La Terapia dello Sport

La Terapia dello Sport Sono Oreste, un ragazzo guidato da una forte passione per lo sport. Spero di trasmettervela di pensiero in pensiero nella maniera più genuina possibile.

Il concetto di attesa viene perfettamente definito nel mondo del calcio dalla settimana alla vigilia di un big match.C’è...
02/02/2026

Il concetto di attesa viene perfettamente definito nel mondo del calcio dalla settimana alla vigilia di un big match.

C’è l’analisi della partita che lo ha preceduto. Di conseguenza, c’è la razionalità che si tramuta in lucidità di fronte alle scelte da prendere nella lista dei convocati. In allenamento, conta tutto: il linguaggio del corpo, l’attitudine e la sana voglia di emergere con lo sfondo del rendimento che ci ha accompagnato fin qui.

C’è l’intimo segreto di un pronostico. L’intangibile che custodiamo nel nostro cuore, da tifosi e non. Che non riveliamo sia quando le aspettative sono negative che quando sono ben più rosee. Non lo diciamo perché non si sa mai…alla fine la palla è tonda. Spesso addirittura affermiamo il contrario di quello che pensiamo perché come recita un famosissimo film, dalla vita “vogliamo essere ingannati”. E questo ci piace.

C’è lo stadio a poche ore dall’inizio della gara. Ci sono i profumi e i sentori dello spogliatoio. L’erba appena tagliata, gli ultras che terminano i preparativi sugli spalti, il pranzo della squadra in compagnia e il silenzioso ingresso sul manto erboso dove le squadre a distanza si osservano prima di darsi battaglia. Le partite tante volte si vincono qua. Un cenno di un giocatore chiave, un’energia imprevedibile pronta a essere sprigionata. La magia di una palla che rotola nel riscaldamento o la biologia di un fiato rotto bene, che subito ci mette in condizione di aggredire ogni pallone.

E infine c’è la catarsi della partita. Un coacervo unico di emozioni. Senza filtri. Vero. Dove si suda, si esulta, si urla, si gioisce e perisce al fianco dei difensori dei nostri colori. Ogni attimo conta. Gli occhi seguono in maniera impaziente le azioni, spesso anticipandole nelle letture e nei gesti tecnici. Il corpo si contorce sugli errori e si distende sulle giocate azzeccate.
90 minuti che durano una vita. Che consumano, svuotano che bastano - alla fine della fiera - a farci sentire vivi.

Questo è quello che rende 22 uomini che corrono dietro a un pallone veramente unico.

Oreste Pardini, Febbraio 2026 ©️

L’amore tra il West Ham e Jesse Lingard è stato bello e intenso quanto una storia che si consuma nell’arco di un’Estate....
21/01/2026

L’amore tra il West Ham e Jesse Lingard è stato bello e intenso quanto una storia che si consuma nell’arco di un’Estate.
Arriva quando meno te l’aspetti e nella sua fugacità si prende il meglio di entrambi, lasciando dei vividi ricordi che valgono una vita.

Tra aspettative insoddisfatte e promesse non del tutto mantenute, la carriera dell’inglese fino a quel momento era stata un “sali - scendi” di emozioni e di rendimento di cui si ricordavano maggiormente le esultanze piuttosto che i goals.
Dal 29 Gennaio 2021 però le cose cambiarono. In un mondo che ancora si portava dietro i freschi strascichi della pandemia, iniziò il filotto di JLingz che in pochi mesi si prese quelle luci della ribalta per le quali sembrava essere tagliato sin dagli esordi.

11 sulle spalle. Una sentenza come il marchio di “Zorro”, squarciando tutti i campi della Premier.
16 presenze condite da 9 goals. La media di un goal ogni 158 minuti in campionato, giocando da esterno o trequartista.
Un premio di miglior giocatore del mese e un premio di miglior goal del mese, ottenuto grazie a una corsa senza fine di 52 mt contro gli Wolves in cui seminò avversari prima e il panico poi, battendo il portiere con autorevolezza e freddezza con il peso della stanchezza a carico.

Una luna di miele a tutti gli effetti che fece subito tornare sui propri passi il Man U che dopo la conquista del posto in Europa League da parte del West Ham, decise di riprenderselo.
Da lì, le difficoltà. Dentro e fuori dal campo.
Un aspetto molto sottovalutato per i professionisti e di cui Jesse parlò apertamente in un’intervista del 2022 quando militava nel Notts Forest.

