17/06/2024
L’ albero
“La prepotenza ti rende forte per un giorno.
L’umiltà per sempre”
Era la pianta più bella della zona. Spuntata in un terreno assai
particolare: una radura della foresta, sulla punta di una collina. Un
trono; un vero e proprio posto d’onore. Come se gli altri alberi del
bosco avessero chiamato a raccolta tutte le energie, per lasciar libero
quello spazio e farvi nascere il figlio più bello.
Luce e calore fecero il resto: la pianta crebbe robusta e veloce.
In pochi anni raggiunse la punta dei castagni più alti. I suoi frutti
erano coloratissimi; belli a vedersi e dolcissimi al palato. E ogni
anno la produzione raddoppiava. Salire lassù a raccoglierli sul finire
dell’estate, era divenuta per gli abitanti del paese quasi un rituale.
Riempiendo le ceste sotto la chioma possente, non potevano fare a
meno di esaltarne bellezza, vigore ed utilità.
Anche gli altri alberi del bosco lo consideravano un esemplare
eccezionale.
A forza d’ascoltare tutti quegli elogi, si montò la testa. Divenne
molto superbo e vanitoso. Qualsiasi occasione era buona per mettersi
in mostra, ostentando la sua bellezza ad umani, animali, ed altri
alberi del bosco.
D’estate, il verde delle sue foglie era il più lucente di tutti; d’autunno
i suoi colori cangianti assumevano tonalità e sfumature degne di
un pittore. In primavera dava alla luce fioriture straordinarie: la sua
chioma diventava una nuvola ridondante di petali bianchi, che l’aria
modellava e spargeva nell’universo.
Pareva neve.
Naturalmente non era tutto merito suo: senza l’aiuto del vento,
tutta quella coreografia non ci sarebbe mai stata. Ma lui si pavoneggiava
come se lo spettacolo fosse esclusivamente opera sua: si vantava
d’essere l’unico in grado di far nevicare fuori stagione. E la neve
più bella e autentica, era solo quella che produceva lui. Convintissimo
d’essere più attraente, forte, utile e resistente dell’ “altra” neve ...
Ma in realtà, era proprio l’inverno il suo punto debole. Metteva
a n**o i suoi difetti. Difetti minimi, trascurabili; apparentemente insignificanti…
Primo tra tutti, una leggera sproporzione tra altezza e
ampiezza: i suoi rami, per la bramosia d’avvicinarsi il più possibile
agli alberi circostanti e farsi ammirare ancor più da vicino, erano diventati
un po’ troppo lunghi. Bellissimi a vedersi; ma assai vulnerabili
nelle giornate ventose.
E non solo quelle; col senno di poi ...
Odiava l’inverno, perché lo rendeva scheletro, vanificando ogni
possibilità di pavoneggiarsi e farsi notare. Odiava la neve, perché nascondeva
e stravolgeva le sue forme. Al solo vederla, iniziava a coprirla
d’improperi.
Un giorno di giugno si trovò improvvisamente avvolto da una
bufera di fiocchi bianchi. Era terrorizzato, anche perchè le sue foglie
erano spuntate da un bel po’. Nello stesso tempo, non riusciva a spiegarsi
quella stranissima nevicata fuori stagione; e in una giornata
completamente serena; non capiva perchè quei batuffoli bianchi salivano
in sù invece di scendere; e non pesavano e non scioglievano
mai.
Molte ore più tardi capì che non era “neve vera”, ma innocui semi
di pioppo trasportati in alto dalle brezze. Allora, rincuorato, si zittì.
La neve vera, invece, non voleva neanche sentirla nominare.
Questa, dal canto suo, era completamente insensibile alle calunnie.
Cadeva e basta. Muta, senza intenzione.
Secondo Natura.
Ma l’albero, ad ogni nevicata, attaccava briga puntualmente, provocandola
in tutti i modi. Sosteneva d’essere il padrone del prato; il più
forte, perché sotto la sua chioma possente, quella si posava a stento.
