13/10/2023
Fagioli all’uccelletto.
Cari amici, scrivo questo post un po’ per congedarmi più o meno ufficialmente dalla pagina, dato che comunque in questi anni ho scritto pochissimo, un po’ per sfogo, un po’ per mettere per iscritto alcuni pensieri che da tempo affollano la mia mente.
La verità è che il calcio non mi emoziona più.
Mi rendo conto che sto per fare un discorso che avrebbe per molti tratti del qualunquismo, per cui cercherò almeno di evitare parallelismi con le tribolazioni che noi comuni mortali viviamo tutti i giorni e quello che sono diventati i calciatori moderni, tra social, agenti, contratti immorali e valori morali sotto zero.
E non c’entra neanche, come mi raccontavo, la situazione drammaticamente ridicola che sta vivendo la Sampdoria negli ultimi anni, perché in fondo da quando sono tifoso gli anni di m***a che abbiamo vissuto noi blucerchiati sono molti di più di quelli belli, e l’unica consolazione è che i nostri cugini rossoblù in ogni caso se la sono vista anche peggio. E perfino in questo, ironia della sorte, non essendo io di Genova, quella col grifone è una rivalità che non è che senta poi così tanto.
Però ecco, anche quando ci barcamenavamo tra la serie B e il centroclassifica della serie A con campionati finiti a febbraio, c’era comunque la voglia di seguire le altre squadre, le altre partite, gli altri calciatori.
Quando la Samp era in B e non avevamo l'abbonamento per guardarla in TV, mi appassionai all'Inter guardando le partite con mio padre, che ne è tifoso. Era l'Inter di Vieri, quella di Moratti prima del Triplete, quella che non vinceva mai. La pazza Inter. Eppure mi stava assai simpatica, fino a diventare quasi una seconda squadra. Questo per dire che non sono mai stato uno per cui "vincere è l'unica cosa che conta".
Avevo dei beniamini, e non erano manco i nomi più gettonati. Impazzivo per Nuno Gomes, visto nel Portogallo a Euro 2000. Facevo la Master League di PES comprando sempre gli stessi giocatori perché mi stavano simpatici. In alcuni casi manco li avevo visti mai giocare, eppure li ricordo ancora: Alexander Baumjohann, semisconosciuta ala tedesca dalla carriera mediocre, e Marat Izmailov, trequartista che ha giocato in Russia e Portogallo, con sporadiche apparizioni in Champions e in nazionale. Giocò anche il mondiale del 2002. Mai vista una partita in cui c’era il primo, mentre per il secondo arrivai a guardare un match della Russia per vedere almeno chi fosse. Eppure per qualche motivo “tifavo” per loro e li acquistavo sempre.
Adesso fatico sinceramente a trovare un giocatore che mi stia simpatico. Perfino il fatto di iniziare ad appassionarmi a qualcuno semplicemente per via del cognome ridicolo ha iniziato a tradirmi: ho dedicato le mie ultime due squadre del fantacalcio a Schiappacasse e Fagioli. Il primo è stato beccato in macchina con droghe e pistole (https://www.corriere.it/sport/calcio/22_gennaio_27/nicolas-schiappacasse-arrestato-aveva-pistola-stupefacenti-auto-0929c820-7f72-11ec-92d4-fb784b53d483.shtml) , il secondo sta dando il via al più grande scandalo calcioscommesse italiano degli ultimi boh, quarant’anni? Quest’anno la mia squadra si chiama “Buongiorno, Adopo, Tchaw”, scommettiamo che l’anno prossimo almeno uno di questi ce lo ritroviamo sul giornale? E taccio sul sempre crescente numero di reati veri e propri commessi da quelli che dovrebbero essere dei beniamini, degli esempi, negli ultimi anni, perché se prima avevamo Balotelli che si faceva esplodere il cesso di casa a suon di petardi, e Cassano che si “augurava che non ci fossero froci in nazionale”, adesso abbiamo un condannato per stupro che gioca regolarmente in serie B.
Ma pure sul campo, non c’è nessuno per cui valga la pena “pagare il biglietto”. Mi è piaciuta qualche giocata di Kvaracoso l’anno scorso, lo trovavo simile al primo Kakà. Tempo un anno e ha compiuto la sua trasformazione in Gino Fastidio. Insomma, fatico ad appassionarmi, fatico ad immedesimarmi, fatico a trovare un “idolo” dentro e (figuriamoci) fuori dal campo, fatico a trovare motivi per cui dovrei regalare il mio tempo libero a qualcosa che non mi rappresenta più.
Non lo so, non so manco bene dove voglio andare a parare. Il punto è che il calcio sa essere quello sport che solo due anni fa ci ha regalato una bellissima storia di vita e di sport con quell’abbraccio tra Vialli e Mancini. Che solo pochi mesi fa mi ha fatto tornare allo stadio a gridare per un Retegui qualunque in nazionale. Ma è anche la cosa che più mi ha deluso e continua a deludermi nella vita, e che, sarà anche che sono “diventato grande” e che nella vita mi sono successe un bel po’ di cose che hanno messo il rettangolo verde sempre più in secondo piano, sempre più sullo sfondo, ha smesso ormai da tempo di farmi sognare.
Dopo la finale di Euro 2016, con Ronaldo uscito nei primi minuti in lacrime per poi incitare i suoi compagni di squadra per tutta la partita, trascinandoli forse ancora di più rispetto a se fosse rimasto ancora in campo, scrissi su Facebook “Sono sinceramente dispiaciuto per chi non riesce a capire che non si tratta solo di una partita di calcio”. Oggi sono più dispiaciuto per me, per non aver capito prima che invece sì, forse sono solo partite di calcio. E diventano pure sempre più brutte.
Pace, amore, empatia.
Don Boskov