28/08/2026
EDITORIALE GRANATA
Di Fabio Pernechele
𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗥𝗔𝗕𝗕𝗜, 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗠𝗠𝗘𝗡𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗧𝗜𝗙𝗢𝗦𝗢
Radicalizzare e per certi versi conformare oggi nella propria mente un pensiero di calcio legato esclusivamente al desiderio irrefrenato di arricchimento puramente economico -per quanto di fughe in medioriente o in terra araba ne sia ghiotto di esempi lo sport più bello al mondo (chissà fino a quando si riuscirà a definirlo in questi termini)- rimane ogni volta difficile da mettere in pratica, specie se a lasciare in maniera poco rispettosa una squadra è un giocatore che sul campo, fino a poche settimane prima, aveva dimostrato con grinta e impegno il giusto attaccamento alla maglia finora indossata. Penso più a quei bambini che a dieci minuti dal termine di ogni partita incrociano le braccia appoggiate sulla ringhiera sottostante la tribuna Est speranzosi di ricevere una maglietta dai propri idoli o almeno un saluto. Rattrista perché proprio quei bambini un "prima" non l'hanno vissuto. Per quanto un padre di 40 anni come me possa cercare di trasmettere al proprio figlio cosa significhi essere legati ad un club e il conseguente significato di rifiutare offerte faraoniche perché come disse Totò Di Natale "Ho detto di no alla Juventus, la mia famiglia sta bene a Udine", se l'esempio non arriva direttamente da chi deve essere protagonista sul campo, i nostri figli mai avranno l'idea di quel "prima" che c'è stato, fatto di professionalità e rispetto. Ecco, credo sia mancato tutto questo nel caso Rabbi.
FABIO PERNECHELE (Altopiano di Asiago)