22/08/2025
Quando esce dall’ultima curva nei 400 metri della finale olimpica a Montréal, il corpo sembra troppo lungo per reggere quella velocità. Le gambe, alte al punto da sembrare fuori scala, continuano a spingere come se il rettilineo non finisse mai. Alberto Juantorena vince. Con il tempo più veloce mai corso fino ad allora in un’Olimpiade. Pochi giorni dopo vince anche gli 800. Una doppietta che mancava da decenni.
Fino all’estate del 1976, Juantorena era un talento in cerca di una dimensione. Aveva iniziato col basket, nel sistema sportivo cubano che modellava i corpi per scopi politici. Alto, coordinato, potente: sembrava fatto per lo sport, ma non per la corsa. Eppure, una volta portato in pista, ha trovato una lingua propria. All’inizio correva di forza. Poi ha imparato ad ascoltare il ritmo, a spezzare la gara in tre momenti, a usare la potenza come motore silenzioso.
Il suo modo di correre non aveva precedenti. Non tanto per i titoli ma per la forma con cui li otteneva. Portava in pista una teatralità naturale, mai costruita. Ogni suo gesto sembrava portare con sé una grandezza intrinseca. Il suo corpo si muoveva in contrasto con ogni canone di efficienza: ginocchia alte, falcata ampia, baricentro elevato. Ma il risultato era netto. Arrivava prima e nessuno capiva bene come.
A Cuba era già leggenda mentre correva per quello che incarnava. In un Paese che viveva lo sport come rappresentazione ideologica, Juantorena era il volto possibile dell’eccellenza. Parlava con calma, con misura, senza cedere alle provocazioni.
Dopo gli ori olimpici, gli infortuni hanno cominciato a chiedere conto. La caviglia, la schiena, i tendini. Ma anche nella fragilità ha mantenuto rigore. Ha riprovato, ha capito quando fermarsi. Poi ha scelto di restare nello sport: da dirigente, da voce internazionale. Mai nostalgico, mai paternalista.
Il suo stile non ha fatto scuola. Nessuno ha corso come lui. Juantorena non era un modello, era un’eccezione. Ha unito forza e armonia, ha abitato due mondi lontani senza perdere identità. Quando si parla di doppiette olimpiche, il suo nome torna. Perché ha fatto qualcosa che ancora oggi sembra impossibile.