15/01/2026
In un fine settimana di Football Americano, specialmente se si parla di Playoffs, sono così tanti gli attimi e così tante le storie che si vivono che all’arrivo del Martedì ci si potrebbe mettere a scrivere un romanzo.
La letteratura sportiva è così, specialmente quella americana. È fatta di attese e di lampi, proprio quello che la NFL è abituata a darci da sempre, con il tempo che si consuma tra corse e lanci che stressano e squarciano - a chiamata - le difese avversarie.
Ingredienti, che nel football come nella vita, hanno bisogno di equilibrio. Quel bilanciamento che, dal campo all’extra-campo, regola le storie degli uomini e ne determina successi e insuccessi.
Del resto, l’elemento cardine di questo sport è la conquista. Una conquista di yards che ha sempre il sapore di una vittoria sull’altro e che viene celebrata come tale nelle maniere più eclatanti possibili. Perchè anche il più piccolo dei vantaggi psicologici può fare la differenza tra vivere, sopravvivere o perire.
Quello che accade lontano dalla palla allora diventa incisivo quanto quello che accade nei pressi di essa. Anzi facciamo che il primo fronte prevalga sul secondo e che la difesa di un singolo uomo diventi prioritaria al fine di un obiettivo che porta con sè il destino di un intero popolo, di una franchigia o della legacy di un giocatore.
È questione di fiducia. In se stesso e negli altri. Quello che avrà pensato e vissuto Davante Adams, ricevitore dei Los Angeles Rams, quando Matthew Stafford - facing the elimination - ha proferito le seguenti parole in linea di scrimmage: “Strappiamo via dal petto il cuore a questi ragazzi”.
Pochi secondi prima di una conversione che è già leggenda con il Tight End los-angelino Parkinson che alzando le braccia al cielo ha raccolto le speranze di turno divisionale dei suoi rendendole realtà. Ai Panthers va dato atto di una difesa, specialmente su Nacua, favolosa che non ha impedito, ahimè per loro, il realizzarsi comunque di una partita statement per il numero 9 al quale sono bastati pochi secondi nel finale per ricordare al mondo intero che il premio di MVP quest’anno debba necessariamente volare sulla sponda Ovest dell’America (Drake Maye permettendo).
È questione di mistica. La stessa cosa che avranno pensato i tifosi dei Packers quando hanno visto volare nella città del “Vento” sul manto del Soldier Field un numero 18 in maglia Bears a gambe larghe e braccio alzato, come nel logo più famoso al mondo.
I corsi e ricorsi della storia che fanno della cosiddetta “clutchness” una prerogativa dello sport di questa città. Questa volta con Caleb Williams a farla da protagonista, un predestinato al primo grande test della carriera, dove non ha vacillato e anzi si è preso tutte le luci della ribalta di Chicago come nel musical, a scapito di Love e compagni. Una rimonta da “one for the ages”, condita da un lancio del genere, che vale una vittoria che mancava da 15 anni nella Windy City nel contesto dei Playoffs.
Sono emerse, a commento della conferenza stampa post partita del QB dei Bears, le immagini della pep-talk di Brady alla Draft Class di quest’ultimo. “It could be one of your worst moments or one of your greatest moments”, le parole di Tom in merito alla storica vittoria nel Super Bowl contro i Falcons. Ecco, Caleb possiamo dire che ne abbia fatto decisamente tesoro, facendo della seconda parte della frase sicuramente il mantra del suo secondo tempo.
È questione di leadership. Quella che ha Josh Allen in uno dei market meno appetibili di tutto lo sport in America. Buffalo. Dove le temperature impossibili e la “Bills Mafia” animano la quotidianità e al contempo ci ricordano l’ossimoro insito nella storia di una franchigia divisa per sempre tra le glorie e le disgrazie di un passato che vede 4 Super Bowls disputati e 4 Super Bowls persi.
Negli spogliatoi, post vittoria con i Jaguars, il 17 ha ricordato l’importanza del progredire step by step, una battaglia dopo l’altra, come nel film di Anderson, consapevole (e questo lo dico io) che in assenza dei Chiefs niente sia impossibile in AFC, nonostante le assenze e un asset offensivo scarnificato.
