09/09/2026
Julio Velasco ha individuato uno dei limiti più profondi della cultura sportiva italiana: quando si vince, tutto viene celebrato; quando si perde, tutto viene rimesso in discussione. Dopo la sconfitta al tie-break contro la Turchia nella finale degli Europei, il commissario tecnico dell’Italvolley femminile ha rifiutato di considerare l’argento un fallimento. La squadra ha commesso errori, ma non ha avuto paura né smesso di lottare. Un risultato negativo può indicare ciò che deve essere corretto, senza cancellare il valore di un intero percorso.
In Italia, invece, lo sport viene spesso raccontato come un processo sommario. Chi vince diventa un modello infallibile; chi perde deve trovare un colpevole, giustificarsi o azzerare tutto. Vale per gli atleti professionisti, ma anche per allenatori, dirigenti e ragazzi delle società dilettantistiche. Questa ossessione per il verdetto impedisce di valutare la prestazione, la crescita e la qualità del lavoro svolto. Soprattutto, confonde due concetti molto diversi: perdere una gara e avere fallito.
Il problema nasce molto prima dello sport professionistico. Bambini e adolescenti vengono frequentemente sottoposti alle aspettative degli adulti: genitori che contestano le decisioni degli allenatori, società che inseguono il risultato immediato e ambienti nei quali giocare poco viene percepito come un’ingiustizia. Così lo sport smette di educare alla fatica, alla disciplina e al rispetto dei ruoli e diventa una continua richiesta di conferme. Eppure la sua funzione più preziosa dovrebbe essere proprio quella di insegnare ad affrontare il limite, accettare una decisione e ripartire dopo una delusione.
Imparare a perdere non significa accontentarsi. Significa analizzare gli errori senza trasformarli in alibi, riconoscere il merito dell’avversario e conservare lucidità anche quando il risultato fa male. È la condizione necessaria per costruire vittorie durature, perché soltanto chi non viene distrutto dalla sconfitta può utilizzarla per migliorare. L’idea secondo cui il secondo classificato sarebbe semplicemente “il primo dei perdenti” non esprime ambizione: rivela l’incapacità di attribuire valore a tutto ciò che precede il podio.
La lezione di Velasco supera quindi la pallavolo. Riguarda una società che pretende risultati immediati e fatica a riconoscere il valore dei processi, della mia competenza e della continuità. Una vera cultura sportiva non celebra la sconfitta, ma sa darle il giusto significato. Vincere resta l’obiettivo; perdere resta una possibilità inevitabile. La differenza la fanno il modo in cui si compete, ciò che si comprende dopo una caduta e la capacità di tornare in campo senza paura.