Kenzen - La Via Giapponese del Benessere

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KENZEN® – Metodo giapponese di crescita personale che integra Budō, Karate Tradizionale, autodifesa, mindfulness e psicologia positiva per sviluppare equilibrio, salute e forza interiore.

Quando l’allievo trova la propria ViaDopo cinquant’anni dedicati allo studio delle arti marziali, una domanda continua a...
10/09/2026

Quando l’allievo trova la propria Via

Dopo cinquant’anni dedicati allo studio delle arti marziali, una domanda continua ad accompagnarmi: è giusto cercare una propria Via oppure bisogna continuare, per tutta la vita, a percorrere esclusivamente quella indicata dai propri Maestri?

È un interrogativo che sento profondamente, perché non ho mai considerato le arti marziali come una semplice raccolta di tecniche. Per me sono state studio, ricerca, confronto e, soprattutto, trasformazione personale.

Il mio cammino nel Karate Shotokan inizia nel 1974. Da allora questa disciplina ha rappresentato una delle radici fondamentali della mia formazione marziale. Ma nel corso degli anni ho sentito la necessità di conoscere altre espressioni del Budō e altre culture del combattimento.

A questa lunga esperienza si è affiancato lo studio del Karate Shōrin-ryū e del Kobudō di Okinawa, praticati per circa un decennio, che mi hanno permesso di avvicinarmi a una dimensione differente del Karate, più vicina alle sue radici okinawensi e al rapporto tradizionale tra il corpo, il gesto e gli strumenti del Kobudō.

Il mio percorso si è inoltre arricchito attraverso esperienze nelle discipline marziali cinesi e del Sud-est asiatico, incontrando differenti concezioni della distanza, della sensibilità, della fluidità, dell’uso del corpo e dell’adattamento.

Non ho mai vissuto questi incontri come il passaggio da una scuola all’altra alla ricerca della tecnica migliore. Al contrario, ogni disciplina mi ha insegnato qualcosa e, soprattutto, mi ha aiutato a comprendere meglio ciò che già praticavo.

Con il trascorrere degli anni, però, accade qualcosa.

All’inizio l’allievo imita.
Poi comprende.
Successivamente confronta.
Infine, se il cammino è stato sufficientemente lungo e sincero, assimila.

Ed è proprio nell’assimilazione che nasce il mio dilemma.

Essere fedeli ai propri Maestri significa ripetere per sempre esattamente ciò che ci hanno insegnato? Oppure significa custodirne gli insegnamenti così profondamente da permettere loro di continuare a vivere e trasformarsi attraverso la nostra esperienza?

Credo oggi che la tradizione debba essere una radice, non una catena.

Una radice nutre l’albero, gli permette di crescere e gli impedisce di essere portato via dal vento. Ma nessun albero potrebbe vivere se fosse costretto a rimanere per sempre sotto terra insieme alle proprie radici.

Da questa consapevolezza nasce Kenzen.

Non nasce dalla pretesa di aver inventato una nuova arte marziale, né dalla convinzione di aver superato le scuole e i Maestri che hanno contribuito alla mia formazione. Sarebbe presuntuoso e, soprattutto, contrario allo spirito stesso con cui ho sempre praticato.

Kenzen nasce piuttosto dall’esigenza, maturata dopo mezzo secolo di ricerca, di orientare la pratica marziale verso quella che considero la sua forma più profonda di difesa: la tutela della salute e del benessere della persona.

Dalla via della difesa alla via della salute

Per molti anni, come accade a gran parte dei praticanti, ho studiato il combattimento chiedendomi come rendere un gesto più efficace, come controllare un avversario, come reagire a un’aggressione.

Con il tempo, tuttavia, la domanda è cambiata.

Da cosa dobbiamo realmente difenderci nella vita?

Un’aggressione fisica è possibile, ed è certamente importante possedere strumenti che ci permettano di affrontarla. Ma nella vita quotidiana incontriamo molto più frequentemente altri avversari: sedentarietà, perdita della mobilità, tensione, stress, paura, insicurezza, cattive abitudini, incapacità di ascoltare il proprio corpo e difficoltà nel mantenere un equilibrio interiore.