Un braccio bionico di fatto può salvare una vita o il destino di un collettivo. Come diceva il Dr.Strange a Iron Man? Che di braccia bioniche se ne intende. Una chance su 14 milioni di possibili futuri alternativi. Pensate a cosa sia successo quest’anno. Basta fare 2+2 chissà…
È questione di costanza. Un pregio ma anche un “difetto” quando si parla di Kyle Shanahan e dei 49ers. In epoca moderna infatti, nessuna squadra ha vinto più di loro ai Playoffs senza raccogliere una vittoria nel “Grand Stages of them all”. Contro gli Eagles, è stata una vera e propria masterclass, considerando le assenze e le contingenze (infortunio di Kittle su tutte), in cui il figlio d’arte ha portato a scuola Eagles e Sirianni. Nulla hanno potuto l’arma di distruzione di massa con la 26 e il braccio e la corsa del numero 1 Jalen Hurts che sul più bello con un velenoso incomplete, ha regalato gioco, partita e Divisional Round agli avversari. Se vincere è difficile, ripetersi lo è ancora di più, a proposito di continuità. Queste sono state le parole del vincitore e dell’MVP dell’ultimo Super Bowl a distanza di quasi un anno dalla notte più indimenticabile fino a questo momento della sua carriera. Niente di più vero, specialmente se poche ore prima hai visto il tuo primo ricevitore litigare a morte con il tuo capo allenatore e al primo hai visto scivolare dalle mani la palla che avrebbe potuto cambiare in parte le sorti di questa contesa.
Storia ben diversa è invece quella di Brock Purdy che si gode la vigilia della partita contro i Seahawks, forte di un McCaffrey in palla e un attacco che non ha paura di estrarre dal cilindro la “trick-play” contro la squadra che ha fatto di quest’ultima un segno distintivo. Citofonare a Brady e Foltz per saperlo. Quel botta e risposta nel Super Bowl, mancato dal GOAT e realizzato dal QB di riserva di Philly ancora riecheggia in quella notte di un Febbraio non tanto lontano. Una performance for the ages, un attimo di sport, un momento sorprendente, quasi un bluff in cui il gioco rubò occhi e respiro degli spettatori.
È questione di fallire e ripartire. Doppio filo rosso che lega Herbert e Lawrence, protagonisti di due stagioni ben diverse che arrivavano al Wild Card Weekend comunque con le solite speranze. Perchè “Never Say Never” sulla partita secca.
8 vittorie di fila. Tutto il momentum dalla loro parte, non è bastato al QB e ai sui Jags per sbarazzarsi dei Bills. Le dolci parole della giornalista rivolte a Liam Coen, il coach sconfitto, lasciano intendere l’amore della piazza per quanto visto e svolto nel corso della stagione. Il rammarico però è tanto visto che il numero 16 sul più bello ha sbagliato il lancio che è costato l’intercetto decisivo. Errore di inesperienza, velenoso. Il talento però c’è e lo sguardo può essere rivolto al futuro con positività.
Per Herbert invece il destino è stato crudele. Vivisezionato dalla difesa di New England, costretto alla corsa e fermato sul lungo. Senza TD passes, ridotto a una sterile offensiva che è valsa una vittoria caratterizzata dallo stretto indispensabile per la franchigia un tempo di Brady e oggi affidata al giovane di belle speranze Drake Maye. Un 10 ordinato in campo, perfetto per la piazza in cui si trova che sembra essere in grado di fare tutto. Con Henry, Diggs e questa difesa al suo fianco, attenzione ai redivivi Pats…
È questione di consapevolezza.
Dopo una delle partite più belle della storia della Regular Season vinta a spese degli acerrimi rivali dei Ravens a causa di uno sciagurato field goal calciato fuori, gli Steelers arrivavano a questo weekend senza nulla da perdere e con tutto da prendere. Un film, un copione, fatale, deciso all’ultima palla della week 18, aveva fatto sperare che fossimo di fronte a un piano più grande. Qualcosa di inconcepibile che a prescindere dalla fede potesse spingere Aaron Rodgers a un’ultima (?) insperata run Playoffs.
Perché sì, per quanto controverso e meno vincente di quello che sarebbe potuto essere, il magnetismo e l’impatto di Aaron nella lega non può essere messo in discussione. Un braccio cicatriziale nel trovare i compagni dalla potenza di un tornado forza 5, un QB, 4 volte MVP della lega in cerca di redenzione a seguito della fallimentare esperienza a New York, memore dei fasti di un tempo vissuti a “casa”, a Green Bay dove venne sollevato in aria il Vince Lombardi Trophy. Una storia che si scriveva da sola…ma i Texans avevano altri piani in mente. Guidati da Stroud infatti in maniera spietata hanno posto fine a tutto questo, giocando benissimo on the road e chiudendo addirittura stagione e carriera di Tomlin sulla panchina degli Steelers. Uno dei tre coaches che ha avuto il privilegio di guidare i colori giallo, bianco e nero nella storia della città di Pittsburgh. Che sia la fine anche della carriera di Rodgers? Questo solo il tempo ce lo dirà. Ed ecco il motivo della consapevolezza. Un argomento sempre difficile e delicato quando si parla dei migliori che vorremmo che non smettessero mai. Come i più bei sogni che facciamo nelle notti più liete.
È questione soprattutto di mettersi in gioco. Perchè il football alla fine, come recita Tony D’Amato in “Any Given Sunday”, è proprio vero che sia come la vita.
Oreste Pardini, Gennaio 2026 ©️