Ed anche qualora ci fosse mai riuscita, si sarebbe sciolta assai presto.
Ostentava senza ritegno, spavalda superiorità, vantandosi di potersela
scrollare di dosso come e quando voleva ... (Rubando al sole e
al vento quei magici poteri.)
Le stesse scenate si ripetevano uguali ogni inverno, ad ogni nevicata.
E ogni anno l’albero cresceva. In dimensioni, stupidità e superbia.
Un inverno fu particolarmente lungo. Ad aprile nevicò ancora tre
volte.
A maggio, le giornate sembravano già ben indirizzate verso una
primavera calda e radiosa. L’albero aveva messo le prime foglioline e,
come sempre, iniziava le sue noiose sequele di vanagloria.
Un giorno però, inaspettatamente, nevicò ancora una volta.
Colto di sorpresa, rimase particolarmente stizzito, e reagì in modo
inusitato: inveì come non mai, intimando alla neve di sparire immediatamente
dalla circolazione, perché gli rovinava il vestito nuovo.
Solita tiritera: sosteneva d’essere il padrone unico del bosco; il più
forte, il solo che poteva decidere il bello e il cattivo tempo. E glielo
avrebbe anche dimostrato entro pochi giorni. (Mancava poco, infatti,
alla fioritura.) Urlava che le avrebbe dato una lezione severa,
umiliandola davanti a tutti, coi i petali dei suoi fiori; e tutti quei petali
l’avrebbero alla fine sommersa e sconfitta ... Perché, a differenza sua,
non si sarebbero mai sciolti. La “Neve Assoluta”, l’unica che a suo
dire contava veramente, era solo quella che produceva lui. Qualsiasi
altra “imitatazione” era “insignificante, inutile, inoffensiva, instabile,
inconsistente, impotente ... destinata a sciogliersi al primo raggio di
sole ... e quindi, priva d’alcuna ragion d’essere ...”
La neve non reagiva alle provocazioni; continuava a cadere, per
sua natura; muta e senza intenzione.
E quella fu veramente una nevicata eccezionale: lunga, umida ...
Ma soprattutto, pesante.
I lunghissimi rami dell’albero, con le foglioline appena spuntate,
ne raccoglievano molta più del normale. Dopo poche ore incominciarono
a flettersi in modo abnorme.
L’albero cambiò umore, e la sequela di improperi si affievolì progressivamente.
Per la prima volta in vita sua, sperimentava la fatica;
e soprattutto, la paura. Fatica di contrastare tutto quel peso; e paura
di cedere, non riuscire a sopportare lo sforzo …
Il bailame di provocazioni si tramutò ben presto in un silenzio
irreale.
Poi, a poco a poco, in quell’atmosfera ovattata e grigia, in un flebile
lamento; vago, quasi impercettibile ... Mescolato al fruscio tamburellante
dei fiocchi umidi e pesanti, che continuavano a cadere.
Ad un certo punto accadde una cosa un po’ strana.
Uno di quei fiocchi, ma proprio uno solo, in modo del tutto casuale
e fortuito, andò a posarsi esattamente sul ramo più carico e stremato.
“Mai, un fiocco di neve cade in un posto sbagliato”
Evidentemente, da qualche parte, qualcuno aveva deciso che l’albero
avesse bisogno di una lezione esemplare.
Quel misero batuffolo, “ inconsistente, leggero, impalpabile, inoffensivo
e privo di ragion d’essere” fu la goccia che fece traboccare il
vaso. Il milligrammo oltre il quale, le fibre spossate del legno, squassarono
definitivamente.
Lo schianto fu secco e prolungato. L’eco si sentì da molto lontano.
“ Fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce.”
Immediatamente, la stessa cosa capitò anche ad un altro ramo, poi
ad un altro ancora, e così via. Quelli appena spezzati andavano a
cozzare contro i sottostanti, innescando una reazione a catena. Nel
giro di pochi minuti, dell’intera pianta, non rimase praticamente che il
tronco, n**o e crudo.
L’albero più bello - e vanitoso - della regione, era fuori gioco.