È qui che Kenzen compie la propria scelta.

Kenzen vuole indicare innanzitutto la Via della salute, non la via della cruda difesa personale.

Non si pratica principalmente per imparare a colpire qualcuno. Si pratica per imparare a conoscere e utilizzare meglio il proprio corpo, respirare, muoversi, mantenere equilibrio e coordinazione, sviluppare consapevolezza, presenza mentale e sicurezza interiore.

La capacità di proteggersi non viene eliminata. Al contrario, può emergere naturalmente dalla pratica.

Un corpo più coordinato, una mente più presente, una migliore percezione della distanza, dell’equilibrio e del movimento, una maggiore capacità di controllare le proprie emozioni e di riconoscere ciò che accade intorno a noi rendono inevitabilmente la persona anche più capace di tutelare se stessa.

Ma questa è una conseguenza, non l’obiettivo principale.

È una distinzione che considero fondamentale:

nel Kenzen non pratichiamo per imparare a combattere e, attraverso il combattimento, ottenere benessere; pratichiamo per stare meglio e, attraverso questa crescita, diventiamo naturalmente anche più capaci di proteggerci.

La prospettiva viene quindi rovesciata.

La difesa personale non scompare: cessa semplicemente di occupare il centro della Via.

Al centro torna la persona.

Per questo Kenzen non vuole sostituire il Karate tradizionale e non pretende di presentarsi come un nuovo sistema di combattimento.

Nasce dal Karate, attraversa il Budō, ma guarda alla salute della persona.

Dentro Kenzen esistono inevitabilmente tracce di tutto ciò che ho incontrato: lo Shotokan che mi accompagna dal 1974, lo Shōrin-ryū, il Kobudō di Okinawa, le esperienze nelle arti cinesi e del Sud-est asiatico e, soprattutto, migliaia di ore trascorse a praticare, insegnare, osservare gli altri e interrogare me stesso.

Ma arriva un momento nel quale bisogna smettere di chiedersi soltanto:

«Che cosa mi è stato insegnato?»

e avere il coraggio di domandarsi:

«Che cosa ho compreso da ciò che mi è stato insegnato?»

Forse è questo il passaggio più difficile nella vita di un praticante.

Non smettere mai di essere allievo e, contemporaneamente, assumersi la responsabilità di diventare autore della propria ricerca.

Continuo quindi a considerarmi un allievo. Lo sarò finché avrò la possibilità di salire su un tatami.

Ma dopo cinquant’anni sento anche la responsabilità di lasciare qualcosa che non sia semplicemente la ripetizione di ciò che ho ricevuto.

Kenzen è la mia risposta a questa esigenza.

Non rappresenta il rifiuto dei miei Maestri.

Rappresenta ciò che i loro insegnamenti, insieme a tutte le esperienze incontrate lungo il cammino, sono diventati dentro di me.

29/07/2026

La disciplina non nasce dalla forza di volontà: nasce dalle abitudini

La via giapponese per combattere la pigrizia

Nel nostro tempo siamo portati a credere che tutto dipenda dalla motivazione. Aspettiamo “la giornata giusta”, “l’ispirazione giusta”, “il momento giusto”. E quando quella motivazione svanisce, ci convinciamo di essere pigri.

La tradizione giapponese, invece, ci insegna qualcosa di profondamente diverso.

La disciplina non nasce dall’entusiasmo, ma dalla ripetizione consapevole di piccoli gesti quotidiani. È questa la filosofia che ritroviamo in molti principi della cultura giapponese e che si sposa perfettamente con il Budō e con il Karate.

1. Kaizen (改善) – Il miglioramento continuo

Il Kaizen insegna che non servono rivoluzioni, ma piccoli miglioramenti costanti.

Inizia con un’azione semplice: una tecnica, un kata, una flessione, un minuto di meditazione.

Ogni piccolo passo riduce la resistenza mentale e rende il passo successivo più naturale.

Come diceva Gichin Funakoshi:

“Il karate è come l’acqua che bolle: se smetti di alimentare il fuoco, torna fredda.”