A seguito della parentesi in Korea, oggi sembrerebbe pronto a riportare i suoi talenti in Europa con tutte i “se” che decisioni del genere si portano dietro.

Quale club sarà disposto a credere che il ciclo di vita di una farfalla possa durare più di mezza stagione?

Oreste Pardini, Gennaio 2026©️

In un fine settimana di Football Americano, specialmente se si parla di Playoffs, sono così tanti gli attimi e così tant...
15/01/2026

In un fine settimana di Football Americano, specialmente se si parla di Playoffs, sono così tanti gli attimi e così tante le storie che si vivono che all’arrivo del Martedì ci si potrebbe mettere a scrivere un romanzo.

La letteratura sportiva è così, specialmente quella americana. È fatta di attese e di lampi, proprio quello che la NFL è abituata a darci da sempre, con il tempo che si consuma tra corse e lanci che stressano e squarciano - a chiamata - le difese avversarie.

Ingredienti, che nel football come nella vita, hanno bisogno di equilibrio. Quel bilanciamento che, dal campo all’extra-campo, regola le storie degli uomini e ne determina successi e insuccessi.

Del resto, l’elemento cardine di questo sport è la conquista. Una conquista di yards che ha sempre il sapore di una vittoria sull’altro e che viene celebrata come tale nelle maniere più eclatanti possibili. Perchè anche il più piccolo dei vantaggi psicologici può fare la differenza tra vivere, sopravvivere o perire.

Quello che accade lontano dalla palla allora diventa incisivo quanto quello che accade nei pressi di essa. Anzi facciamo che il primo fronte prevalga sul secondo e che la difesa di un singolo uomo diventi prioritaria al fine di un obiettivo che porta con sè il destino di un intero popolo, di una franchigia o della legacy di un giocatore.

È questione di fiducia. In se stesso e negli altri. Quello che avrà pensato e vissuto Davante Adams, ricevitore dei Los Angeles Rams, quando Matthew Stafford - facing the elimination - ha proferito le seguenti parole in linea di scrimmage: “Strappiamo via dal petto il cuore a questi ragazzi”.
Pochi secondi prima di una conversione che è già leggenda con il Tight End los-angelino Parkinson che alzando le braccia al cielo ha raccolto le speranze di turno divisionale dei suoi rendendole realtà. Ai Panthers va dato atto di una difesa, specialmente su Nacua, favolosa che non ha impedito, ahimè per loro, il realizzarsi comunque di una partita statement per il numero 9 al quale sono bastati pochi secondi nel finale per ricordare al mondo intero che il premio di MVP quest’anno debba necessariamente volare sulla sponda Ovest dell’America (Drake Maye permettendo).

È questione di mistica. La stessa cosa che avranno pensato i tifosi dei Packers quando hanno visto volare nella città del “Vento” sul manto del Soldier Field un numero 18 in maglia Bears a gambe larghe e braccio alzato, come nel logo più famoso al mondo.
I corsi e ricorsi della storia che fanno della cosiddetta “clutchness” una prerogativa dello sport di questa città. Questa volta con Caleb Williams a farla da protagonista, un predestinato al primo grande test della carriera, dove non ha vacillato e anzi si è preso tutte le luci della ribalta di Chicago come nel musical, a scapito di Love e compagni. Una rimonta da “one for the ages”, condita da un lancio del genere, che vale una vittoria che mancava da 15 anni nella Windy City nel contesto dei Playoffs.
Sono emerse, a commento della conferenza stampa post partita del QB dei Bears, le immagini della pep-talk di Brady alla Draft Class di quest’ultimo. “It could be one of your worst moments or one of your greatest moments”, le parole di Tom in merito alla storica vittoria nel Super Bowl contro i Falcons. Ecco, Caleb possiamo dire che ne abbia fatto decisamente tesoro, facendo della seconda parte della frase sicuramente il mantra del suo secondo tempo.

