26/11/2020
L'estate del 1984 avevo appena compiuto 6 anni, ero ancora la 'piccola' di casa e mi sparavo contenta tre mesi di vacanze al mare, a Sapri. Quell'estate il Napoli comprò Maradona dal Barça e tutti ma proprio tutti non facevano che parlare di lui, ovunque. Addirittura si vendevano delle cassette con canzoni dedicate solo all'idolo argentino, tra cui 'Maradona è megli' e Pelè – ciamm fatt o mazz tant pe ll'avè'. Io e mia cugina, mia coetanea, ignoravamo il significato di 'mazzo' e dell'intera espressione 'farsi il mazzo tanto', a noi piacevano (almeno a me) il suono e la rima. Quindi cantavamo a squarciagola nel campo di bocce 'sta canzone per noi innocua e allegra. Lo zio di mio pa', nonché nostro prozio, professore emerito e preside di ginnasio, persona coltissima dal portamento nobile e altero era, giustamente, sconvolto nel sentirci cantare con enfasi il mazzo che ci eravamo fatti per avere Maradona, ma non riusciva proprio a fermarci! Se ci penso rido ancora di gusto! Povero zio!
Non l'ho mai visto giocare dal vivo, purtroppo. Ho amato la leggenda nata attorno alle sue gesta, fuori e dentro il campo. È vero, Diego è un dio umano, peccatore, fragile, ma tanto buono e generoso. Anche testardo e determinato, uno che non ha mai abbassato la testa, non si è mai fatto mortificare dai padroni che l'hanno umiliato, sfruttato e abbandonato. Ma Diego ha sempre pagato di tasca sua, con squalifiche, multe, debiti, persino con entrambe le caviglie spezzate e una coppa del Mondo negata, concessa agli avversari con un rigore che forse non c'era. Diego è stato un personaggio scomodo per i potenti dei palazzi (FIFA). Proprio mentre stava trascinando una delle nazionali argentine più forti di sempre (Balbo, Batistuta, Sensini, Redondo, Simeone, Chamot, Caniggia...) nel mondiale '94 negli US, ecco una nuova accusa di doping.
Ecco, quella partita l'ho vista, l'ho visto segnare un gol pazzesco e correre con tutta la forza e urlare la sua rabbia alla telecamera, la rabbia di chi ha fatto sacrifici enormi per vincere la dipendenza, perdere peso e tornare ad essere Dio.
Eh no, non gli hanno risparmiato niente i suoi avversari, non quelli in campo, ma quelli nei palazzi, dove si gioca tutto, dove si decide chi vince e chi perde.
Per Diego il personale era politico – nato povero, non teneva per sé la ricchezza, ma la condivideva con la famiglia, gli amici di infanzia, gli amici degli amici... un clan immenso di gente che gli stava attaccato come sanguisughe. C'ha messo 20 anni o forse più a riconoscere un figlio nato fuori dal matrimonio e questo non gli fa onore, lo ammetto. Ma torniamo alla politica: i due gol più belli, unici, irripetibili della storia del calcio Diego li segna contro l'Inghilterra della Thatcher, la st***za che si è appena ripresa le Malvinas in una guerra utile solo a illudere i britannici di essere ancora i padroni del mondo dopo lo sfascio dell'impero. Ma lì, sul campo di calcio gli inventori dello sport più bello e seguito del mondo vengono sbeffeggiati dalla mano di Dìos prima e da un gol da stropicciarsi gli occhi ogni volta che lo si vede, poi. Un capolavoro di classe, determinazione, caparbietà, genialità, un gol alla Diego, che mentre si fa tutto il campo correndo sembra essere spinto da tutti i suoi connazionali, anzi!, lui la sente tutta quella responsabilità e non sbaglia un passo, va dritto in porta, suscitando l'ovazione unanime di tutti, persino di chi di calcio non ci capisce una sega! E va******lo, Ms Thatcher! A te e alle tue navi da guerra! Ti sta mandando a ca**re uno che a differenza tua suddito non sarà mai!
Stessa sorte gli tocca a Napoli. Diego capisce subito che quella gente lo adora e soprattutto capisce che ha bisogno di amarlo, perché ha ben poco per essere felice. E Diego, fino a quando sente forte l'amore puro del popolo che ne ha fatto un idolo, decide di assumersi un'altra responsabilità e di ricambiare tutto quell'amore con lo scudetto. È lo scudetto degli ultimi, dei diseredati, dei puri, che vivono dei suoi gol e dell'arte di arrangiarsi, che hanno sempre preso mazzate – dal terremoto, dal governo, dalla camorra – e invece con Diego possono finalmente alzare la testa e dare sfogo a tutta la loro genialità: “Non sapete che vi siete persi” è la scritta che campeggia sui muri del cimitero di Poggioreale all'indomani dei festeggiamenti cittadini per la vittoria del tricolore. Perché il desiderio di condividere quella gioia immensa anche con chi non c'è più è tanto!
In un'intervista, la stessa in cui racconta lo sfizio di umiliare gli inglesi, Diego citerà un altro 'sfizio' – la vittoria contro la squadra degli Agnelli. Se credete che Diego sia stato solo un calciatore, vi sbagliate di grosso. Diego capisce significa vincere a Torino, qual è il significato strettamente politico di quella vittoria, cosa significa per una squadra del sud andare a rovinare la domenica all'Avvocato, quindi ancora una volta si prende la squadra sulle spalle, non segna ma fa segnare e oscura del tutto l'altro numero 10 in campo, quello che diventerà uno dei volti oscuri dell'UEFA, uno di quei signori dei palazzi che muovono le fila di tutto il calcio mondiale contro i quali si scaglierà anni dopo, impavido e strafottente.
Oggi muore un calciatore straordinario e un rivoluzionario indomito, forse l'ultimo dei rivoluzionari della mia generazione. Grazie a chi ha saputo raccontarlo, amarlo, difenderlo, immortalarlo – Eduardo Galeano, Emir Kosturica, Gianni Minà, Paolo Sorrentino, che gli ha dedicato un Oscar. Perché i rivoluzionari non sono persone comuni, se ne sbattono della coerenza e dei moralismi, vivono la vita al massimo delle loro possibilità, succhiandone avidi il midollo, combattono con il popolo e per il popolo, cadono nella polvere e si rialzano, rischiano la vita e tornano più forti di prima, sanno di essere scomodi, di dare fastidio ai potenti, ma non se ne lamentano, non vanno a piagnucolare in giro. Si voltano, prendono palla e non la lasciano finché non l'hanno spinta in rete, trascinando compagni, panchina, tutto lo stadio, la città, una nazione intera in un unico fortissimo urlo: goooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooool!
The legendary live commentary by Victor Hugo Morales of the Maradona's Goal of the Century, which exemplifies its characteristic style. From the broadcast fo...