Renova Bike

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Chapeau….
13/04/2026

Chapeau….

UNA LODE ALL’INATTESO - C'è un luogo, tra i molti del ciclismo, che fa proprio paura. O meglio, che fa più paura degli altri. È il lungo drittone di pavé malconcio che taglia in due la popolazione di faggi, rovere, frassini, aceri e ontani piantati a nord del villaggio di Arenberg, dopo che decenni di sfruttamento agricolo e minerario avevano devastato il bosco.

La Foresta di Arenberg fa paura a chi ci pedala per la quantità di demoni che la popolano. Quelli ben noti della fatica, quelli terribili delle cadute e quelli più subdoli che si nascondono tra una pietra e l'altra, allungando artigli aguzzi come schegge di vetro verso gli inermi tubolari. Il demone della foratura provoca un dolore tutto suo, colpisce lo spirito prima della materia, prende a bastonate la speranza.

Non c'è Parigi-Roubaix in cui questi diavoletti non si ritaglino un quarto d’ora o anche più di celebrità, ma questo pomeriggio sembravano voler giocare da protagonisti assoluti. Hanno colpito a turno ciascun semidio del ciclismo dei giorni nostri, accanendosi con particolare pervicacia verso chi nelle ultime tre stagioni aveva dominato le pietre, la loro dimora. Tra due forature e altrettanti tragicomici cambi di bicicletta, una flemmatica passeggiata sull'erba e persino un conciliabolo improvvisato con il proprio direttore sportivo, oggi a Mathieu van der Poel sembrava essere stato appioppato il ruolo del Van Aert di giornata, in una giornata in cui Wout van Aert pedalava come un Van der Poel.

Mentre davanti se ne andavano, in pochi e fortissimi, dietro a Van der Poel toccava un’impresa da esorcista. I diavoli gli avevano sfilato più di due minuti in poco più di due chilometri. Un verdetto che avrebbe seppellito ogni ambizione, invece lui decideva di chinare il capo e ti**re a tutto vapore, l’aria sempre in faccia. Pedalata dopo pedalata, raccattava per strada obbedienti vagoncini che gli si accodavano senza perturbare la sua concentrazione e, poco dopo, si staccavano, in uno stridio di acido lattico.

Cinquanta chilometri e una manciata di forature (altrui) più avanti, Van der Poel si trovava a una ventina di secondi dai primi. Peccato per lui che tra i primi ci fosse Tadej Pogačar, il futuro ciclista più forte di tutti i tempi, che il proprio sacrificio alle pietre l’aveva già offerto nella prima parte della corsa con numero tre forature, e un anno fa con la più rumorosa delle sue rare cadute.

Pogačar si impegnava a fondo per impedire il rientro di Van der Poel, forse perché dentro di sé il campione del mondo e di tante altre cose pensava che non ci fosse situazione migliore che giocarsi la vittoria contro colui che più di tutti negli ultimi anni era stato oggetto di sgambetti di demonicchi e mostriciattoli assortiti: Wout van Aert, l’ultimo ostacolo nella f***e rincorsa di Pogačar al trionfo nella quinta classica monumento consecutiva.

Gli ultimi cinquanta chilometri della Roubaix 2026 sono una lode all'inatteso. Cominciano all'uscita del terribile settore di Mons-en-Pévèle, quando Pogačar fa un'accelerata alla Pogačar, attraversa la nube rossa di un fumogeno e guarda in basso, per controllare tra le proprie gambe se l'ombra della ruota di van Aert sia ancora lì. Quando Pogačar fa un'accelerata alla Pogačar, di solito pure le ombre si perdono all'orizzonte: ma stavolta Van Aert è a ruota, e a ruota rimane.

È difficile anche solo immaginare quanto possa essere costato ti**re i freni, nicchiare, lasciare il gioco nelle mani del compagno d'attacco a uno come Wout van Aert, che del dare tutto – spesso troppo ­– su e giù dalla bici ha fatto il suo marchio. Transitando tra una folla che pare il Mar Rosso al passaggio di Mosè in un film peplum, il fiammingo erige un argine alla propria spontanea esuberanza.

Lungo i chilometri di pura sospensione che portano al Velodromo André Pétrieux, osserva Pogačar fare esercizi di stretching in sella, lo affianca a mezza ruota per sopravanzarlo nei tratti di pavé e riaccodarsi sull'asfalto. Per alcuni minuti la Roubaix sembra una gara normale, la gara qualsiasi che non è mai stata, specialmente per lui.

L'8 aprile del 2018, Wout van Aert era partito per la sua prima Roubaix ricco di curiosità. In squadra con lui c'era un altro esordiente, Michael Goolaerts, stessa età, stessa provenienza, stessi sogni. Goolaerts quella corsa non l'avrebbe mai conclusa, stroncato da un infarto e una caduta mentre si trovava in fuga, nel settore di Biastre, a inizio corsa. Da allora, Van Aert ha pensato che avrebbe dovuto vincere la Roubaix per dedicarla al compagno e alla sua famiglia. Non è dato sapere quante volte abbia fatto ricorso a questa motivazione nel lungo corollario di cadute, infortuni, forature, sfighe varie che hanno segnato la sua carriera, facendogli raccogliere un bottino sproporzionato per difetto al suo talento.