2. Ikigai (生き甲斐) – Una ragione per alzarsi ogni mattina

L’Ikigai rappresenta ciò che dà significato alla nostra vita.

Nel Karate non ci alleniamo soltanto per imparare a combattere.

Ci alleniamo per diventare persone migliori.

Quando il nostro “perché” è forte, la disciplina smette di essere un peso e diventa una scelta naturale.

3. Hara Hachi Bu (腹八分) – Fermarsi all’80%

Gli abitanti di Okinawa seguono ancora oggi il principio dell’Hara Hachi Bu: smettere di mangiare quando ci si sente sazi all’80%.

Questo non riguarda solo l’alimentazione.

È un invito alla moderazione.

Gli eccessi consumano energia; l’equilibrio la conserva.

Una mente lucida nasce spesso da un corpo equilibrato.

4. Crea un rituale

La mente ama i rituali.

Lavora per circa 25 minuti, concediti una breve pausa e associa sempre un piccolo gesto all’inizio della tua attività: un inchino, qualche respiro profondo, il saluto al dojo, una breve meditazione.

Con il tempo il cervello assocerà quel gesto alla concentrazione.

È esattamente ciò che accade entrando nel dojo: il saluto iniziale prepara la mente prima ancora del corpo.

5. Ordine esterno, ordine interiore

La tradizione giapponese attribuisce enorme importanza all’ordine.

Un dojo pulito non è soltanto una questione di igiene.

È rispetto.

È presenza mentale.

È disciplina.

Pulire il proprio spazio significa preparare anche la propria mente.

6. Kintsugi (金継ぎ) – Le cicatrici diventano forza

Il Kintsugi insegna a riparare la ceramica con l’oro, rendendo visibili le fratture invece di nasconderle.

Anche nel Karate gli errori fanno parte del percorso.

Ogni sconfitta, ogni tecnica sbagliata, ogni esame difficile diventa esperienza.

Non bisogna aver paura di sbagliare.

Bisogna aver paura di smettere di imparare.

7. Wabi-sabi (侘寂) – Agisci anche se non è tutto perfetto

Molti rimandano continuamente.

Aspettano di essere più giovani, più allenati, più preparati.

Il Wabi-sabi insegna ad accettare l’imperfezione.

Non esiste il momento perfetto.

Esiste solo il momento presente.

Ed è sempre il momento migliore per iniziare.

8. Costruisci un sistema

La motivazione è fragile.

I sistemi sono solidi.

Annota i tuoi allenamenti.

Tieni un diario.

Fissa piccoli obiettivi.

Celebra i progressi.

Quello che controlliamo con costanza tende a migliorare.

⸻

Il Karate insegna tutto questo da oltre un secolo

Chi pratica Karate sa bene che la cintura nera non arriva grazie alla motivazione.

Arriva dopo migliaia di ripetizioni.

Dopo allenamenti affrontati anche quando si è stanchi.

Dopo errori.

Dopo cadute.

Dopo momenti in cui si vorrebbe mollare.

Il vero karateka comprende che il talento è importante, ma la costanza lo è molto di più.

Per questo motivo, nel Kenzen Karatedō, il Karate non viene insegnato soltanto come insieme di tecniche.

Viene vissuto come un percorso di crescita della persona.

Attraverso il Kenzen Tai, integriamo pratica marziale, respirazione, mindfulness e psicologia positiva affinché il praticante impari non solo a sviluppare un corpo più forte, ma anche una mente più stabile, disciplinata e consapevole.

Perché il vero combattimento non è contro un avversario.

È contro la nostra pigrizia, la paura di fallire, la ricerca della perfezione e tutte quelle resistenze interiori che ci impediscono di esprimere il meglio di noi stessi.

La vita cambia quando fare la cosa giusta smette di essere una lotta e diventa un’abitudine.

E forse questo è il più grande insegnamento che il Budō ci ha lasciato: la disciplina non limita la libertà, ma la rende possibile.

21/07/2026

Motobu Chōki said that he could remain seated, perform kata in his mind, and naturally begin to perspire.

Today, this would be described as mental practice using motor imagery. Modern sports science has shown that deep mental concentration can produce autonomic responses—including changes in heart rate and breathing, as well as perspiration—even when the body is not actually moving.

