25/07/2026
LA QUINTA DI POGACAR
Con la triade alpina, dal disegno assai discutibile, si chiude di fatto il Tour 2026. La passerella di Parigi aggiungerà qualcosa allo spettacolo ma nulla alla classifica finale. Il quinto Tour de France di Pogacar è stata cosa fatta da subito. Eccezion fatta per il brevissimo preambolo inaugurale di Barcellona, la sua vittoria non è mai stata in discussione. Il numero uno indiscusso del ciclismo mondiale non ha perso occasione per ricordare a tutti la gerarchia della strada. Tutto è stato orchestrato da Tadej. Tutto è ruotato attorno alla suo preciso disegno perseguito con facilità disarmante . I cinque successi parziali, sui Pirenei, sul Massiccio Centrale, sui Vosgi, sulle Alpi, a segnare un dominio animalesco, hanno impilato una classifica che non ha mai ammesso il minimo dubbio. Si dirà che anche il diavolo ci ha messo la coda eliminando prima Vingegaard e poi anche LIpowitz . Ma quanto fatto vedere dai due sfortunati protagonisti , sin quanto sono stati in gara, non sposta il giudizio sulla corsa che li aveva già relegati ad un ruolo di subalternità. Vingegaard non ha mai messo minimamente in difficoltà Pogacar mentre è certo avrebbe avuto seri grattacapi a contenere Evenepoel nella corsa al posto d’onore. Lipowitz, rimandato. La cosa più evidente che è riuscito a fare è stato un battibecco con Evenepoel. Per questo motivo penso che I suoi esami di riparazione non saranno probabilmente con la casacca della Bora. Sexais i francesi lo hanno voluto in campo a tutti i costi. Il giovane talento francese, pur mostrando una buona personalità, ha dimostrato di essere ancora lontano dai migliori. Il quarto posto finale rispecchia le forze in campo e non è il frutto di minuti trovati in azioni casuali e inaspettate. Tuttavia i francesi (e anche io) ci aspettavamo di più. Evenepoel, secondo, ha disputato la sua migliore corsa a tappe. Chissà non abbiamo assistito alla svolta della sua carriera verso un posto definitivo nell’olimpo che conta. Del Toro non è stato un avversario, il podio colto sotto l’ala di Pogacar dovrà necessariamente trovare conferma. Detto questo è doveroso tornare alla “luce” del Tour. Si è detto del dominio animalesco . In questo dominio due imprese su tutte. La prima, innescata dalla micidiale azione sul Tourmalet, è servita già alla sesta tappa a definire il quadro di come stavano le cose. La seconda è la surreale scalata verso l’Alpe d’Huez. Una prestazione monstre, 1900 metri di vam in una salita di quasi quattordici chilometri al 8,3 di pendenza media, sono qualcosa di alieno, certamente mai vista. Un successo quello dell’Alpe che desiderava con tutte le forze e che di forza si è preso. In coda un cenno a Carapaz e a Pedersen. L ’ecuadoregno ha rinunciato subito a propositi di classifica che in ogni caso l’avrebbero visto respinto. Uscito dal radar dei controlli più stretti ha disputato una bellissima corsa portando a casa due tappe, la maglia a pois e pure una top ten . Per me il miglior attore sul palcoscenico dopo Pogacar. Pedersen ha ottenuto ciò che si era prefissato, la maglia verde. L’ha ottenuta lottando ogni giorno su tutti i terreni, suoi e non suoi. Non era semplice né tantomeno scontato.
Una tiratina d’orecchie a chi disegna il Tour. Le montagne vanno collocate bene. Il Tourmalet a 40 dall’arrivo e prima dell'infinito falso piano verso Gavarnie Gedre, è una offesa. Senza Pogacar, il moloth pirenaico, sarebbe stato impalpabile. Poi le Alpi al Tour sono una cosa seria. L’arrivo in salita di Orcieres Merlette, i 128 km della tappetta dell’Alpe d’Huez e, per finire, Il Galibier 60 km prima della replica sulla finta Alpe d’Huez di oggi non sono una cosa seria.
Meno male che in corsa c’era Carapaz, l’ecuadoregno è riuscito a farle sembrare serie.
Saluti