Non è dato sapere se pensi a questo quando arriva in Avenue Roger Salengro, dove tre frecce disegnate sull’asfalto segnalano la deviazione più famosa del ciclismo mondiale. Sono grandi, bianche, ridipinte di recente. Impossibile non vederle. Quella sul lato sinistro della carreggiata è lunga e dritta: invita le ammiraglie a proseguire lungo il viale. Sul lato opposto, due frecce più corte, arcuate, impilate una sull’altra, puntano decise a destra, verso rue Alexandre Fleming. C’è scritto “coureurs”, sotto queste frecce: come se i coureurs della Parigi-Roubaix avessero bisogno di leggerlo, che di là c’è il Velodromo. Come se non lo percepisse già ogni loro muscolo, se le loro fibre vessate dal pavé non fossero da 258 chilometri calamitate da quella specifica curva, da quella strada secondaria di un’umida città industriale del Nord della Francia, da un ingresso che è un’uscita: l’uscita dall’Inferno, il varco oltre il quale i destini si compiono e le storie convergono.

Sarebbe potuto essere il giorno della Storia, ciclisticamente maiuscola, dell'ultima perla mancante a Pogačar; è diventato il giorno della storia umana e passionale di Van Aert e dell'ispirazione che ha rappresentato nel suo percorso Goolaerts. È verso di lui che punta il dito il vincitore della Roubaix 2026, al termine di una volata immaginata per una carriera intera e dominata contro Pogačar e le sue gambe spaziali ridotte “a spaghetti” (parole dello sloveno).

Dopodiché Van Aert si sdraia per terra, accoglie le felicitazioni di ogni preparatore, compagno di squadra e avversario, a partire dal rivale per eccellenza, Van der Poel. Infine si rialza commosso, vagando per la zeriba di Roubaix come un pugile appena sceso dal ring. Ritroverà il sorriso solo dopo diversi minuti, per sfoggiarlo più smagliante che mai sul podio, dopo che una boonenesca Franziska Koch avrà sconfitto Marianne Vos in volata, concludendo una giornata di ciclismo impossibile da dimenticare.

Nell'urlo di van Aert, mentre solleva il sampietrino inseguito per una vita, c'è la liberazione di un campione che ha avuto la meglio sui demoni che lo bersagliavano. O forse, più semplicemente, ci sono la soddisfazione di un campione che ha raggiunto un obiettivo importante, e quella di un uomo che ha tenuto viva la memoria di un amico.

Gli chiedono: «Non hai smesso mai di crederci?»

A questa domanda sarebbe facile rispondere di no. Sarebbe naturale sostenere di averci creduto ogni singolo istante: chissà quante volte è stata data questa risposta nella storia dello sport. Certo, sarebbe retorico se a pronunciarla fosse uno come lui, suonerebbe preconfezionata, ma in un giorno del genere gliela perdoneremmo. Invece Van Aert, in perfetto stile Van Aert, ammette che sì, ha smesso di crederci un sacco di volte.

Ecco cos’è che lo rende diverso, ecco perché non c’è nessuno nel Velodromo e fuori dal Velodromo che non sia felice della sua vittoria: in Wout van Aert esiste la crepa, trovano dignità il dubbio e la contraddizione. Tutte le deviazioni impreviste, le frecce mancate, gli artigli dispettosi che ha incontrato in carriera hanno sfrondato il personaggio, offrendoci sprazzi limpidi della persona. Un innamorato pazzo del ciclismo che è fragile come noi, e tenace come vorremmo essere noi: «Ho smesso un sacco di volte di crederci, ma la mattina dopo ho sempre ricominciato a battermi».

Testo: Filippo Cauz / Leonardo Piccione
Foto: Tornanti.cc

Nuova verniciatura a POLVERE naturale…..HEY!!! Come direbbe   PARIGI-ROUBAIX is coming….
04/03/2026

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HEY!!! Come direbbe
PARIGI-ROUBAIX is coming….

🔥🔥 Stamattina.Pane. Marmellata d’arance. Silenzio.“Ma se bastasse pedalare…”Ci penso.Un secondo. Poi:“Fanculo. Magari.”
24/02/2026

🔥🔥 Stamattina.
Pane. Marmellata d’arance. Silenzio.

“Ma se bastasse pedalare…”

Ci penso.
Un secondo.
Poi:

“Fanculo. Magari.”

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21/02/2026

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Pensiero.No ma dai cosa metti i copri scarpe a fare……non ha messo acqua…..Paris-Rouabaix stiamo arrivando…..
20/02/2026

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No ma dai cosa metti i copri scarpe a fare……non ha messo acqua…..
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Ogni riferimento e’ puramente casuale…..
14/02/2026

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26/01/2026

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17/01/2026

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Post muto…..Manca solo il miele…..
17/01/2026

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14/01/2026

E via di saldi di invernali…….
Accessori e abbigliamento……
Dal 20% al 75%…….

Del resto,
non importa quanto costa qualcosa, ma quanto forte è lo sconto……giusto?

Sempre a TUT-A……
22/12/2025

Sempre a TUT-A……

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