Imagery training did not become widely established in Japanese sports until the 1990s and 2000s. Yet Motobu Chōki was already practicing kata in his mind several decades earlier. His approach deserves attention as a remarkably pioneering form of training, not only in the history of karate but also from the perspective of sports psychology.

To learn more about Motobu Chōki, Zen, and the practice of “performing kata in the mind,” please read the full article at the link below:

[https://www.patreon.com/MotobuNaoki/posts/motobu-choki-and-164301179?utm_medium=clipboard_copy&utm_source=copyLink&utm_campaign=postshare_creator&utm_content=join_link](https://www.patreon.com/MotobuNaoki/posts/motobu-choki-and-164301179?utm_medium=clipboard_copy&utm_source=copyLink&utm_campaign=postshare_creator&utm_content=join_link)

05/05/2026

El "Dantian" (丹田) es uno de los conceptos más conocidos y más malentendidos del Taijiquan.

Para algunos, es un centro energético místico que almacena Qi. Para otros, es una superstición sin base real.

La verdad, como suele ocurrir, está en el medio: no es algo meramente esotérico, pero tampoco es solo una metáfora. Es un concepto funcional que describe algo muy real, que la ciencia puede explicar, y que cualquier practicante puede sentir sin necesidad de "creer".

El Dantian inferior (el más relevante en Taijiquan) se describe tradicionalmente como un punto ubicado aproximadamente tres dedos por debajo del ombligo y dos dedos hacia adentro . En términos anatómicos, esa región se corresponde con:

El centro de masa del cuerpo (aproximadamente a la altura de la segunda vértebra sacra, S2, cuando estamos de pie).

El centro geométrico del volumen corporal (cerca de la pelvis).

La zona donde se insertan los principales músculos del core profundo.

No es un punto mágico. Es un centro funcional. Y tiene razón de ser.

En física, el centro de gravedad de un cuerpo es el punto donde se concentra teóricamente todo su peso. En un ser humano de pie, ese punto está aproximadamente 5 cm por debajo del ombligo, hacia adentro.

Ese es el Dantian.

Cuando los maestros dicen "hunde el Qi en el Dantian", a lo que usualmente se refieren en lenguaje corporal es: "baja tu centro de gravedad"

Y cuando tu centro de gravedad está más bajo, eres más estable. Un coche deportivo tiene el centro de gravedad bajo, no alto.

Así que visto de esta manera el Dantian no es un tanque de energía. Es tu postura estable.

En kinesiología, el core no son solo los abdominales superficiales o el conocido six pack. El core profundo incluye:

Transverso del abdomen: La faja muscular más profunda del abdomen, que envuelve el tronco horizontalmente. Se activa antes de cualquier movimiento de extremidades.

Suelo pélvico: La base del core, parte de la sensación proviene de la activación sutil del suelo pélvico.

Diafragma: El techo del core. La respiración profunda es en realidad respiración diafragmática que presiona hacia abajo, aumentando la presión intraabdominal.

Cuando los maestros dicen "activa el Dantian", están describiendo la co-contracción de este sistema profundo, que estabiliza la columna y permite transmitir fuerza desde las piernas al tronco sin pérdida de energía.

Tradicionalmente, "hundir el Qi en el Dantian" se opone a "dejar que el Qi suba al pecho". Un estudio de electromiografía (EMG) de 2022 comparó practicantes de Taijiquan expertos y novatos durante el movimiento de "Elevar el agua". Los expertos mostraron una activación secuencial de los músculos posturales comenzando por el Dantian, mientras que los novatos activaban los músculos superficiales del hombro y el brazo primero .

Fisiológicamente, implica:

Relajación del diafragma: Una respiración profunda que baja el diafragma y aumenta la presión intraabdominal (PIA). No se fuerza; se permite.

Activación sutil del transverso del abdomen: No es un "apretar" como en un crunch. Es una contracción isométrica suave, como una faja que abraza el contenido abdominal. Un estudio (no específico de Taijiquan) demostró que la retroalimentación visual en tiempo real (usando ultrasonido) permitía a los sujetos diferenciar entre la activación del transverso del abdomen y la del recto abdominal.

