28/07/2023
HO LASCIATO IL KARATE DA 3 ANNI E NON ME NE PENTO, di Giulio Roedner
Probabilmente sembrerà insolito leggere un post intitolato così su una pagina dedicata quasi esclusivamente alla pratica del karate, in tutte le sue diverse forme, varianti e interpretazioni.
Sembrerà ancora più strano sapendo che chi scrive ha praticato la suddetta arte marziale per oltre vent’anni, e co-gestisce questa pagina da poco più di una decina.
Quando nel 2013 proposi a mio padre di ri-fondare Yoi in un formato digitale, che potesse essere accessibile a tutti, mai avrei pensato che mi sarei ritrovato a scrivere un post di questo genere, dieci anni dopo. Ma andiamo con ordine.
Quando indossai il gi per la prima volta, alla fine del 1999, ero un tipetto silenzioso e non certo esagitato. Quel genere di bambino che al parco trovavate seduto a giocare con la terra, mentre gli altri urlavano e correvano dietro a un pallone.
Avevo appena 6 anni e di fatto nel karate ci ero nato, essendo figlio di non uno, ma ben due maestri. Perciò non potevo scamparla all’infinito.
“Se devi andare a fare controvoglia un corso di qualche sport e te lo dobbiamo pure pagare, allora tanto vale che vieni in palestra con noi, che almeno è gratis.”
Con queste ispiranti parole, e con un mese di ritardo rispetto all’inizio dei corsi, misi piede nel dojo di famiglia con l’etichetta del raccomandato chiaramente stampata in fronte, e non passarono neanche 10 minuti di riscaldamento prima che un altro bambino si assicurasse di farmelo presente: “Tu sei il figlio del maestro, giusto?”
Già in passato scrissi qui un pezzo sul mio lungo e burrascoso rapporto di amore e odio con l’arte della mano nuda, non voglio fare un noioso copia incolla e perciò mi limiterò a dire che io e il Karate ci siamo voluti molto bene per molto tempo, tra alti (molti) e bassi (quasi altrettanti) e sicuramente il Karate ha dato molto di più a me di quanto io non abbia dato a lui.
Caratterialmente sono stato plasmato, in senso positivo, dalla lunga pratica iniziata in un’età così formativa, e sono certo che senza di essa sarei una persona molto diversa, meno preparata a molti aspetti difficili che la vita ti mette davanti.
Ma nel 2020, nella lunga pausa forzata causata dal Covid, resasi ancor più lunga del previsto per via del susseguirsi dei vari decreti ammazza-palestre, e di difficoltà amministrative per far riprendere i corsi, mi sono trovato costretto, per la prima volta in vita mia, a fare “coming out” con me stesso.
Mi sono reso conto che le due ore settimanali di fatica (tagliate a metà, negli ultimi anni, per via del lavoro) non mi mancavano per niente.
Non sentivo la mancanza della corsa per raggiungere la metropolitana, e poi il viaggio, stipato in mezzo alle schiene sudate e le ascelle odorose all’orario di punta.
Non sentivo la mancanza dei 5 minuti passati a bussare contro il vetro per attirare l’attenzione del custode, mai presente dove avrebbe dovuto essere.
Non sentivo la mancanza dell’effetto ghiacciato del gi indossato in fretta e furia.
Non sentivo la mancanza della ginnastica per sbloccare i muscoli indolenziti da 8 ore di lavoro.
Non sentivo la mancanza della puzza di piedi e degli aliti pesanti.
Non sentivo la mancanza del rumore, dei kiai, dei fondamentali avanti e indietro, dei quadricipiti doloranti, delle caviglie rigide, dei bozzi sulle braccia, della confusione e frustrazione coi maledetti bunkai, del dojokun, della cena ritardata.
Non sentivo la mancanza degli stage in altre regioni, degli esami, dei labbri spaccati, dei fanatici e dei lacchè, degli yes man e oss man, della boria dei collezionisti di Dan, della spocchia di chi spesso si dimentica che, fuori da quel microcosmo, non è e non sarà mai nessuno.
Mi mancavano e mi mancano solo i miei compagni di allenamento di una vita intera, e i miei piccoli allievi entusiasti del corso delle cinture colorate, ma non poteva bastare questo.
Abbiamo passato la nostra intera esistenza a sentirci ripetere, in tutte le lingue e in tutte le salse, da tutti i media, dalla retorica dei film, documentari e romanzi, che non bisogna “mai mollare”, ed è un discorso che va al di là delle arti marziali.
Ci hanno raccontato che chi tiene duro è un duro, e chi rinuncia è un mollaccione fannullone, brutto e cattivo, un debole di spirito.
Chi non resiste è un esempio negativo, prototipo delle nuove generazioni incapaci di saper soffrire e di superare il minimo ostacolo.
Ma se c’è una cosa che ho imparato crescendo, è che se c’è un momento per lottare e ce n’è anche uno per andare via. La sconfitta, o meglio la rinuncia alla battaglia, non è per forza un disonore.
Forse è preferibile il comandante che si accorge che il nemico è troppo potente e numeroso, e momentaneamente batte ritirata, piuttosto del generale pazzo e assetato di sangue, che manda al macello i suoi ultimi uomini per orgoglio personale.
E quindi, quando è stato il momento, ho deciso di dare il mio “arrivederci” al Karate. Non un addio, perché nella vita non si sa mai, e potrei citare tanti compagni di viaggio che ho visto andare via e tornare dopo molti anni.
Ma a prescindere da un mio ritorno o meno sul tatami, io il Karate e i suoi insegnamenti me li porterò con me per sempre, come ho già fatto.
Perché la vita ti mette di fronte prove di resilienza in continuazione, ti mette spesso in situazioni in cui rimanere calmi e lucidi è molto complicato, ti butta in mezzo a personaggi che, se non trovano opposizione, non si farebbero problemi a metterti i piedi in testa, a calpestarti. È lì che, a mio modesto parere, viene fuori il vero utilizzo del Karate. Non si tratta sempre e solo di menar le mani.
Ci sono molte persone che si allenano quotidianamente, ma che realmente hanno smesso da anni di praticare Karate (se l’hanno mai praticato), perché i suoi insegnamenti non li hanno mai compresi, oppure non li hanno mai applicati alla vita di tutti i giorni. Dal mio punto di vista, queste persone fanno ginnastica, non Karate.
Forse il senso del mio post sta proprio qui. Se è vero che il Karate si pratica tutta la vita, e se al contempo è vero che si pratica (anche) al di fuori dal dojo, forse in un certo senso io non ho mai smesso di praticarlo, e mai smetterò.
Ho ‘solo’ smesso di indossare il gi.
E se avessi deciso, per l’ennesima volta, di ignorare i miei dubbi e continuare la pratica?
Per descrivere la sensazione che molto probabilmente avrei avuto, la metafora migliore che mi viene in mente, è la risposta che diede Bryan Cranston, attore protagonista della multipremiata serie TV Breaking Bad, quando gli chiesero, dopo la perfetta conclusione della storia, se sarebbe stato favorevole alla produzione di una nuova stagione.
Rispose così: “È come andare nel miglior ristorante in città. Hai mangiato antipasto, primo, secondo e contorno, tutto buonissimo, hai bevuto anche un ottimo calice di vino e la serata è stata perfetta così. Poi arriva il cameriere e ti propone il dessert. Tu inizialmente sei indeciso, poi alla fine cedi e con fatica mandi giù anche quello. Prima stavi benissimo, ora ti senti scoppiare, e ti chiedi “Ma perché l’ho dovuto mangiare?”