23/05/2026
IL PERICOLO NON È DOVE C’È LA PALLA, MA DOVE LA PALLA ANCORA NON C’È
Non è assolutamente vero che il Paris San Germain pensa ad come attaccare ma non ha un’organizzazione difensiva, che “non difende nessuno” come in tanti hanno detto dopo la famosa partita di andata contro il Bayern.
E proprio adesso, a freddo, vogliamo mostrare come il PSG abbia difeso, con che attenzione e con che INTENZIONE.
Luis Enrique non lascia nulla al caso. Ogni dettaglio è studiato, ponderato, scelto e soprattutto allenato.
È un tipo di strategia che evidentemente tantissimi ancora faticano a concepire.
Il PSG non ha bisogno di riempire l’area per riuscire a sopravvivere all'avversario. Non esaspera i raddoppi, non scappa all’indietro perché ACETTA il rischio, ACCETTA la parità numerica e il duello.
L’interpretazione del giocatore è centrale, non solo nella fase di possesso ma anche nel momento difensivo.
Ed è SOPRATTUTTO lì che si vede il LAVORO.
Proviamo a guardare questa azione senza focalizzarci troppo in zona palla, ma cercando di interpretare cosa fa e COME la fa, chi NON è “in attività” (vicino alla portatore).
Zaire Emery è l’esempio perfetto. Completamente orientato verso il proprio riferimento avversario.
Non guarda palla e avversario, non sta a metà, marcando e coprendo. Sembra disinteressarsi del duello frontale tra Nuno Mendes e Olise.
Perché non va a raddoppiare? Perche non allenta un po’ marcatura accorciando sul duello Olise vs Nuno?
Perché la priorità assoluta è l’avversario e se Zaire Emery si fa attrarre dalla palla, se accorcia a metà, se va con il corpo verso il duello laterale, forse può aiutare Nuno Mendes…ma il suo uomo, se Olise va sul fondo e mette un cross, potrebbe diventare il +1 del Bayern in area di rigore.
Se Z.Emery perde il suo riferimento non ha risolto il problema, lo ha solo spostato dentro una zona ancora più pericolosa.
Quindi resta lì legato e responsabile.
Non perche non sappia dove sia la palla, ma perché sa bene qual è il suo compito in quella struttura.
Il calcio a quei livelli non è solo intervenire.
È anche resistere alla tentazione di intervenire, capire la priorità.
Un altro esempio è Pacho, centrale lato palla. Guarda Nuno Mendes in isolamento con Olise.
Vede lo spazio tra sé e il compagno e sa bene che, se Olise salta Nuno, punta dritto verso la porta.
Ma non si avvicina, non si fa prendere dalla frenesia correndo verso il lato.
Resta dentro, dove deve stare.
E infatti, alla fine dello sviluppo, c’e un 3 vs 3 in area, che sarebbe stato un 2vs3 se il difensore si fosse fatto attirare in zona palla.
Perché il pericolo spesso non è dove c’è la palla, ma dove non c’è ancora la palla.
E un raddoppio in zona palla può costare molto caro, perché implica lasciare un attaccante libero dove la concentrazione è minore.
Tutto questo si allena, non è casualità. Non vuol dire non difendere o anarchia.
È una squadra che lavora sui riferimenti, sulla responsabilità individuale, sulla parità numerica, sulla fiducia totale verso il compagno.
La comunicazione non verbale è molto chiara:
“Tu sei Nuno Mendes, puoi difendere quel duello”.
“Tu sei Zaire Emery, puoi tenere il tuo uomo senza farti ipnotizzare dalla palla.”
“Tu sei Pacho, puoi rimanere lucido dentro l’area senza farti prendere dall'ansia per il compagno.”
Ed è questa la grandezza dell’idea di Luis Enrique:
Vuole un sistema di giocatori responsabili, sceglienti, interdipendenti. Anche se non si lavora sui raddoppi, se non si cerca la superiorità numerica ovunque.
Chiaro che se dall’altra parte ci sono Olise, Kane, Musiala, Sane, Kimmich... giocatori capaci di vincere duelli, di rifinire, di attaccare bene l’area…puoi anche prendere goal.
Ma prendere goal non significa non aver difeso.
Significa aver difeso con un’idea ambiziosa, a volte anche rischiosa, ma evoluta.
Bisogna guardare gli orientamenti, le distanze, le posture, i riferimenti, le rinunce e le scelte, quando si guardano le partite, amici.
Bisogna guardare il calcio.
Gianluca Savoldi & Paride Pasta