È questione di leadership. Quella che ha Josh Allen in uno dei market meno appetibili di tutto lo sport in America. Buffalo. Dove le temperature impossibili e la “Bills Mafia” animano la quotidianità e al contempo ci ricordano l’ossimoro insito nella storia di una franchigia divisa per sempre tra le glorie e le disgrazie di un passato che vede 4 Super Bowls disputati e 4 Super Bowls persi.
Negli spogliatoi, post vittoria con i Jaguars, il 17 ha ricordato l’importanza del progredire step by step, una battaglia dopo l’altra, come nel film di Anderson, consapevole (e questo lo dico io) che in assenza dei Chiefs niente sia impossibile in AFC, nonostante le assenze e un asset offensivo scarnificato.
Un braccio bionico di fatto può salvare una vita o il destino di un collettivo. Come diceva il Dr.Strange a Iron Man? Che di braccia bioniche se ne intende. Una chance su 14 milioni di possibili futuri alternativi. Pensate a cosa sia successo quest’anno. Basta fare 2+2 chissà…

È questione di costanza. Un pregio ma anche un “difetto” quando si parla di Kyle Shanahan e dei 49ers. In epoca moderna infatti, nessuna squadra ha vinto più di loro ai Playoffs senza raccogliere una vittoria nel “Grand Stages of them all”. Contro gli Eagles, è stata una vera e propria masterclass, considerando le assenze e le contingenze (infortunio di Kittle su tutte), in cui il figlio d’arte ha portato a scuola Eagles e Sirianni. Nulla hanno potuto l’arma di distruzione di massa con la 26 e il braccio e la corsa del numero 1 Jalen Hurts che sul più bello con un velenoso incomplete, ha regalato gioco, partita e Divisional Round agli avversari. Se vincere è difficile, ripetersi lo è ancora di più, a proposito di continuità. Queste sono state le parole del vincitore e dell’MVP dell’ultimo Super Bowl a distanza di quasi un anno dalla notte più indimenticabile fino a questo momento della sua carriera. Niente di più vero, specialmente se poche ore prima hai visto il tuo primo ricevitore litigare a morte con il tuo capo allenatore e al primo hai visto scivolare dalle mani la palla che avrebbe potuto cambiare in parte le sorti di questa contesa.
Storia ben diversa è invece quella di Brock Purdy che si gode la vigilia della partita contro i Seahawks, forte di un McCaffrey in palla e un attacco che non ha paura di estrarre dal cilindro la “trick-play” contro la squadra che ha fatto di quest’ultima un segno distintivo. Citofonare a Brady e Foltz per saperlo. Quel botta e risposta nel Super Bowl, mancato dal GOAT e realizzato dal QB di riserva di Philly ancora riecheggia in quella notte di un Febbraio non tanto lontano. Una performance for the ages, un attimo di sport, un momento sorprendente, quasi un bluff in cui il gioco rubò occhi e respiro degli spettatori.

È questione di fallire e ripartire. Doppio filo rosso che lega Herbert e Lawrence, protagonisti di due stagioni ben diverse che arrivavano al Wild Card Weekend comunque con le solite speranze. Perchè “Never Say Never” sulla partita secca.
8 vittorie di fila. Tutto il momentum dalla loro parte, non è bastato al QB e ai sui Jags per sbarazzarsi dei Bills. Le dolci parole della giornalista rivolte a Liam Coen, il coach sconfitto, lasciano intendere l’amore della piazza per quanto visto e svolto nel corso della stagione. Il rammarico però è tanto visto che il numero 16 sul più bello ha sbagliato il lancio che è costato l’intercetto decisivo. Errore di inesperienza, velenoso. Il talento però c’è e lo sguardo può essere rivolto al futuro con positività.
Per Herbert invece il destino è stato crudele. Vivisezionato dalla difesa di New England, costretto alla corsa e fermato sul lungo. Senza TD passes, ridotto a una sterile offensiva che è valsa una vittoria caratterizzata dallo stretto indispensabile per la franchigia un tempo di Brady e oggi affidata al giovane di belle speranze Drake Maye. Un 10 ordinato in campo, perfetto per la piazza in cui si trova che sembra essere in grado di fare tutto. Con Henry, Diggs e questa difesa al suo fianco, attenzione ai redivivi Pats…

