26/09/2024
Nel bushido si esaltavano dunque i valori che un samurai doveva dimostrare a se stesso e pubblicamente. Possiamo riassumerli in sette punti.
Rettitudine (gi)
Intesa come onestà e senso di giustizia. Non doveva esserci confusione tra giusto e sbagliato. Questo significa che per un samurai le vie di mezzo non esistevano: vedeva bianco o nero (una regola strettamente legata al sentimento di fedeltà). La strada scelta doveva essere abbandonata se la si reputava sbagliata.
Questo senso di giustizia doveva essere esteso agli altri e interve**re se lo si vedeva venir meno. Era anche un modo per evitare esitazioni nel compiere un’azione.
Coraggio (yu)
Eliminare ogni tipo di paura è l’arma più efficacie. Quando la folla trema e si nasconde, il samurai reagisce. Non si tratta di essere sconsiderati: l’azione va fatta con intelligenza e saggezza, ma una volta scelto di agire non si torna indietro. La resa non è contemplata. È uno dei motivi che portò i giapponesi a non avere rispetto per i nemici arresi (come successe, per esempio, nella seconda guerra mondiale).
Come liberarsi della paura della morte? I samurai attingevano alla pratica Zen, il cui scopo era di “liberare” la mente dell’uomo. Uno stato chiamato “senza-pensiero” (mushin), in cui corpo e spirito diventano un tutt’uno e si ha un distacco dalle cose materiali: in questo distacco la paura non può trovare posto, perché è sostituita dall’accettazione e dalla calma.
Solidarietà (jin)
Intesa come pietà nei confronti del più debole. Se si ha più potere della massa, non lo si deve usare per se stessi ma per aiutare gli altri. Le qualità possedute, che rendono il samurai migliore degli altri, vanno sfruttate aiutando chi non può avvalersi di queste qualità. Se l’opportunità di aiutare gli altri non si mostra, deve essere il samurai a ricercarla.
Rispetto (rei)
La cortesia e il rispetto nei confronti di un uomo è essenziale, anche se si tratta di un nemico. Non importa quale sia lo schieramento o l’ideologia di un uomo: va in ogni caso rispettato per il fatto di essersi messo in gioco. Se anche l’avversario si comporta con onore, si tratterà di una battaglia (vera o figurata) che si ricorderà in futuro; in caso contrario il samurai non sarà in torto.
Sincerità (makoto)
L’onestà deve essere ben chiara nelle proprie azioni. Il samurai non mente, non finge e non ha bisogno di fare promesse: quello che dice deve essere già di per sé una promessa e chiunque sarà certo che l’intento da lui mostrato sarà portato a termine. Come si può capire, è qualcosa che va oltre alla semplice verità, perché si riconduce alla fermezza nel carattere: una volta presa una decisione, non si torna indietro, sia nelle piccole che nelle grandi imprese.
Onore (meiyo)
L’onore è forse il sentimento più difficile da capire della cultura orientale. Associarlo alla vendetta sarebbe sbagliato: non si limita, infatti, a spingere il samurai a vendicarsi per un insulto subito.
Quello che ruota attorno al concetto è, in poche parole, il cercare di raggiungere la perfezione; il dimostrare la propria condizione (che deve essere buona). Il samurai preferiva morire che cadere in disgrazia. Se poi veniva ricordato nelle generazioni future, allora aveva raggiunto lo scopo. Per questo motivo, in battaglia, gridava il suo nome e cercava di elevarsi sopra agli altri.
Il precetto dell’onore nasce e muore con se stessi. Nessun altro dovrebbe dire se le azioni di un samurai sono onorevoli, perché dovrebbe essere lui stesso a saperlo.
Lealtà (chugi)
In quest’ambito ricade il concetto di dovere, molto sentito dagli orientali. Il samurai era legato anima e corpo al suo signore (daimyo), ma anche alla via che aveva scelto. La fedeltà non si fermava qua: il samurai era legato a chiunque decidesse di proteggere. Soprattutto, il legame verso i genitori era forte e saldo quasi quanto quello che aveva nei confronti di un signore. Un samurai era disposto a difendere con la morte sia i genitori che il suo signore.
Il senso di dovere è da estendere a ogni azione. Fatta un’azione, si diventa responsabili delle conseguenze, qualsiasi esse siano.
Fonti principali
Yamamoto Tsunetomo, «Hagakure»