosa vediamo? ReeI di persone obese che si mettono a tavola davanti a quantità assurde di cibo e la chiamano dieta, trasformano il proprio corpo in spettacolo, monetizzano sulla provocazione, sulla rabbia, sul disgusto, sulla curiosità morbosa della gente. Piattaforme che fingono di non vedere, ma cosa stiamo diventando? Una civiltà che guarda il proprio collasso metabolico in diretta e lo chiama intrattenimento? Una società che monetizza sull’autodistruzione e poi chiede più ospedali, più farmaci, più posti letto, più assistenza?
E qui arriviamo a un altro punto, il più grave... la medicina oggi, troppo spesso, è diventata medicina del numero, non della persona. Vedi un valore appena fuori range e parte subito la prescrizione. Il colesterolo è un po’ alto? Statina. La pressione è alta? Farmaco. La glicemia sale? Farmaco. Il reflusso? Farmaco. L’ansia? Farmaco. Il dolore? Farmaco. Il sintomo viene zittito, il terreno raramente viene studiato e sia chiaro, i farmaci salvano vite, le statine, in alcune persone, possono essere necessarie e importantissime. Nessuno sta dicendo di rifiutare una terapia quando serve davvero. Ma il punto è proprio questo... quando serve davvero? È stata valutata la persona o solo il numerino? È stato guardato il rischio cardiovascolare globale? È stata considerata la storia familiare, la pressione, il fumo, il diabete, il peso viscerale, l’infiammazione, la sindrome metabolica, la Lp(a), l’ApoB, il rapporto tra particelle aterogene e quadro metabolico? È stata controllata la presenza di placche, quando indicato, con esami appropriati come ecocolordoppler carotideo o altri strumenti valutati dal medico? È stato calcolato il rischio reale a dieci anni, non solo letto un valore isolato su un foglio? È stato chiesto alla persona come mangia, come dorme, quanto si muove, quanto stress vive, se ha fegato grasso, insulino-resistenza, trigliceridi alti, vita addominale aumentata?
Perché la reale necessità di una statina non si valuta guardando un solo numerino come se il corpo fosse una tabella Excel. Si valuta il rischio cardiovascolare complessivo. Si valuta se quella persona ha già avuto eventi cardiovascolari, se ha diabete, ipertensione, fumo, familiarità importante, placche documentate, valori di LDL molto elevati, Lp(a) alta, ApoB elevata, infiammazione metabolica, età, sesso, storia clinica... si valuta il quadro, si valuta il terreno, la persona... e poi si decide. Ma decidere significa ragionare, non fare copia-incolla di protocolli come se ogni essere umano fosse identico all’altro.
E allora la domanda, dura ma inevitabile, è questa... alcuni medici sono ancora medici o sono diventati esecutori automatici di linee guida e rappresentanti indiretti di una medicina solo farmacologica? Hanno ancora a cuore la salute reale delle persone o si sono abituati a spegnere spie luminose senza chiedersi perché si siano accese? Naturalmente non parlo di tutti, ci sono medici meravigliosi, preparati, coscienziosi, che ascoltano, studiano, personalizzano, spiegano, educano. Ma dobbiamo anche avere il coraggio di dire che esiste una medicina sempre più frettolosa, burocratica, numerica, farmaco-centrica, che al primo sintomo prescrive e al primo valore alterato medicalizza, senza domandarsi se quel farmaco poteva essere evitato, ritardato o affiancato a un vero cambiamento dello stile di vita.
E il paradosso è che alla gente, spesso, va bene così, anzi, lo pretende... perché cambiare stile di vita è faticoso, prendere una compressa è più semplice, dormire meglio richiede disciplina sin dalla mattina, non solo gli ultimi minuti prima di addormentarsi. Muoversi richiede volontà, mangiare diversamente richiede organizzazione, ridurre alcol, zuccheri, farine raffinate e porcherie industriali richiede una scelta... guardarsi dentro richiede coraggio. Allora meglio dire: “Tanto prendo il farmaco”. Come se il farmaco fosse una carta jolly capace di cancellare tutto. Ma quanto pensate di compensare? Quanto pensate che il corpo possa reggere una vita biologicamente disordinata solo perché avete una prescrizione in tasca? Il farmaco può essere necessario, può essere salvavita, può essere un supporto prezioso, ma non può diventare l’alibi per continuare a vivere contro il proprio corpo.
