06/02/2018
Uno dei motivi per cui scrivo di pugilato rimanendo povero in canna, invece di dedicare il mio tempo a cercare d’arricchirmi, poco originalmente, con aneddoti sul calcio di cui il populus italicus non pare mai stanco, risiede in una storia come questa, che di seguito scrivo di getto. Senza nemmeno rileggere.
Nato a metà del diciannovesimo secolo nei dintorni di New York, Jimmy era l'ultimo rampollo di una famiglia di spericolati acrobati trapezisti.
Nessuno di loro era solito usare reti di sicurezza durante l'esercizio, per garantire spettacolo estremo ad un pubblico educato al "tutto o niente" in un'epoca di pionieristica conquista d'ogni grano di fama, di ogni giorno di gloria.
In tourné per l'Europa, il padre di Jimmy fece il salto mortale tra due altalene sopra le baionette spiegate di una pattuglia dell'esercito francese, per aumentare la pericolosità della performance.
Jimmy aveva quattordici anni quando, dopo un litigio coi genitori, si nascose a bordo di un cargo che stava salpando per gli States dal porto di Amburgo.
Rientrato in patria, capì che chi nasce acrobata sa fare quello e poco altro: si unì, quindi, ad un circo per il quale cominciò a fare anche il domatore di fiere.
Durante un allenamento al trapezio, mancò la presa e rovinò su un muretto, fracassandosi la spalla.
Decise che non l'avrebbe più fatto.
Di madre, padre, due sorelle e tre fratelli, solo Jimmy e la sorella Maime non furono uccisi dalla f***e attività di acrobata senza rete. Gli altri morirono negli anni, sterminati da un'adrenalinica esistenza che non concedeva distrazioni.
Jimmy divenne un pugile.
La sua carriera, cominciata tardi, faticava a decollare, ma la passione per le tecniche d'allenamento lo portò a viaggi-studio interminabili, incoraggiati dallo spirito nomade che i circensi si portano dentro dalla notte dei tempi.
Andò in Svizzera, in Germania, in Inghilterra per approfondire l'allenamento fisico e mentale degli atleti.
Nelle università europee di specializzò in osteopatia e chiropratica.
Nella 44sima strada di New York aprì il suo "College of Boxing", l'Università del Pugilato, avendo tra i suoi studenti il 26mo Presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, e lo scrittore e pubblicista Ralph Pulitzer.
Costruì un'enorme palestra con nove camerate per il riposo degli atleti ed un ring all'aria aperta; pugili, allenatori, spettatori e semplici curiosi erano attratti da ogni parte della costa orientale degli Stati Uniti e fuori dallo stabile vi erano centinaia di cavalli e carri a stazionare nelle eterne fanghiglie invernali e polveri estive.
Allenò e portò al successo planetario alcuni dei più grandi campioni di ogni tempo: Jack Dempsey, Joe Gans, Kid McCoy, George Dixon, Luis Angel Firpo.
Nella propria infinita passione pugilistica, Jimmy arbitrò centinaia di match, promosse decine di campionati del mondo, insegnò la boxe a tantissimi giovani.
L'11 ottobre del 1932, l'uomo di cui vi ho parlato lasciò su questa terra la propria moglie, due figli e molti nipoti.
Si chiamava Jimmy DeForest: con tutta probabilità è il più grande allenatore di pugilato della storia.
Nella foto è accanto al suo grande prodotto pugilistico Jack Dempsey, con l’immancabile sigaro al lato della bocca.
Acrobata di circo, clandestino su transatlantici, medico bohémien, pugile, promoter ed allenatore, DeForest non ha vissuto un giorno uguale ad un altro, sapendo traslare la propria fantasiosa esistenza su atleti leggendari che hanno fatto la storia del ring.
Grazie se leggerete ancora le mie storie di pugili.
[Marco Nicolini, 16 dicembre 2017]