È questione di consapevolezza.
Dopo una delle partite più belle della storia della Regular Season vinta a spese degli acerrimi rivali dei Ravens a causa di uno sciagurato field goal calciato fuori, gli Steelers arrivavano a questo weekend senza nulla da perdere e con tutto da prendere. Un film, un copione, fatale, deciso all’ultima palla della week 18, aveva fatto sperare che fossimo di fronte a un piano più grande. Qualcosa di inconcepibile che a prescindere dalla fede potesse spingere Aaron Rodgers a un’ultima (?) insperata run Playoffs.
Perché sì, per quanto controverso e meno vincente di quello che sarebbe potuto essere, il magnetismo e l’impatto di Aaron nella lega non può essere messo in discussione. Un braccio cicatriziale nel trovare i compagni dalla potenza di un tornado forza 5, un QB, 4 volte MVP della lega in cerca di redenzione a seguito della fallimentare esperienza a New York, memore dei fasti di un tempo vissuti a “casa”, a Green Bay dove venne sollevato in aria il Vince Lombardi Trophy. Una storia che si scriveva da sola…ma i Texans avevano altri piani in mente. Guidati da Stroud infatti in maniera spietata hanno posto fine a tutto questo, giocando benissimo on the road e chiudendo addirittura stagione e carriera di Tomlin sulla panchina degli Steelers. Uno dei tre coaches che ha avuto il privilegio di guidare i colori giallo, bianco e nero nella storia della città di Pittsburgh. Che sia la fine anche della carriera di Rodgers? Questo solo il tempo ce lo dirà. Ed ecco il motivo della consapevolezza. Un argomento sempre difficile e delicato quando si parla dei migliori che vorremmo che non smettessero mai. Come i più bei sogni che facciamo nelle notti più liete.

È questione soprattutto di mettersi in gioco. Perchè il football alla fine, come recita Tony D’Amato in “Any Given Sunday”, è proprio vero che sia come la vita.

Oreste Pardini, Gennaio 2026 ©️

Cos’è un umanoide se non una forma di rappresentazione artistica che intreccia astrazione e realtà. Nelle ultime opere d...
11/01/2026

Cos’è un umanoide se non una forma di rappresentazione artistica che intreccia astrazione e realtà. Nelle ultime opere di George Kondo, autore a cui dobbiamo l’immaginario grafico di uno degli album musicali più importanti della storia “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” di Kanye West, vengono immortalate caricature di persone, affrante dalla malattia di un cubismo che le rende magneticamente affascinanti.

C’è bellezza nel chaos ma c’è bellezza anche nel brutto. Che si tratti di un’imperfezione alla maniera giapponese o di un sublime espressionista che inevitabilmente passa dalla consapevolezza di una paura che ci fa ergere fieri di ciò che siamo. Di ciò che pensiamo. Di ciò che sentiamo.

L’ossimoro della qualità in un corpo che non dovrebbe consentirne il volo, come quello di un calabrone.
La partita da controfigura di un numero 9 quando il fisico non inviterebbe a pensare ad altro.
Il pensiero e la volontà di vederti segnare di testa in incornata quando le infinite e possibili strade della realtà ti conducono a marcature di tacco o ispirate da dolci tocchi sotto come quelle che Brighton ed Everton hanno dovuto incassare a caro prezzo.

Apprezzare Nick Woltemade significa saper accettare il tutto e il contrario di tutto.
Significa credere fortemente in quella verità che è contenuta per ovvie ragioni in tutte le caricature. Accettandola però come fondante, anche quando il mondo si ribella.
Accettandola come totalizzante, consapevoli che non esistano etichette.
Accettandone la fatalità e i risultati, consapevoli che nell’epoca della misurabilità e della statistica, non servano numeri per soprannominare un giocatore “WOLTEMESSI”.

Oreste Pardini, Gennaio 2026 ©️

Should I Stay or Should I Go? La domanda che si ponevano i “The Clash” nell’iconica canzone e il quesito che  per qualch...
17/09/2025

Should I Stay or Should I Go?

La domanda che si ponevano i “The Clash” nell’iconica canzone e il quesito che per qualche settimana sarà rimbalzato nella testa di Vardy e famiglia prima di prendere la decisione definitiva di approdare nel campionato di Serie A alla volta della neo-promossa Cremonese, sotto consiglio anche dell’amico Enzo Maresca.

