09/03/2026
Uno scritto interessante del M° Nino Dellisanti trovato in rete:
𝗔𝗶𝗸𝗶𝗱𝗼 𝗲 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗲𝗺𝗺𝗶𝗻𝗶𝗹𝗲: 𝘂𝗻𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗮
Se il tema del calo dei praticanti viene spesso affrontato in modo astratto, la questione della scarsa presenza femminile nei dojo e nello specifico nei corsi adulti, merita uno sguardo più concreto. Non perché le donne rappresentino una “categoria da attrarre”, ma perché la loro assenza, o la loro difficoltà a restare, è un indicatore sensibile della qualità reale dell’ambiente di pratica.
Dire che “le donne non si avvicinano all’Aikido perché è duro o troppo impegnativo” è una spiegazione semplice, ma poco fondata. Le donne praticano discipline fisicamente e psicologicamente esigenti, anche molto più dure dell’Aikido. Il punto non è la fatica. Il punto è il contesto.
𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗱𝗼: 𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗲𝗽𝗶𝘁𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗱𝗼𝗷𝗼
Per molte donne, la domanda decisiva non è “ce la farò?” ma: “Questo è uno spazio sicuro per me?”
Sicuro non solo fisicamente, ma in primo luogo relazionalmente.
Questo implica confini chiari nei contatti, l’uso di un linguaggio rispettoso, la totale assenza di ambiguità di ruolo e, in ultimo ma non ultimo, una gestione esplicita delle dinamiche di potere.
Dove questi elementi sono lasciati alla dimensione implicita (non è necessario dirlo, perché è già così !), la pratica smette di essere neutra e diventa selettiva.
𝗜𝗹 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗻𝗼𝗱𝗼: 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝗱𝗮𝘁𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝘁𝗮 𝘀𝘂 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝘂𝗻𝗶𝗰𝗼
In molte situazioni di pratica la didattica è costruita, senza malizia, su un corpo maschile medio: forza, altezza, struttura, modalità di contatto.
Le donne si adattano, compensano, tacciono… finché se ne vanno.
Quelle che rimangono, ed è importante chiarirlo, non rappresentano chi se n’è andata.
Il sistema seleziona, non necessariamente educa.
Una didattica realmente inclusiva non “semplifica”, ma è tale se spiega di più, varia di più, legittima domande e differenze.
Si deve inoltre comprendere che questo migliora la pratica di tutti, non solo delle donne.
𝗜𝗹 𝘁𝗲𝗿𝘇𝗼 𝗻𝗼𝗱𝗼: 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼
Spesso non ci sono conflitti aperti. Ci sono silenzi.
Silenzi su disagio, fastidio, confusione, sensazioni corporee.
Il silenzio non è armonia. È spesso adattamento forzato.
Un dojo che non prevede spazi minimi di parola, anche informali, chiede alle persone di “stare dentro” senza strumenti. Non tutti e tutte possono o vogliono farlo.
𝗖𝗼𝘀𝗲 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝗲 𝗱𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗲 (𝘀𝘂𝗯𝗶𝘁𝗼)
Senza riforme epocali, senza snaturare nulla si tratta di chiarire esplicitamente regole e confini.
Và sottolineato il tema del contatto e del rispetto ed è necessario osservare chi resta ai margini (e perché).
Al livello dell’insegnante ci si deve interrogare sul proprio stile di insegnamento ed essere pronti ad ascoltare, senza difendersi subito.
Non sono concessioni. Sono atti di responsabilità educativa.
𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗼𝗻𝗻𝗲
Perché un dojo in cui una donna può praticare con continuità, sentirsi sicura e crescere, è quasi sempre un dojo più maturo ed attento.
E quindi più abitabile anche per giovani, principianti, persone “non allineate”.
Non si tratta di “fare Aikido per le donne”.
Si tratta di verificare se l’Aikido che proponiamo può essere abitato anche da loro.
Se la risposta è no, il problema non è il genere femminile, è il dojo.