22/02/2026
I Bizzocchi di Sicilia
(eresia, potere e memoria nell’isola dove tutto passa e niente resta)
Il catarismo fu un movimento ereticale cristiano diffuso in varie regioni d’Europa durante il Basso Medioevo. I catari ritenevano che il mondo materiale fosse dominio del Male, una prigione destinata a contaminare la purezza dell’anima.
Da questa convinzione discendeva una pratica rigorosa: povertà assoluta, rifiuto del possesso, astinenza dalla carne dei mammiferi; e, tra i più radicali, il rifiuto del coito e persino degli specchi, perché ogni forma di riproduzione – della carne o dell’immagine – era vista come perpetuazione della caduta nella materia.
Secondo la loro dottrina non esisteva un inferno eterno: l’inferno era questo mondo, governato da Satana. L’anima vi compiva un breve passaggio, prima di tornare a unirsi a Dio. Una visione che trovò consensi tra i ceti poveri – che nulla possedevano – mentre parte del clero appariva ricca e potente. Anche alcuni sovrani, insofferenti all’autorità papale, guardarono con favore al movimento.
Il catarismo si diffuse soprattutto nel sud della Francia, nel nord della Spagna e nell’Italia settentrionale. Per contrastarlo, il III Concilio Lateranense (1179), convocato da papa Alessandro III, colpì i catari con anatemi e confische, sollecitando i principi a perseguitarli.
L’assassinio del legato papale Pietro di Castelnau (1208) fornì il pretesto per la crociata contro gli albigesi: una lunga guerra che fu insieme repressione religiosa e conquista politica del Midi francese. Con la caduta di Montségur (1244) il catarismo organizzato fu annientato. Le cifre delle vittime sono controverse: la storiografia invita alla cautela, ma la repressione fu indubbiamente feroce.
Alcuni catari trovarono rifugio in Italia e, dal porto di Genova, si spostarono in Sicilia. Federico II, pur attento ai rapporti con il papato, confiscò beni e perseguitò alcuni eretici; suo figlio Manfredi, in chiave antipapale, li accolse e li impiegò anche nell’esercito. Dopo la sconfitta di Manfredi, le comunità passarono alla clandestinità, ma la loro presenza nell’isola continuò a crescere. Viaggi di catari verso la Sicilia sono documentati fino agli inizi del XIV secolo.
Agli inizi del Trecento sembra fosse attivo nell’isola l’ultimo diacono cataro sopravvissuto alle persecuzioni. Papa Martino IV, nella bolla Solebas hactenus mater (1284), lamentava il sostegno che i catari avrebbero ricevuto da Pietro II, padre di Federico III d’Aragona. Si narra inoltre che Arnau de Vilanova, precettore di Federico III e vicino ai beghini catalani, avesse chiesto al re di ospitarli prima della sua morte (1311).
A Montalbano, le chiese di Santa Caterina e Spirito Santo, datate 1310, sono talvolta considerate di matrice catara. Presentano portali romanici – rari nella Sicilia del XIV secolo – e una struttura a navata unica priva di abside e presbiterio; le croci sarebbero state aggiunte in seguito. Secondo l’interpretazione tradizionale, tali elementi sarebbero coerenti con la teologia catara, che vedeva nella croce un simbolo di sofferenza e nell’ostia, materia consacrata, un elemento problematico.
L’Inquisizione pose fine alla presenza organizzata dei catari in Sicilia, con centinaia di condanne a morte. Le fonti tramandano che nessuno abiurò.
Restano forse tracce linguistiche: “bravu cristianu”, eco dei bons homes, e “bizzocchi”, termine che nel XIV secolo designava i catari e che in seguito assunse il significato di persona ipocritamente devota o, per ironico slittamento semantico, di pietanza apparentemente leggera ma difficile da digerire.
Anche Andrea Camilleri ha lasciato un’eco di questa memoria, chiamando Catarella il suo centralinista di Vigata: impacciato, ma di buon cuore. Perché le eresie, finiscono forse nei roghi, ma sopravvivono nelle parole. E la lingua, è il più ostinato dei testimoni.
Fonti: Un tesoro a Montalbano? di Paul Devins & Alessandro Musco; Treccani; Wikipedia