Questo colpo di calciomercato racchiude in una volta sola:

- La scelta di chi non può esimersi dal comba***re per sovvertire gli equilibri sempre e comunque. Qualunque sia il contesto. Perchè da Underdog si nasce e da Underdog si muore, rifiutando i big clubs e le luci della ribalta quando si presenta l’occasione;
- L’arrivo dell’epitome del calcio rock, scandito dal suono delle lattine di Red Bull stappate a ogni apparizione in campo, nella città dell’elegante e sinuoso suono del violino del Maestro Stradivari. L’ossimoro che diventa la norma;
- La voglia di smentire le voci di chi dubita.
- La fame di siglare i goals con estrema ferocia anche quando non ce n’è bisogno. Quando la porta è sguarnita. Facendolo sembrare necessario. Perchè se dalle serie “zeta” del calcio inglese arrivi a vincere un titolo con le Foxes, ogni marcatura è un riconoscimento di spazio identitario e reputazionale;
- E infine il dichiarato amore per l’espressione calcistica di un numero 10 del passato, Alex Del Piero, fonte d’ispirazione ieri, oggi e domani. Le cui imprese osservava in divinazione negli anni della giovinezza e il cui numero sarà sulle sue spalle;

“Ora prendi tutta quella m***a che hai ingerito negli anni e scaricala addosso all’avversario”

Lo spunto motivazionale che Dickie Eklund utilizza con il fratello Micky Ward nello splendido film “The Fighter” prima che il secondo si aggiudichi sul ring il titolo mondiale di categoria.
Un mantra per Jamie.
Non c’è frase migliore per descrivere l’ascesa nell’Olimpo del calcio di questo ragazzo di 38 anni.
Il cui viaggio ora continua, saldamente radicato ai suoi valori e al suo dirompente portamento in campo, tra bandierine spaccate ed esultanze provocatorie e che una volta di più ci ricorda che per conoscere il proprio futuro si debba conoscere necessariamente bene il proprio passato.

Oreste Pardini, Settembre 2025. ©️

Regalità calcistica sudamericana divisa tra passato, presente e futuro.Avvolto tra le braccia dei propri figli, Lionel M...
06/09/2025

Regalità calcistica sudamericana divisa tra passato, presente e futuro.

Avvolto tra le braccia dei propri figli, Lionel Messi ha accolto per un’ultima volta l’amore della sua gente al “Monumental” di Buenos Aires in quella che - a tutti gli effetti - è stata la sua ultima apparizione tra le mura di casa nel contesto delle sempre ostiche qualificazioni mondiali sudamericane.

Quello che è andato in scena è stato un vero e proprio “victory lap” di cui il Diez si è goduto ogni singolo momento. Glielo si leggeva negli occhi. Commossi ma al contempo focalizzati sulla performance e il risultato. Il solito Messi di sempre. Tante volte criticato per questo suo atteggiamento imperscrutabile ma oggi, ancora una volta di più, decisivo. Sigla una doppietta foraggiata dall’apporto del nuovo che avanza. Il bianco e celeste di Almada, Mastantuono e Alvarez. I ragazzi pronti a ereditare il pesante bagaglio glorioso di una delle rappresentative più affascinanti della storia del calcio.
Il colore della F50 di serata, iconico modello Adidas che lo ha accompagnato per grandi tratti di carriera, riprendeva quello che lo vide spiccare il volo all’Olimpico per ba***re Van Der Sar nella vittoria che mise - oltre alla scarpetta - anche l'Europa tra le sue mani.

“Vorrei che non finisse mai” come la corsa di quella notte Leo. Ti rispondo io…con la quale oggi chiudi un cerchio di vittorie, emozioni e colori.