L’estate successiva, gli uomini non salirono più in radura con ceste
e canestri per la frutta. Il lamento petulante delle motoseghe lacerava
l’aria: pulirono i rami caduti e li portarono alle case per l’inverno.
Il tronco superstite, una specie di n**o totem, per il momento
non lo abbatterono ancora, in segno di rispetto e venerazione.
Da quella stagione in poi, l’albero non avrebbe più fruttificato;
null’altro di lui poteva ancora servire agli umani, se non quegli avanzi
di legname sparsi a terra, miseri rimasugli della sua superbia.
......................
Uomini ed alberi, si sa, non parlano la stessa lingua. Le persone
non comprendono il linguaggio delle piante. Invece, quest’ultime,
riescono spesso a percepire molto di più ...
Gli abitanti di Rio Secco non avevano mai potuto rendersi veramente
conto della malvagità di quell’albero; se no, molto probabilmente,
lo avrebbero abbattuto subito; e senza tanti complimenti.
Invece, con doveroso rispetto, si limitarono a raccogliere ciò che la
terra aveva loro donato.
A fine lavori bruciarono gli scarti; le ceneri nutrirono il terreno.
E già ... Il terreno ... la crosta esteriore, la zona più superficiale di
questa martoriata Terra ...
Ma lo sappiamo, in realtà, tutto quel che avviene sotto?
Si dice che gli alberi vivano in comunità organizzatissime, e si prendano
cura l’un dell’altro. Con le foglie creano una specie di cupola
all’interno della quale si mantiene un grado di temperatura e umidità
ideale per la crescita e lo sviluppo del sottobosco. D’autunno le
foglie cadute formano uno strato isolante che protegge le radici dal
freddo. Se un albero ha poche radici, e una tempesta di vento, o il sovraccarico
di neve minacciano di farlo cadere o spezzare rami, troverà
quasi sempre un vicino disposto a sorreggerlo. Gli alberi sono
in grado di percepire se un loro simile è in carenza di nutrimento
o è ammalato; con le radici lo raggiungono, apportando sostanze
vitali, per evitare che muoia. Hanno una sorta di comportamento di
auto-aiuto; sono un romantico esempio di “società di mutuo soccorso”
del regno vegetale. Sono capaci di comunicare tra loro, e possono
scambiarsi anche segnali d’allarme.
Un albero “sente”, quando qualcuno gli si avvicina per fargli del
male. E il suo grande e tragico limite è - purtroppo - quello di non
poter fuggire.
E’ una lotta impari, ancor peggio della caccia col fucile.
Gli alberi provano dolore quando le loro radici vengono scalfite.
Possono distinguere le radici di esemplari della loro specie da quelle
di altre, e possono districarle e indirizzarle altrove, se non vogliono
ve**re in contatto con specifici esemplari. Altri invece le intrecciano
in modo così fitto da morire insieme, nel caso che uno dei due si
ammali ...
La pianta, non avendo alcun vicino che potesse essergli d’aiuto,
rimase come morto per tre lunghi anni.
Ma, come spesso accade:
“ Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”
All’inizio della quarta primavera, sulla corteccia grigia, ruvida e
sfregiata, cominciarono timidamente a spuntare, qua e là, dei piccoli
puntini verdi.
Nel giro di una settimana erano già foglioline.
A fine stagione, piccoli rametti.
Piano piano, la pianta ricominciava a vivere.
In tre anni di duro lavoro, i compagni del bosco che vivevano ai
limiti della radura erano riusciti a sospingere le loro radici sino alle
sue, fornendogli - da sotto terra - i nutrimenti essenziali.
Settimana dopo settimana, mese dopo mese, stagione dopo stagione,
l’albero si riprese gradualmente; ritornò a vivere, e alla fine
campò per altri milletrecentodue anni.
E questa seconda vita, da vecchio albero saggio, fu, in tutti i sensi,
assai diversa dalla prima.
“Il primo tesoro è l’amore,
il secondo la frugalità,
il terzo, non mettersi mai
al primo posto”
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