22/10/2013
Domani, vi aspettiamo numerosi!
Il nostro evento dedicato a Rosa Balistreri, giorno 23: https://www.facebook.com/events/418127281621083/
Rosa Balistreri nacque il 21 Marzo 1927 a Licata, campagna dell’Agrigentino, Sicilia sud-occidentale. Figlia di un ebanista, prima di altre quattro femmine e un maschio handicappato, Rosa lavorava nei campi per aiutare la famiglia, nei tempi peggiori spigolava, raccoglieva il grano lasciato da altri dopo la mietitura.
Signuruzzu chiuviti chiuviti,
ca l’arbureddi su morti di siti
mannatini una bona,
senza lampi e senza trona.
L’acqua di ‘n cielu sazìa la terra,
funti china di pietà,
li nostri lacrimi posanu ‘n terra
e Diu ni fa la ca**tà.
Cantava, Rosa, a voce bassa, nei campi. Cantava quando nessuno poteva sentirla, perché il padre l’avrebbe picchiata di nuovo: “le donne non cantano, lo fanno solo le puttane”. Cantava tra sé e sé quando fu data in sposa a 15 anni, ad un poco di buono, per un matrimonio combinato dalle famiglie.Un matrimonio segnato da un marito-padrone, le cui violenze le fecero perdere il primo figlio e averne a forza un secondo dopo una fuga. Marito da cui un giorno Rosa si difese con un coltello.
La Sicilia è la terra dei “cantastorie”, l’esempio più professionale della “fabulazione” meridionale, artisti che sin dall’inizio del novecento hanno portato a perfezione l’abitudine del racconto al sud, tramandato oralmente per generazioni, facendo di esso un mestiere. Soprattutto attraverso i cantastorie della mia zona della Sicilia, la tradizione si arricchì della musica, il cantastorie dell’alternanza di parti cantate a parti recitate con cui narrava storie della tradizione popolare, episodi della letteratura cavalleresca tradotta in siciliano, sintesi di opere liriche e poi fatti di cronaca sotto forma di ballate. Una tradizione culturale che ebbe il suo culmine negli anni ’50 e ’60, per poi soccombere con l’avvento dei mass media.Tradizione tipicamente maschile, quella del cantastorie in viaggio per tutto il sud, che si fermava nelle piazze cittadine per raccontare vicende famose e fatti contemporanei, con chitarra e cartellone. Leggo la dedica che Enrico Ansaldi, presidente dell’associazione nazionale dei cantastorie ha scritto per la manifestazione:
“Questa rassegna sui Canti e Cunti di tradizione popolare è un omaggio sentito a Rosa Balistreri, artista indimenticabile per la forza espressiva, per il coraggio delle idee, per la passione intensa del suo canto. A Rosa, al suo pensiero politico e alle sue lotte sociali, al suo grido lacerante e al suo sguardo innocente sono dedicati i versi, i canti d’amore e di dolore. Rosa fu bandiera di lotte civili. La sua memoria e quella di tutti i cantastorie non deve perdersi, Perdere anche un solo verso del loro canto sarebbe come smarrire un sentiero della nostra storia, della nostra identità."
Invece fu il canto libero di Rosa a diventare presto noto. Tutte le parole ormai urlate: la sua terra, la fame, il carcere, la povertà e la ribellione. Con la sua musica autentica divenne un personaggio popolare nell’ambiente degli artisti e fu voluta da Dario Fo in “Ci Ragiono e Canto”, con cui, quasi quarantenne, iniziò la sua carriera in teatro.In teatro impersonava dei ruoli, ma non recitava. Cantava in Siciliano e interpretava sé stessa. Stava in scena dall’inizio alla fine, coinvolta nell’azione scenica di diversi lavori teatrali (“La lupa”, “La lunga notte di Medea”). Cantava e incarnava il dolore, la miseria, la speranza. Recitando sé stessa ispirò un drammaturgo siciliano che scrisse per lei “La ballata del Sale”: ancora una volta Rosa portò sulle scene sé stessa, nel periodo della sua vita al sud in cui per vivere salava le sarde e cantava. Il suo canto divenne seguitissimo, i suoi concerti, che lei volle sempre tenere nelle piazze, tra la gente, richiamavano f***e in tutt’Italia.
Come il cantastorie, Rosa era in grado di esprimersi in quel modo perché rappresentava un’eredità storica.. Denunciava secoli di oltraggio perpetrato ai danni dei più deboli, e una realtà difficile sulla sua pelle. Il suo canto era quello di chi la storia l’ha subìta, contro il potere ufficiale. Rosa non interpretava, era. Era sopratutto se stessa, selvaggia e autentica.
Lei non si sentiva un’artista e affermava che era il peso della cultura condivisa, riconoscibile, che la faceva comunicare con la gente. La persona era il personaggio, il pubblico non era una comparsa, ma l’interprete principale delle storie di vita quotidiana, dei sentimenti a cui lei dava voce. Una voce capace di farla amare da gente fuori dai confini della sua isola prima, dell’Italia poi. Aveva imparato a suonare la chitarra per cantare: il canto era la sua protesta, il teatro il modo per sopravvivere. Adattava ciò che veniva scritto per lei. Il suo riferimento era la tradizione popolare, in cui, con una metrica precisa, ogni frase è un pensiero compiuto.Mentre la voce di Rosa fece da colonna sonora a diversi film (“La seduzione”, “Il Prefetto di Ferro”, “La Peccatrice”), lei continuava a cantare e a viaggiare. A viaggiare e a fare ricerche. Nella sua Sicilia, tra i contadini, raccoglieva i testi delle canzoni popolari, combatteva a difesa del siciliano come lingua di una terra, da salvaguardare attraverso l’insegnamento a scuola. Custodire il dialetto come identità di un popolo rapinato e unito a forza ad uno stato lontano e diverso:
La Sicilia havi un patruni
un patruni sempri uguali
ca la teni misa ‘ncruci e ci canta u funirali
La Sicilia havi ‘n guvernu
un guvernu ‘taliano
cu la furca a lu capizzu
e la corda ‘nta li manu
Rosa sfruttava la sua popolarità: in Sicilia, in particolar modo, usava la sua presenza e i suoi concerti per parlare alle donne e agli uomini. Associata al comunismo, riversò il suo impegno per la parità e i diritti delle donne, la sua protesta contro ogni forma di segregazione e a favore del diritto all’istruzione per tutti i ceti sociali. Sfruttava la sua posizione per fare arrivare il messaggio alle nuove generazioni che non voleva subissero quello che lei stessa aveva vissuto. Amica di artisti, giudici, giornalisti, esponenti dell’intellighènzia siciliana impegnata a denunciare gli affari della mafia e le connessioni con il governo Italiano assistette alla morte di alcuni di loro e cantò il proprio dolore scrivendo alcune ballate e incitando l’opinione pubblica a prendere posizione contro i soprusi della criminalità da un lato e dello stato dall’altro.
La Sicilia è addummisciuta,
cu un sonnu di li morti
ed aspetta mentri dormi
chii canciassi la so’ sorti.
ma la sorti nun è ostia,
nun è grazia di li santi,
si conquista cu la forza
‘nta li chiazzi e si va ‘vanti!
Recitava in teatro in tournée ne “I mafiosi di la Vicaria” quando fu colpita da un ictus e morì a Palermo il 20 Settembre del 1990.
Testo di Maria Ficara, dal sito: http://www.balistrerirosa.it/
Fonte immagine: http://bit.ly/15SUbbx