30/07/2026
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Le tre definizioni di yoga nella Bhagavadgītā
La Bhagavadgītā, il "Canto del Glorioso Signore", è tradizionalmente considerata uno yogāśāstra, un «trattato sullo yoga». Non sorprende, quindi, che tutti i suoi diciotto capitoli rechino nel titolo la parola yoga: arjunaviṣādayoga, sāṅkhyayoga, karmayoga, bhaktiyoga ecc. Ogni capitolo, insomma, sembra composto per essere "meditato".
Ma che cos'è esattamente lo yoga secondo la Bhagavadgītā?
Il testo non ne offre una sola definizione, bensì tre, divenute celebri, che ne mettono in luce aspetti complementari.
1. समत्वं योग उच्यते > samatvaṃ yoga ucyate (BG 2.48)
"Lo yoga è chiamato equanimità"
Lo yogin equanime conserva la stessa (sama) disposizione d'animo nel successo e nel fallimento, nel piacere e nel dolore. L'equanimità, in sostanza, è la condizione che rende possibile l'azione priva di attaccamento ai suoi frutti.
2. योगः कर्मसु कौशलम् > yogaḥ karmasu kauśalam (BG 2.50)
"Lo yoga è abilità/maestria nell'azione"
Lo yogin non si accontenta di fare il minimo indispensabile, ma affronta ogni azione con la massima maestria (kuśala) e la massima precisione.
3. तं विद्याद् दुःखसंयोगवियोगं योगसंज्ञितम् > taṃ vidyād duḥkhasaṃyogaviyogaṃ yogasaṃjñitam (BG 6.23)
"Si sappia che quello è chiamato yoga: la separazione dalla congiunzione con il dolore"
Quest'ultima è una definizione cruciale, perché riconduce lo yoga, inteso come antropotecnica, alla sua finalità essenziale: svincolare l'essere umano dal dolore (duḥkha).
Le tre definizioni non sono alternative, ma descrivono tre dimensioni di un unico percorso: equanimità della mente, profusione della massima cura nell'azione e liberazione dalla sofferenza.