05/12/2025
A raccontarlo oggi sembra una cosa impossibile: c'è stato un tempo in cui, nella pallacanestro, l'atleta più forte del mondo era di nazionalità italiana.
Eravamo a metà degli anni 70 e Mabèl Bocchi, fisico statuario, braccia e gambe lunghissime, capacità di fare canestro in tutti i modi, talento generazionale, era la giocatrice faro di uno sport a tal punto che nel 1975 la FIBA le assegnò il premio di miglior giocatrice del mondo.
Colei che ha trascinato il Geas a vincere la prima storica coppa dei Campioni di una squadra italiana.
Colei che ha nel palmares 8 Scudetti consecutivi, 1 coppa Italia e un indimenticabile bronzo agli Europei nel 1974 con la Nazionale, e che a 28 anni smise di giocare per i troppi infortuni.
Colei che ha stravinto le classifiche realizzative non solo di campionati e coppe, ma anche di Mondiali.
Colei che non si è limitata ad essere la miglior giocatrice italiana di sempre, ma che ha rivoluzionato lo sport, il sistema, ed anche la società.
È grazie alle sue battaglie se le Nazionali femminili (non solo di basket) hanno ottenuto il medico ed il fisioterapista al seguito come accadeva soltanto per i colleghi uomini.
È grazie alle sua battaglie se le Nazionali femminili (non solo di basket) hanno ridotto il gap di diaria (il rimborso economico che giocatori e addetti ottengono dalle federazioni per ogni giorno di impegno con le Nazionali) rispetto alle Nazionali maschili.
È grazie anche a lei se le sportive dell'epoca hanno potuto accelerare un processo di emancipazione, combattendo il bigottismo dell'epoca che giudicava e discriminava le donne che praticavano sport e si tingevano i capelli, o si truccavano, o parlavano di argomenti extra, o che semplicemente volevano apparire diversamente dai canoni dell'epoca.
Oggi ci ha purtroppo lasciato una leggenda. Aveva 72 anni.
Negli Stati Uniti si parla spesso di legacy, ossia dell'eredità lasciata dagli atleti quando smettono di competere o quando vengono a mancare: in questo caso ci troviamo di fronte ad una legacy che travalica i confini della pallacanestro, e che forse, un po' tutti, abbiamo un po' dimenticato o sottostimato.
"Non sopporto le ingiustizie, le disparità di trattamento, le donne valutate meno degli uomini nello sport. E allora lo dico, e becco squalifiche, richiami, multe. Ma non importa, rifarei tutto. Quando giocavo, mi battevo perché avessimo anche noi atlete diritto al medico fisso, al massaggiatore, alla diaria. Avevo scoperto che se fosse caduto l'aereo con la nostra squadra sopra alle nostre famiglie sarebbe stato dato 10, a quelle dei maschi 50. Impazzii."
Ciao Mabèl.