Nel frattempo, facendo un salto quantico in Colombia, un altro 10, il RE James Rodriguez conduceva i suoi compagni alla volta del Mondiale americano.
Goal nel traffico, incoronazione da parte di “Lucho” Diaz e lampi di gioco da assoluto prescelto.
I tempi del “Bandido” sembrano ormai lasciati alle spalle per fare spazio a un’aristocratica maniera di intendere il gioco in cui meno si corre e più si fa correre la palla. Come da sempre, cercano di insegnarci.
Simil Pulga, James, dopo il goal, spalanca le braccia verso il pubblico in cerca però di riverenza. L’acclamazione è totale.
Dietro alla regalità, sappiamo che si nasconda l’amore che prova per la maglia dei “Cafeteros” che rende oramai ogni sua “run” in nazionale semplicemente imperdibile.
“El Diez” è una masterclass vivente e ambulante di passaggio e regia offensiva.
È il faro di una squadra che dispone di cuore, forza e tenacia.
Citofonare a Jhon Cordoba per le ultime due voci. La sua saetta del raddoppio schianta la rete prima della piattone a girare del “compagno di sempre” Quintero che sigilla in maniera definitiva risultato e ticket aereo per la rassegna mondiale del 2026.
Ricordate: mai dare per doma la Colombia…specialmente quando all’orizzonte si palesa la silhouette di una cresta e il colore sgargiante di un paio di New Balance griffate.

E il Brasile? Anche i verde-oro possono dormire sonni tranquilli in questi primi di Settembre. In attesa del “ritorno del Diez” Neymar JR, la nazionale guidata dal sopracciglio più amato dello sport (dopo quello di Dwayne “The Rock” Johnson) si gode le vampate del 10 di serata, il solito Raphinha e i talenti del “Principe che sarà Re”…Estêvão Willian. 18 anni e non sentirli, come direbbe il neo compagno di club e nazionale Joao Pedro che ne tesse le lodi da settimane, facendogli da tutor in quel di Londra. Un film.

A livelli di talento siamo apparecchiati, citando due rappers che fanno da colonna sonora ai ragazzi della sua età e non solo.
Estêvão quando parte, lascia immobili gli avversari. Questo succede in Premier League e in nazionale da un paio di sere, a quanto pare. È una prerogativa dei fenomeni. Una scintilla che fa saltare il banco e che spesso scatena risate isteriche quando l’apparente facilità con cui fa le cose rasenta l’impossibile.
Il goal arriva in girata, un colpo di “Jinga”, d’istinto, di un calcio che non può essere spiegato bensì può essere solo “sentito”.
Messaggio ricevuto giovane ragazzo, sei sulla mappa…partendo dal Brasile, passando per Londra, verso l’infinito e oltre come Buzz Lightyear.

Oreste Pardini, Settembre 2025. ©️

🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcast⚽Le pillole editoriali della "Terapia dello Sport" approdano ufficialmente ne...
02/09/2025

🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcast

⚽Le pillole editoriali della "Terapia dello Sport" approdano ufficialmente nel cosmo di "The English Game".
Dal podcasting al contenuto scritto, il progetto rilancia!
Per voce dei quattro compagni di viaggio, si focalizzerà sul racconto di storie pop, romantiche e di attualità relative al mondo sportivo d'oltremanica e non solo.

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🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcast🔥 PREMIER is BACK!🔥…e noi siamo tornati LIVE 🎙️Il 10 agosto abbiamo inaugurat...
13/08/2025

🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcast

🔥 PREMIER is BACK!🔥
…e noi siamo tornati LIVE 🎙️

Il 10 agosto abbiamo inaugurato la seconda stagione di The English Game in una maniera molto speciale: per la prima volta tutti e quattro insieme, dal vivo, nel contesto di una location storica e suggestiva.

Innumerevoli sono state le tematiche trattate:

💙 Un tributo speciale a Diogo Jota
🌍 Chelsea sul tetto del mondo
🏆 Crystal Palace, campione...di nuovo. Le emozioni del Community Shield 2025
⚽ "Oracoli" e analisi sulla Premier che verrà
💰 La nuova rubrica "Febbre da 90". Il mercato calcistico non dorme mai...specialmente in Inghilterra

👉 Per recuperare tutto, ascolta qui in differita: https://www.youtube.com/live/lK1W32df9dI?si=nwbiG1Nwwduk1A5J

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🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcastDomenica scorsa abbiamo avuto il piacere di ospitare in live lo scrittore Ant...
23/05/2025

🎙️ NEWS from “THE ENGLISH GAME”, il podcast

Domenica scorsa abbiamo avuto il piacere di ospitare in live lo scrittore Antonio Marchese, fondatore della pagina Il Calcio a Londra per raccontarci in prima persona l'incredibile vittoria del Crystal Palace in FA Cup, vissuta direttamente dallo stadio! 🦅🏆

