31/08/2026
Stadio, amore e sconcerto: il battesimo di Vittoria Maria nella sauna del Maradona
Ci sono pomeriggi in cui il calcio smette di essere solo una questione di schemi o di tre punti e diventa pura emozione viva, intrecciata alla vita vera. Ieri alle 18:30 al Maradona era uno di quei pomeriggi. Un caldo soffocante, quasi surreale: una sauna a cielo aperto in cui ci si aspettava quasi di veder spuntare un cammello tra le auto imbottigliate nel traffico di Fuorigrotta. Ma la calura scompare di fronte alla magia più grande: la prima volta allo stadio di mia figlia Vittoria Maria, che proprio domani compie 5 anni.
Occhi sgranati verso il campo, le bandiere che sventolano e un cuore di padre che batte all'impazzata. Per lei, per noi, per un legame d'amore azzurro che si rinnova.
Il campo, però, ha restituito un'amarezza nerissima. Il Napoli di Max Allegri si schiera con un 4-3-3: Meret tra i pali, difesa con Di Lorenzo, Rrahmani, Rafa Marín e Olivera; a centrocampo la solita diga composta da Anguissa, Lobotka e McTominay; davanti il tridente Politano, Højlund e Lang. Pronti via, e il Como del tecnico Cesc Fàbregas mette subito in chiaro di voler dominare il gioco. Per i primi minuti non strusciamo un pallone, gli avversari lo fanno scorrere veloci, pur senza affondare. Poi l'illusione: un pallone vagante in area azzurra che Anguissa non riesce a spingere in rete e che Olivera scaraventa alle stelle.
Al 18' la doccia fredda. Olivera viene anticipato di netto da Assane Diao, che mette un pallone al centro per Martin Baturina: il croato controlla, si gira e realizza il gol dello 0-1.
La reazione del Napoli è immediata: Lang potrebbe pareggiare subito, ma il suo colpo di testa sfila alto. Ci pensa poi Højlund con una perla: controllo delizioso al limite e un tiro a incrociare splendido che passa tra le gambe del difensore e gonfia la rete. È il gol dell'1-1 che fa esplodere il Maradona.
L'entusiasmo dura appena 5 minuti. Una fatale ripartenza dal basso dà il via alla fiera dell'orrore: passaggio scellerato di Anguissa per Rrahmani che non spazza via, consentendo a Tasos Douvikas di punire il pasticcio difensivo e firmare l'1-2 per il Como. I lariani continuano a spingere e nel finale di primo tempo sfiorano per due volte l'1-3: prima siamo fortunati, poi è un super Meret a sventare la minaccia.
Nella ripresa parte la girandola dei cambi: entrano De Bruyne, Alisson Santos, Spinazzola, Neres e Lucca, ma la musica non cambia. Il Napoli è incatenato, incapace di essere incisivo. Manovra lenta, squadra sfilacciata e lunghissima, giocatori con una condizione fisica pessima (forse appesantiti dai carichi di lavoro per essere al top in vista del debutto in Champions League).
Si produce pochissimo: il giovane Vergara resta in panchina, mentre Politano resta in campo continuando a combinare poco o nulla sulla destra. In pieno recupero, l'illusione finale: Lobotka la mette dentro, ma l'arbitro annulla per fuorigioco di Lucca. Finisce 1-2.
L'impressione lasciata dallo stadio è pessima, quasi catastrofica. La catena difensiva di centrosinistra è apparsa fragilissima, con Olivera e Rafa Marín attaccati e messi sistematicamente in crisi dagli uomini di Fàbregas. Il mercato ha mostrato i suoi limiti: la cessione di Gutiérrez e gli arrivi di Favasuli e Badiashile – presi con casse evidentemente asciutte dopo i grandi investimenti della gestione Conte – sembrano aver indebolito la rosa. Ciò che spaventa davvero è l'atteggiamento: assenza totale di riaggressione, squadra che quando perde palla si rifugia tutta in un blocco basso davanti alla propria area.
Volendo fare una previsione lucida su quanto visto tra Genova e la sconfitta di ieri, a oggi questo Napoli rischia di non andare oltre un sesto o settimo posto. Spero vivamente di sbagliarmi con tutto il cuore, per me e per la piccola Vittoria Maria, tornando a casa con la speranza che sia stata solo una storta da catalogare tra le "giornate no".
Auguri piccola mia, e nonostante tutto: Forza Napoli Sempre!