19/02/2026
Mettetevi comodi. Perché, ieri sera, Matteo Salvini ha pubblicato un video sulla sentenza Sea Watch e ci ha regalato un minuto di bugie e di comicità che neanche Crozza nei giorni migliori.
Dice che “la signorina Rackete sperona una motovedetta della Guardia di Finanza mettendo a rischio la vita di quattro militari”.
Speronamento. La chiama così da sette anni.
Come se Rackete fosse al timone di una nave corsara col teschio sulla bandiera. Come se avesse puntato la prua urlando “all’arrembaggio” contro la Marina Militare italiana.
La Cassazione, che a differenza di Salvini i video li ha guardati, ha visto una motovedetta che si piazza di traverso tra la nave e la banchina per bloccare l’attracco e una nave che la urta durante la manovra di ormeggio. Un urto.
Nessun finanziere ferito o minimamente in pericolo. Nessun procedimento per lesioni. In sette anni. Ma “urto durante manovra di ormeggio” non fa ve**re voglia di impugnare il forcone. E allora speronamento sia.
Dice che Rackete “viene denunciata e poi da un tribunale archiviata”.
Così, lanciato lì, come se fosse stato il giudice di pace di Roccacannuccia a chiudere un occhio.
No, Matteo.
Prima il GIP non ha convalidato l’arresto.
Poi la Cassazione, il massimo grado della giustizia italiana, non il bar sotto casa, ha confermato che Rackete ha fatto il suo dovere. Ha scritto che il soccorso in mare non finisce quando tiri la gente fuori dall’acqua, finisce quando la porti in un porto sicuro e che 53 persone non possono presentare domanda d’asilo in mezzo al Mediterraneo.
In seguito la GIP Alessandra Vella ha archiviato le accuse di resistenza e violenza.
Infine la GIP Micaela Raimondo ha archiviato anche il favoreggiamento dell’immigrazione.
E sapete chi l’ha chiesto? La Procura. I PM. L’accusa. Quelli che per mestiere avrebbero dovuto inchiodarla hanno detto: questa donna ha fatto quello che doveva fare, qui non c’è niente.
Prosciolta da tutto e da svariati giudici, Cassazione compresa. Ma per Salvini è “archiviata da un tribunale”, come chi prende una multa e la fa annullare dall’amico poliziotto.
“Il Tribunale di Palermo decide che dobbiamo risarcire con 76mila euro gli speronatori tedeschi, per l’ormeggio, la benzina, le spese legali”.
E qui bisogna sedersi perché la storia è magnifica. I 76mila euro non c’entrano niente con l’urto, niente con lo sbarco, niente con Rackete. Il Tribunale di Palermo ha stabilito che il sequestro della nave, durato cinque mesi, era illegittimo.
Sea Watch aveva fatto opposizione al prefetto di Agrigento. Il prefetto non ha mai risposto. Per legge, se non rispondi nei termini, scatta il silenzio-assenso e il sequestro decade automaticamente. La nave è rimasta bloccata altri tre mesi lo stesso. I 76mila euro rimborsano le spese di un sequestro che per legge non doveva più esistere.
E adesso tenetevi forte, perché arriva il colpo di scena: il prefetto che non ha risposto a quella lettera, quello il cui silenzio ha reso illegittimo il sequestro e ha prodotto i 76mila euro di risarcimento, dipendeva dal Ministero dell’Interno.
l ministero di Matteo Salvini, che nel 2019 era il ministro. Cioè: lo Stato paga 76mila euro dei nostri soldi perché il suo ministero non è stato capace di rispondere a una lettera nei tempi di legge. E lui fa un video per dare la colpa ai giudici.
“Chi non vota Sì al referendum è complice degli speronatori”.
Ora, volendo sorvolare sulle lezioni di democrazia di un uomo che considera il voto contrario un reato morale, la separazione delle carriere non avrebbe cambiato una virgola di questa storia, perché la Cassazione ha confermato il GIP, i PM hanno chiesto loro l’archiviazione e il risarcimento è una causa civile per un errore amministrativo della prefettura che non ha nulla a che vedere col rapporto tra giudici e pubblici ministeri.
Sette anni a raccontare la stessa bugia.
Sette anni a chiamare speronamento un urto.
Sette anni a trasformare una donna che ha salvato 53 persone in mezzo al mare nel nemico pubblico dell’Italia.
Sette anni a dimenticare che quei 76mila euro li paghiamo perché il suo ministero non ha risposto a una lettera.
E sette anni dopo è ancora lì, davanti alla telecamera, col ditino puntato contro i giudici, sperando che nessuno si accorga che il dito dovrebbe puntarlo verso uno specchio.
Che uomo imbarazzante.