Antonio ci ha trasportato nel cuore di Wembley con il suo racconto esclusivo e si è trattenuto con noi anche per approfondire tante altre tematiche legate al calcio d’oltremanica 🇬🇧

Se ti sei perso questa puntata speciale
🎧 Recuperala ora qui 👉 https://www.youtube.com/live/1Zd8yzMbtWs?si=pry8HTP0o3dQqgRI

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Nella notte di Pasqua del 2025, all’Allegiant Stadium di Las Vegas, la storia è stata scritta e John Cena per la diciass...
03/05/2025

Nella notte di Pasqua del 2025, all’Allegiant Stadium di Las Vegas, la storia è stata scritta e John Cena per la diciassettesima volta si è laureato campione WWE, battendo il record all-time detenuto fino a quel momento dal “Nature Boy” Ric Flair.

Non è stata una vittoria come le altre. Dopo anni di campagne “Make a Wish” e colorate apparizioni degne dell’ufficio marketing dei “Fruity Pebbles”, Cena si è presentato all’evento più importante dell’anno a luci spente durante l’ingresso. Come promesso, i fan della WWE non hanno ottenuto nulla di ciò che potessero sognare. Schermo nero, una scritta minimal, il nome. L’unica cosa che conta oltre i valori di “Hustle, Loyalty and Respect” incarnati per più di un ventennio dalla sua persona.
Nessuna gimmick ai limiti della parodia, solo un professionista, un essere umano pronto a scrivere l’ennesimo capitolo di grandezza della carriera perché questo - al di là della “Storia” di Cody Rhodes - era quello che rappresentava il meglio per il business, come comunicato solennemente dal bostoniano al termine della Royal Rumble del 2025.

Un evento, condito dalla sconfitta last minute impartita da “Main Event” Jey Uso, che ha aperto due spaccature nel cuore e nella testa di Cena che lo hanno spinto successivamente a convertirsi al lato oscuro per la prima volta in vent’anni di sangue, sudore e ring.

Consapevole di non avere più tutto il tempo del mondo con la tanto amata federazione, visto l’annuncio del “Farewell Tour” in programma per tutto il 2025, una volta conquistato il ticket per una chance al titolo Mondiale dell’American Nightmare in quel di Elimination Chamber, il suo registro di comportamento è cambiato.

Lo spietato attacco al beniamino del pubblico, la vendita dell’anima al “Final Boss” - personaggio finemente interpretato da “The Rock - e l’alleanza con Travis Scott ci hanno condotto al Main Event della notte 2 di Wrestlemania a Las Vegas con mille punti interrogativi legati a quello che sarebbe potuto essere l’epilogo della storia.

Cena ha deciso di voltare le spalle al WWE Universe. Un’entità tossica che del lottatore si è presa tutto non dando in cambio niente, nel vuoto di un ricerca spasmodica d’intrattenimento che fa dell’apparire l’unica ragione d’essere.
Il Dream Match, che tutti si aspettavano, di fatto nell’azione e nella costruzione, in linea con quanto detto, non lo abbiamo visto.
“You get nothing” , non a caso, erano state le parole proferite da Cena in un magistrale promo alla vigilia dell’evento.

La contesa è stata una celebrazione, un tributo allo stile di combattimento dei personaggi “heel”. Un pestaggio dalle tempistiche diluite, una lunga e agognante attesa prima dell’incerto schienamento finale.

È stato un pezzo di teatro, ove l’interpretazione ha trionfato sull’atletismo. A una distrazione del terzo in scomodo (Travis Scott), è bastata l’aggiunta di un colpo di cintura, l’Emblema della federazione stessa, pronta adesso a essere terminata dal nuovo campione, o meglio dall’ “Ultimo Vero Campione” come lo stesso Cena si è proclamato, che a questo ha addirittura aggiunto la promessa di uccidere il business così come lo si è conosciuto per tutti questi anni.

“Un eroe per salvarti non ti ucciderebbe
Un cattivo per salvarti, lui si ucciderebbe
Leggilo al contrario.”