Descenso del centro de masa: Las caderas se relajan, el peso se desplaza ligeramente hacia atrás y el centro de gravedad desciende verticalmente (como cuando te preparas para recibir un empujón en el fútbol o el rugby).

Prueba este ejercicio simple:

Acuéstate boca arriba, rodillas flexionadas, pies apoyados en el suelo.

Coloca una mano sobre el abdomen, justo debajo del ombligo.

Respira normalmente. Observa cómo se eleva tu mano. Esa zona que se mueve es la proyección superficial del Dantian.

Ahora, sin contener la respiración, tose suavemente. Sientes cómo esa zona (el transverso y el suelo pélvico) se activa de golpe. Esa misma activación, pero mucho más suave y sostenida, es lo que se busca durante la práctica del Taijiquan.

De pie, ahora, con las rodillas ligeramente flexionadas. Sin apretar el abdomen, lleva tu atención a esa misma zona (unos centímetros por debajo del ombligo). Siente cómo se "llena" suavemente al exhalar. Eso es a lo que se refieren cuando te dicen "hundir el Qi en el Dantian".

El Qi que se "almacena" o "circula" en el Dantian no es una sustancia mágica. Es la integración coordinada de la respiración (diafragma), la activación muscular (core profundo) y la atención dirigida (intención). Cuando respiras, activas el core y pones la atención allí, tu cuerpo genera una sensación de plenitud, calidez o presión. Eso se llama Qi. No es misticismo.

¿Por qué el útil el concepto de Dantian?

Porque es una herramienta pedagógica eficiente. Decirle a un alumno "activa el transverso del abdomen mientras coordinas el diafragma y el suelo pélvico" es técnicamente correcto, pero confuso. Decirle "siente el Dantian" o "hunde el Qi" transmite la misma intención en un lenguaje que el cuerpo puede entender antes de que la mente lo analice.

La ciencia y la tradición no están reñidas. La tradición ofrece el mapa. La ciencia ofrece las gafas para ver el terreno con más claridad.

El Dantian no es un tanque de energía invisible. Es tu centro de gravedad. Es tu core profundo. Es la coordinación de tu respiración con tu estabilidad.

No necesitas creer en nada místico para beneficiarte de trabajar el Dantian y tampoco esta mal si lo quieres ver así.

Solo necesitas sentir.



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01/05/2026

È nuovamente disponibile in libreria

INSEGNAMENTI SUL BARDO
La via della morte e della rinascita

di Lama Lodö

A differenza del cristianesimo e di altre religioni teiste, che hanno sempre dovuto conciliare la fede in un Essere Supremo con il libero arbitrio, per il buddhismo tibetano ciascuno è responsabile del suo destino e l’artefice di ogni sua esperienza in vita come in morte. Di qui l’infinita cura con cui i tibetani hanno messo a punto una scienza della morte per prepararsi ad affrontare il passaggio da una vita all’altra. Nulla è immutabile per i buddhisti, che riconoscono nella vita e nella morte sei bardo, o ‘stati intermedi’: il bardo della vita, del sogno, della meditazione, del processo della morte, dello stato dopo la morte e della rinascita nel samsara. Il 'Bardo Thodol', o 'Libro tibetano dei morti', è diviso in tre parti. La prima parte, il 'bardo chikai', descrive gli eventi psichici al momento della morte. La seconda parte, il 'bardo chonyi', si occupa di quello stato onirico che giunge subito dopo la morte. Infine, la terza parte, il 'bardo sipai', si occupa della rinascita e degli eventi che la precedono. Mentre il 'bardo chonyi' è stato commentato esaurientemente da Chögyam Trungpa e Francesca Fremantle, gli altri due insegnamenti sono ancora poco conosciuti e spesso incompresi. Lama Lodö presenta la traduzione e un ampio commento a questi affascinanti testi, offrendo dunque un'estensione e un complemento del 'Libro tibetano dei morti'.

Traduzione di Roberto Pallanca.
📘: http://www.astrolabio-ubaldini.com/libro/878

25/04/2026

Indirizzo

Viale Europa, 10
Capodrise
81020

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