29/04/2026
Insegno Pilates da anni. Il mio corpo non corrisponde all'immagine che molti si
aspettano di trovare in una sala fitness: ho qualche chilo di troppo, e lo so. In
più ho una disabilità, ovvero la sordità. Me lo ricordano spesso — uno
sguardo storto nello spogliatoio, una battuta a mezza voce, qualche
commento sui social sotto una foto di lavoro. "Ma come può insegnare
ginnastica se non è in forma?"
Ecco: quella domanda è la mancanza di rispetto nella sua forma più quotidiana e più
subdola. Non è un insulto gridato. È una sufficienza silenziosa, un giudizio
immediato che non si prende la briga di guardare oltre l'apparenza. È
esattamente ciò che Maccioni chiama la smania del giudizio immediato figlio
dell'emotività, che non tiene conto delle storie delle persone, delle loro
battaglie interiori.
Viviamo in un'epoca paradossale: non siamo mai stati così connessi eppure così
lontani. I social network ci permettono di raggiungere migliaia di persone, ma
ci hanno anche consegnato uno strumento perfetto per ridurre chiunque a
un'immagine da valutare in una frazione di secondo. Un corpo. Una forma. Un
numero sulla bilancia. In questo contesto, la scelta di Treccani di eleggere
"rispetto" come parola del 2024 non è un gesto nostalgico: è quasi un atto di
resistenza.
Maccioni ha ragione quando insiste sull'etimologia. Respicere — guardare di nuovo
— è un invito a rallentare, a sospendere il giudizio. Eppure la logica
dominante oggi premia chi reagisce per primo, chi semplifica di più, chi riduce
una persona a una categoria. Il mio lavoro mi ha insegnato l'opposto.
In una sala di Pilates imparo ogni giorno che il corpo non racconta tutta la storia. Ho
allievi apparentemente "perfetti" che non riescono a respirare per l'ansia. Ho
persone anziane, rigide, sovrappeso, che sviluppano una consapevolezza
corporea straordinaria nel giro di pochi mesi. Ho visto corpi che il mondo
giudica "sbagliati" compiere movimenti di precisione ed eleganza assoluta. Se
mi fossi fermata all'apparenza — la loro o la mia — non avrei mai visto nulla
di tutto questo.
Il testo di Maccioni descrive una scala discendente di atteggiamenti che negano il
rispetto: indifferenza, noncuranza, sufficienza, insolenza, disprezzo, spregio.
Tutti concetti che conosco. L'indifferenza è quella delle palestre che non mi
hanno richiamato dopo il colloquio, pur avendo un curriculum solido. La
sufficienza è quella di chi entra in classe convinto di sapere già cosa posso o
non posso offrire. Il disprezzo è quel commento online che non valuta la
qualità del mio insegnamento, ma il mio girovita.
Eppure — ed è questo il punto centrale — nessuno di quegli sguardi ha mai
migliorato la tecnica di un mio allievo. Nessuna battuta sul mio peso ha mai
aiutato qualcuno a ritrovare l'equilibrio, a liberarsi dal mal di schiena, a
respirare meglio. Il giudizio non costruisce. Demolisce.
Ecco perché il rispetto non è una virtù decorativa, un optional della buona
educazione. È, come scrive Maccioni, il cemento che tiene insieme le relazioni, la colla che permette a una comunità di non sgretolarsi. Nella mia
sala, quella comunità esiste davvero: persone di età, corpi e storie
diversissime che imparano a muoversi insieme, ad ascoltarsi, a non
competere. È uno dei pochi luoghi dove ho visto il rispetto funzionare
concretamente, non come concetto astratto.
Ma il rispetto, lo so bene, non è spontaneo. Bisogna, come dice l'autore, allenarsi —
e non è un caso che proprio questa parola risuoni con il mio mestiere.
Allenarsi al rispetto significa sviluppare un'abitudine: quella di non fermarsi
alla prima impressione, di chiedersi cosa non si vede, di preoccuparsi per la
vita altrui. Significa scegliere ogni giorno di guardare di nuovo.
Io quella scelta la faccio ogni mattina quando entro in sala. Guardo i miei allievi —
non i loro corpi, ma loro. Le loro fatiche, i loro progressi, le loro storie. E
chiedo, silenziosamente, che facciano lo stesso con me.
Non ho bisogno di un corpo perfetto per insegnare il Pilates. Ho bisogno di
competenza, passione e rispetto — per chi ho davanti, e per me stessa.
Forse è questa la lezione più importante che posso dare: il rispetto comincia quando
smetti di guardare solo la superficie. E lì, spesso, trovi la cosa più bella.