Il confine che separa le antitesi in un mondo che sempre di più fa delle sfumature i totem di condotta da seguire, è davvero labile.
La decisione di spostare il focus dell’heel turn di Cena sul pubblico, che è stato croce e delizia del suo successo, resta senz’altro un illuminante colpo di teatro perfettamente in linea con i tempi che corrono.
Il bostoniano ha raccontato come si sia sentito sotto quelle maledette luci dei riflettori che tante benedizioni gli hanno portato in carriera. Il pubblico negli anni è sempre stato pronto a masticare la sostanza della sua persona per poi sputarla, come se si trattasse di un prodotto qualunque da consumare.
Per questo, “uccidere” la vecchia versione di sè non era altro che l’unica chance di catarsi che potesse avere.
Per liberare se stesso ed esporre tutti i controsensi dell’Universo WWE.
Un atto forse più eroico che malvagio, che conferma ancora una volta la splendida imperfezione della natura umana.

Oreste Pardini, Maggio 2025 ©️

⚽️ “The English Game” è realtà! 🎙️🇬🇧L’amore per il calcio inglese da oggi ha una nuova voce.Un podcast nato per racconta...
08/04/2025

⚽️ “The English Game” è realtà! 🎙️🇬🇧

L’amore per il calcio inglese da oggi ha una nuova voce.
Un podcast nato per raccontare storie, emozioni e curiosità della Premier League.

Io ci sarò, insieme a tre cari amici e speciali compagni di viaggio con cui da sempre condivido questa passione.

🎧 Ci trovate LIVE su YouTube la Domenica alle 19:00

https://youtube.com/?si=SqUM_gaeQTqLtujE

Vi aspettiamo!

La fiamma dell’estro di un talento calcistico non smette mai di alimentare quella genialità che vi si cela dietro. Anche...
11/07/2024

La fiamma dell’estro di un talento calcistico non smette mai di alimentare quella genialità che vi si cela dietro.
Anche quando pensiamo che si stia affievolendo definitivamente, facendo il giro del mondo dalla Grecia, al Qatar per approdare in Brasile.
È proprio in quel momento anzi che rimaniamo fregati.
Con il colpo di coda, di chi non sa non essere protagonista.

Quel cassetto dei ricordi che pensavamo chiuso e pieno di polvere allora può riaprirsi.
Spazio ce n’è e nel tempo vi verrà riservato perchè un diamante è per sempre, come diceva una delle stelle più brillanti della storia del cinema.

Qualche Estate fa, il nostro protagonista si chiedeva se qualcuno potesse essere ancora interessato al suo sinistro. Oggi, “El Bandido” James Rodrìguez conquista - servendo il sesto assist della competizione - la finale della Copa.

Il miglior giocatore della rassegna a mani basse. Un trattato in movimento sull’arte di “passare il pallone”.

Lo si vede piangere in mezzo al campo.
Con la maglia dei Cafeteros, si è presentato al mondo. Oggi, con questa stessa va alla ricerca della consacrazione.

È maturato. Dieci anni sono quelli che lo separano dal goal che fu il trampolino verso la ribalta, verso l’infinito.

La Celeste - storica rivale anche di quell’ottavo di finale del Mondiale 2014 - a cedere di nuovo il passo. Questa volta guidata da Bielsa, professore dentro e fuori dal prato verde.
Una storia scritta da autori imperfetti, autentici. Il cui finale spiazza e lascia insoddisfatti perché in un mondo ideale ad entrambi forse sarebbe dovuta spettare la gioia di giocare la finalissima.

La fortuna di assistere alle imprese di uomini che ancora una volta si prendono il palcoscenico e, per una sera, ci ricordano che non solo le vittorie possano denotare i migliori allenatori e non solo la continuità possa distinguere i migliori giocatori.

“Siamo felici.”
Tutto qua. Due parole.
Avrebbe potuto dirne mille-mila, forse avrebbe anche voluto, ma con quello sguardo rivolto alla fascia da capitano nel corso dell’intervista post partita, ha comunicato tutto.
In quella voce rotta e in quel non detto, risiede la soddisfazione di chi dopo 23 anni può tornare a far sognare la propria gente.

L’appuntamento con la storia è fissato.
L’Albiceleste, campione del mondo in carica, aspetta.

Diez vs Diez, potrebbero dire…
Ma sappiamo che in ogni caso sarà qualcosa di più.

Oreste Pardini, Luglio 2024 ©️

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