05/09/2022
Forse non solo Binotto...
No, no e ancora no. Il risultato di Spa-Francorchamps non ha rappresentato un semplice inciampo in una stagione in cui la F1-75 ha quasi sempre dimostrato di essere una monoposto straordinaria che, qualora fosse stata assistita da un team alla sua altezza, avrebbe di certo raccolto risultati diversi.
Spa-Francorchamps ha segnato lo "sprofondo rosso" a livello politico della Scuderia Ferrari, tramutatosi poi in ecatombe qui a Zandvoort, nonostante la grande illusione consegnataci dalle qualifiche di ieri.
Tutto quel che di buono la squadra capitanata da Mattia Binotto aveva costruito con la primogenita di questo nuovo ciclo tecnico, è stato infatti letteralmente spazzato via dalla direttiva tecnica numero 39, che ha posto una pietra tombale non solo su questa stagione, ma forse addirittura anche sulle prossime.
Non esiste altra spiegazione, a mio parere: prima del Gran Premio del Belgio, abbiamo sempre avuto la fortuna di assistere ad un campionato tirato, dove "la colonnina della sofferenza" la faceva da padrona. I distacchi tra Verstappen e Leclerc erano irrisori, ed eravamo certi che questo duello si sarebbe protratto fino ad Abu Dhabi.
Ci sbagliavamo: a cambiare le carte in tavola a partita in corso ci ha pensato la Federazione Internazionale, che sospinta e supportata da Mercedes (ora superiore alla Ferrari, quando ad inizio stagione pagava circa un secondo al giro) ha agito in nome della sicurezza, palliativo utile a nascondere il fallimento tecnico delle W13, che paiono ora diventate finalmente degne dello stemma che portano sul musetto.
Voglio essere chiaro: io non mi scaglio contro la scuderia di Brackley, ma piuttosto mi complimento con chi la gestisce (che ha un nome, Toto, ed un cognome, Wolff). Hanno dominato per quasi un decennio, ma non si accontentano mai: hanno ancora fame e dimostrano, ogni volta, di restare attaccati alla propria sete di vittorie, ribaltando pronostici e capitalizzando al massimo le doti tecniche di una vettura nata (cosa molto rara) male.
Ma torniamo a Ferrari: la vittima di un disastro su tutta la linea, che ci riporta indietro nel tempo di tre anni. Correva il 2019, e il Cavallino Rampante, tornato clamorosamente competitivo grazie ad una Power Unit diventata grande a Spa-Francorchamps, si vide nelle settimane successive accerchiato dai team avversari e costretto a ingoiare, al termine della stagione, un boccone amarissimo, che avrebbe digerito solo trentasei mesi dopo, trentasei mesi costituiti da umiliazioni e da sonore sconfitte.
"Ci son cascato di nuovo", canterebbe Mattia Binotto in un ipotetico (e remoto) caso di autocritica. Ancora una volta, il team principal della Ferrari ha chinato il capo, alzando inizialmente la voce per poi abbassarla andando via via senza fiatare.
Ma da Maranello filtrava ottimismo:
"La direttiva tecnica 39/2022 non ci preoccupa".
Ennesima valutazione errata di una stagione che poteva essere, ma che mai sarà.
Una stagione caratterizzata da strategie imbarazzanti, scempi di ogni tipo (anche oggi abbiamo assistito al festival degli orrori) e da illusioni che ogni ferrarista rischia purtroppo di portarsi nel cuore ancora per tanto, troppo tempo.
Il 2023, ora, diviene infatti una grande incognita.
Nel mentre, il tempo passa, e dalla dirigenza tutto tace.
Ma questa non è una novità.
È da tempo una malsana abitudine.
- Alessandro Morini Gallarati (fondatore)
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