William Thomas Garbutt, il Mister. Nato a Hazel Grove, in Inghilterra, il 9 gennaio 1883, Garbutt, discreta ala destra di Arsenal e Blackburn, ebbe la carriera stroncata da un grave infortunio all’inguine quando non aveva ancora 30 anni. Così iniziò la sua avventura da allenatore in Italia, costellata di vittorie e di sfortune. Una vita quasi da romanzo. Garbutt - racconta - arrivò in Italia a 29
anni grazie alla “sponsorizzazione” del preparatore atletico irlandese del Genoa, e ci restò, a parte brevi parentesi, per circa 30 anni». Al debutto, nel 1912, non c’era ancora il campionato a girone unico e il Genoa si classificò secondo nel girone ligure-lombardo. Il primo scudetto arrivò 3 anni dopo, ma fu una gioia strozzata in gola. Il titolo venne assegnato al Genoa in quanto in testa al momento dell’interruzione del campionato. Era scoppiata la I guerra mondiale e i giovani italiani vennero arruolati per altre sfide su altri campi. