08/10/2024
IL MAESTRO DEL “PUGNO DI COTONE”
Nessuno a Pechino aveva mai visto una disciplina marziale tanto strana e ridicola come quella portata nella capitale da un oscuro maestro proveniente da chissà dove.
La sua bizzarria era chiara, sia nei movimenti incomprensibili, sia nella modalità di esecuzione assurdamente lenta e “morbida”.
Davanti alle prime esibizioni, la gente sorrideva pensando: “ma che razza di efficacia può avere in combattimento il muoversi lenti come tartarughe?, per non parlare dei colpi che sembrano avere la stessa consistenza... della bambagia!”.
Sarà forse questo il motivo per cui il Taijiquan delle origini venne chiamato all’inizio: “Pugno di cotone”.
Eppure, dopo esser giunto a Pechino sul finire della prima metà del XIX secolo, Yang Luchan (1799-1872) impiegò pochissimo a dimostrare la superiorità della sua strana disciplina, lenta e morbida, rispetto alle potenti e fulminee arti marziali che i cinesi della capitale avevano sino allora conosciuto.
A quel tempo tutti coloro che si dedicavano all’insegnamento marziale lo facevano per professione e per un maestro la miglior pubblicità per accrescere la propria fama (e il numero degli allievi paganti) era senz’altro costituita dal “sistema delle sfide”.
Un insegnante ne sfidava un altro per acclarare non soltanto la propria superiorità, ma anche quella della disciplina che insegnava.
In quel periodo, questi duelli erano a volte delle mere esibizioni di abilità, altre volte degeneravano in combattimenti feroci, senza esclusione di colpi (va pertanto detto che Yang Luchan si trovava a Pechino, in un primo tempo sotto falso nome, proprio per sfuggire alla vendetta dei familiari di un maestro che era rimasto ucciso in combattimento).
Il rischio di subire danni fisici era quindi concreto, per questo motivo i contendenti spesso firmavano degli accordi scritti che “liberavano” l’avversario da ogni responsabilità per i danni subiti.
Il primo maestro che lo sfidò, probabilmente ritenne il confronto una semplice formalità: non aveva alcun dubbio che avrebbe battuto e ridicolizzato Yang Luchan, e del “Pugno di cotone” non se ne sarebbe più parlato.
Come racconta la storia, le cose andarono in maniera assai diversa: la vittoria di Luchan fu rapida e schiacciante.
Dopo di questa, le sfide si susseguirono una dopo l’altra. Nessuno riusciva a capacitarsi di come il nuovo maestro riuscisse a neutralizzare col minimo sforzo qualunque attacco gli venisse sferrato, non importava quanto questo fosse rapido e violento; altrettanto misterioso era il come riuscisse a restituire – decuplicata – la forza che gli sfidanti impiegavano contro di lui: i più fortunati venivano semplicemente catapultati a metri di distanza, cadendo rovinosamente.
Allorché fu chiaro che il suo modo di combattere denotava delle qualità marziali “nuove” e radicalmente diverse da tutte quelle che si erano viste nel corso del tempo a Pechino, il maestro venuto dalla campagna venne finalmente liberato dal fastidio delle sfide ininterrotte. Nel frattempo, la gente iniziò a chiamare Yang Luchan col solo epiteto di “Wudi” (cioè: “senza rivali”, “invincibile”). Per lui e poi per i suoi figli si aprirono delle grandi prospettive, anche come istruttori della guardia imperiale.
I numerosi allievi che si avvalsero nell'Ottocento degli insegnamenti della famiglia Yang compresero quanto fosse duro il lavoro per acquisire abilità simili a quelle del loro maestro.
Lo studio del Taiji richiedeva infatti una “riprogrammazione” del corpo e della mente, non paragonabile al lavoro richiesto in altre discipline che perseguivano essenzialmente la forza, la velocità e la tecnica.
La pratica del Taijiquan richiede una "trasformazione", impone di modificare la risposta “naturale” della mente e del corpo agli stimoli esterni e persino al pericolo; e questo era, e lo è ancora oggi, molto difficile da ottenere.
E, sebbene si possa esser lieti dell’enorme diffusione che il Taiji – soprattutto quello della famiglia Yang – ha avuto nel tempo come “disciplina salutistica”, piange il cuore nel constatare che la considerazione nei suoi confronti come “arte del combattimento” (del tutto viva nel corso delle prime tre generazioni) oggi sia svanita quasi del tutto.