14/02/2023
«Ai 愛è la parola che significa «amore» in giapponese.
Il professor Shirakawa leggeva nel kanji di «amore» l’atto di una persona che si allontana e il cui cuore viene, in qualche modo, trattenuto alle spalle. È come il lasciarsi indietro un sentimento, o meglio il proprio cuore (kokoro 心), che non a caso compare al centro di ai.
È il cuore che resta di poco più in là, nella propria scia, che fa esitare il passo di chi si allontana. Anticamente 愛si leggeva kanashi, ovvero «triste», «melanconico»: un’assonanza che giustifica quel che accade negli ingranaggi di questo ideogramma, perché lasciare indietro il proprio cuore, è quanto accade a chiunque sia coinvolto nell’amore; si è presenti a se stessi e tuttavia ci si sente incompleti, come tirati indietro da qualcosa di impalpabile, un appiglio emotivo che non rende liberi di allontanarsi da dove si trova chi si ama.
Il linguaggio dell’amore in giapponese è molto più discreto che in Occidente. Si crede infatti che sia un sentimento che non si comunichi a parole, o non soltanto, ma che si dimostri principalmente con i fatti. La dolcezza, l’attenzione e il rispetto non necessitano per forza di verbalizzazioni; è invece il rapporto, gli anni accumulati, la condivisione soprattutto di quel tempo più ancora del luogo, il non detto più ancora del dichiarato, a determinarne la solidità e a influenzarne la qualità. Verso quanto si mostra, pare che i giapponesi nutrano una sorta di istintivo sospetto.
L’essenza –sembrano dire –va al di là di quanto l’altro promette.»