Nei primi del Novecento esistevano medici che parlavano già di terreno, alimentazione, aria, luce, movimento, intestino, abitudini, costituzione, prevenzione vera. Non avevano tutti gli strumenti diagnostici di oggi, certo, e non tutto ciò che veniva detto allora era corretto. Ma avevano spesso una cosa che oggi si è persa... la visione d’insieme. Guardavano la persona prima della malattia, guardavano il modo di vivere prima della prescrizione, guardavano il terreno prima del sintomo. Oggi abbiamo tecnologie meravigliose, esami sofisticati, farmaci potenti, chirurgia avanzata. Ma abbiamo perso, troppo spesso, il buon senso biologico di base e senza quello, la medicina diventa una corsa continua dietro ai danni.
Io non sto dicendo di tornare indietro, sto dicendo di andare avanti... ma andare avanti non significa avere più farmaci per compensare più errori. Significa creare una cultura della salute prima della malattia, significa insegnare ai bambini cosa sia il cibo, significa smettere di premiare l’industria dell’ultra-processato mentre poi facciamo campagne contro l’obesità. Significa smettere di fingere che basti fare uno screening ogni tanto per chiamarla prevenzione, significa educare le persone al corpo, al metabolismo, al sonno, al movimento, al sistema nervoso, all’infiammazione, alla qualità degli alimenti, alla responsabilità quotidiana. Significa anche avere una medicina che non umili il paziente, ma nemmeno lo infantilizzi. Perché dire sempre... non è colpa tua... può essere compassionevole, ma se diventa non puoi farci nulla, allora è una condanna.
La vera prevenzione non è colpevolizzare, la vera prevenzione è restituire potere. È dire... guarda che qualcosa puoi fare, non tutto, ma qualcosa sì. Non puoi controllare ogni destino, ma puoi smettere di collaborare con la tua distruzione. Non puoi cambiare i tuoi geni, ma puoi cambiare il terreno in cui quei geni si esprimono... non puoi evitare ogni malattia, ma puoi ridurre il rischio, migliorare la risposta del corpo, intercettare prima, arrivare meno devastato al punto critico.
E invece viviamo in una società che da una parte promuove cibo spazzatura ovunque, dall’altra vende farmaci per gestire le conseguenze. Prima ti ammala culturalmente, poi ti cura farmacologicamente... ti abitua a consumare prodotti poveri di nutrienti, poi ti spiega che sei fragile, difettoso, cronico, destinato e colpa della genetica. Prima ti rende dipendente dalla comodità, poi ti vende la compensazione e guai a dirlo, perché appena tocchi questi argomenti partono le accuse... sei estrema, sei contro i farmaci, sei contro i medici, colpevolizzi i malati. No, io sono contro l’ipocrisia, sono contro una società che produce malattia e poi finge di essere sorpresa dal conto.
Non tutto si può evitare, ma molto si può fare e quel molto oggi viene ignorato perché non conviene, perché richiede educazione, perché richiede tempo, perché richiede responsabilità, perché non monetizza come la malattia cronica. Un paziente educato, consapevole, capace di prevenire, capace di scegliere meglio, capace di ascoltare il corpo, è un paziente meno dipendente e forse è proprio questo il problema.
Io continuerò a essere scomoda, continuerò a dire che la salute non si costruisce solo in farmacia, continuerò a dire che il corpo va rispettato prima che crolli, continuerò a dire che un bambino obeso a tre anni non è tenero, è un segnale di allarme collettivo. Continuerò a dire che una società che monetizza sull’abbuffata, sulla provocazione e sull’autodistruzione ha perso il senso del limite, continuerò a dire che un farmaco può aiutare, ma non può sostituire una vita intera vissuta contro la biologia. Continuerò a dire che la prevenzione vera non è fare finta di curarsi quando ormai il danno è fatto, ma imparare prima a non costruire quel danno giorno dopo giorno.
Poi ognuno scelga pure cosa farsene di queste parole, c’è chi si offenderà, chi riderà, chi si sentirà attaccato, chi dirà che esagero... va bene. Ma io non voglio partecipare al grande teatro del poverini, è tutta sfortuna mentre intorno vedo bambini nutriti con prodotti industriali, adulti seduti davanti a schermi per dieci ore, persone che dormono quattro ore a notte, famiglie che riempiono il carrello di cibo morto, medici che prescrivono senza educare, pazienti che pretendono la pillola per continuare a vivere male, e un sistema sanitario che spende miliardi per rincorrere conseguenze che nessuno ha voluto guardare prima. Questa non è prevenzione, questa è distruzione collettiva... e io, mi dispiace, non ci sto.
XO - Patrizia Coffaro