17/01/2026
La medicina cura. Lo sport previene.
Per certi versi, curare è più semplice. Non perché sia facile, ma perché è inevitabile. Quando emerge il problema, infatti, non abbiamo alternative: siamo costretti a intervenire.
La cura, cioè, è smossa dall’urgenza, da una necessità che non ammette rinvii.
La prevenzione, invece, nasce dalla responsabilità. Ma la responsabilità, purtroppo, è molto meno motivante.
Per questo motivo, prevenire è più difficile: perché significa muoversi in anticipo. Investire del tempo oggi per averne, si spera, più domani.
Lo sport ci pre-occupa ora, per non farci preoccupare in futuro.
Lo scopo dell’allenamento, se ci pensate, sta tutto qui, in questo anticipo. In questo prendersi carico di sé prima che sia obbligatorio farlo. È una forma di pre-occupazione nel senso più letterale del termine: occuparsi prima del proprio corpo. Non perché stia male, ma proprio perché stia bene.
Eppure noi, molto spesso, facciamo il contrario. Ci post-occupiamo. Ci occupiamo di noi stessi quando ormai è tardi. Il che non è per forza una colpa; piuttosto, è una tendenza profondamente umana. Rimandiamo finché possiamo, finché qualcuno o qualcosa non ci costringe a fermarci.
Viviamo in un’epoca in cui la medicina è diventata straordinaria. Questo, però, ci ha resi ancora più inclini a post-occuparci, come se sapere che esiste una cura ci autorizzasse a non pre-occuparci della prevenzione.
Lo sport rompe questa delega di responsabilità. Non ci cura, ma ci allena a prenderci cura di noi stessi.
E sapete, in un’epoca oggettificante come la nostra, dove ci prendiamo tanto cura di cose che non sono noi, come i nostri profili social o la nostra reputazione online, lo sport ci riporta a ciò che siamo, a un corpo che chiede attenzione prima ancora di chiedere aiuto. Ci “soggettifica”.
In altre parole, in un mondo che ci aliena, facendo sport torniamo ad allenarci.
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