16/09/2026
Lavoravano fianco a fianco dietro il bancone. Entrambi dipendenti, anche se con ruoli diversi: lei barista da pochi mesi, lui cameriere e marito della titolare. Quindi lui, 33 anni, era in una posizione di forza rispetto alla collega appena ventenne. Soprattutto quando l’ha fatta scendere in cantina con una scusa e, secondo l’accusa, ha approfittato di lei: «O accetti o ti faccio licenziare: dico a mia moglie che non fai nulla».
Così, lo scorso maggio, si sarebbe consumata la violenza sessuale di cui è accusato il cameriere di origini romene. La vittima ha poi trovato il coraggio di denunciare tutto ai carabinieri di Torre Pellice, che hanno portato avanti le indagini chiuse proprio in questi giorni dal pubblico ministero Davide Lucignani. Ora il 33enne, assistito dall’avvocato Carlo Alberto La Neve, ha tempo tre settimane per presentare una memoria, chiedere al pm di svolgere ulteriori indagini o presentarsi in procura per essere interrogato. Poi potrebbe scattare il rinvio a giudizio.
Per ora il dramma raccontato dalla barista è riassunto nelle poche righe dell’avviso di garanzia inviato all’indagato, che abita a poche centinaia di metri dal bar gestito dalla moglie (che non risulta coinvolta nella vicenda). Secondo l’accusa, l’uomo ha convinto la collega a seguirla nella cantina del locale. A sentire lui, aveva bisogno di aiuto a mettere in ordine e a portare al piano di sopra delle bottiglie di vino. Invece, stando alla versione della ragazza, quella sarebbe stata una mossa studiata per portarla in un posto appartato, dove lei non avrebbe avuto una via di fuga. E lì avrebbe approfittato della situazione per «toccarla su tutto il corpo» e per «provare ripetutamente a baciarla». Poi è partito con la minaccia del licenziamento ed è riuscito costringere la ragazza «a subire e a compiere atti sessuali», sempre secondo quanto riportato nell’avviso di chiusura indagini.
La vicenda di Torre Pellice ricorda da vicino il dramma vissuto da un’altra barista, anche lei ventenne, assunta nel bar di Pinerolo che il suo molestatore gestiva insieme alla compagna. Come ricostruito dai giudici, l’uomo aveva «costretto, in più occasioni e con violenza», la cameriera neo assunta «a subire atti sessuali», toccandola «nelle parti intime». La ragazza aveva poi raccontato tutto alla titolare. E lei l’aveva licenziata. A quel punto si era confidata con i genitori e, il giorno dopo, il padre e il fidanzato erano andati nel locale, minacciando il titolare e rischiando di innescare una rissa, sventata dai carabinieri: «Avevo preso a cuore questa ragazza e l’ho sempre trattata come una figlia – si era difeso in aula l’imputato, difeso dall’avvocato Andrea Giordana –. Ha interpretato male le battute un po’ intime che mi scambiavo con i clienti». L’uomo, 54 anni, era stato condannato a un anno e 5 mesi sia in primo e secondo grado. Poi, mentre il procedimento era pendente davanti alla Corte di Cassazione, l’uomo si è tolto la vita.
Federico Gottardo Estratto Repubblics