16/06/2026
La leggenda di Sir Steve Redgrave
Ora è un motivational speaker: insegna ai giovani come trovare fiducia in se stessi. Scrive libri di successo, è stato nominato Sir ed è ospite d’onore nei più importanti programmi televisivi britannici.
Ma dietro questa serenità così ovattata si nasconde una storia di rabbia e orgoglio, di coraggio e voglia di riscatto.
È la storia di Steve Redgrave.
Negli anni ’70 Steve è poco più di un ragazzino, con un fisico da gigante e un’avversione totale per la scuola. Una grave forma di dislessia gli impedisce di leggere; la sua firma è una croce. I compagni lo prendono in giro, il suo mondo non coincide con quello degli altri e il college lo espelle.
Prova con il canottaggio: è robusto, ha talento e soprattutto possiede il furore di chi non si è mai sentito accettato. Sente la stima dell’allenatore e intravede nello sport l’occasione del riscatto, intuendo che quella sarà la sua nuova vita.
Iniziano allenamenti estenuanti. Rinuncia all’adorata birra e percorre 40 chilometri al giorno. Tutti i giorni.
I risultati non tardano ad arrivare e nel 1979 diventa campione del mondo juniores. Splendido, ma soldi zero, e la famiglia Redgrave non naviga certo nell’oro.
Da allora Steve ha un chiodo fisso: vincere le Olimpiadi.
Intensifica gli allenamenti, affina la tecnica e prepara la sua rivincita sulla vita. Il momento tanto atteso arriva nel 1984. Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 sale sul gradino più alto del podio nel quattro con.
Comincia a diventare l’atleta simbolo del canottaggio britannico: conosce la fama e arrivano le prime soddisfazioni economiche. Ma una volta salito in vetta, Steve non vuole più scendere.
Se ti sei trovato con la testa nel fango, quando emergerai non potrai più fare a meno della luce.
I test a cui si sottopone con i compagni di squadra sono impressionanti: un atleta esprime mediamente 200 kilowatt di potenza, lui supera i 400.
Il direttore tecnico della nazionale lo dirotta su un’altra specialità, il due senza. Incontra Matthew Pinsent e nasce un connubio perfetto, quasi romanzesco.
I due sono talmente diversi da integrarsi alla perfezione. Matt è laureato a University of Oxford, colto e di buona famiglia. Steve proviene da una famiglia povera e i libri li ha sempre odiati.
Matt è il capovoga e stabilisce la strategia di gara; Steve mette a disposizione i muscoli e una grinta senza limiti.
Insieme sono imbattibili. Collezionano sette titoli mondiali e conquistano l’oro olimpico a Seoul 1988 (con Andy Holmes), Barcelona 1992 e Atlanta 1996.
Dopo le Olimpiadi del 1996, reclamato da moglie e figli, dichiara:
“Se mi vedete ancora su una barca, sparatemi.”
Sei mesi dopo è di nuovo in acqua per preparare l’ultima sfida: vincere il quinto oro olimpico in cinque diverse edizioni dei Giochi.
Qualcosa, però, non funziona. La macchina perfetta che ha macinato sul Tamigi migliaia di chilometri si è inceppata.
Gli esami diagnosticano il diabete e il medico gli prospetta il ritiro. Lui cambia medico e riprende gli allenamenti.
Ogni giorno fa iniezioni di insulina, si sottopone a controlli costanti e impara a dosare le energie durante i mesi di preparazione.
Continua nella sua avventura e a Sydney 2000 scrive una delle pagine più memorabili della storia olimpica.
Finale del quattro senza, la gara regina del canottaggio.
L’armo inglese parte subito forte e sembra involarsi verso un facile successo. Ma, come Redgrave ama ricordare, le gare di canottaggio iniziano ai mille metri ed è lì che comincia la rimonta dell’equipaggio italiano.
Vogata dopo vogata il vantaggio si riduce, mentre le altre imbarcazioni scompaiono.
Ai 200 metri l’armo azzurro affianca i britannici e inizia un testa a testa crudele e bellissimo.
Sul traguardo la spuntano gli inglesi per una punta.
La fatica impedisce di alzare le mani e gioire, ma poco a poco il ghigno della sofferenza si trasforma in un sorriso di liberazione.
È l’ultima gara di Steve Redgrave.
È il quinto oro.
È l’inizio del mito.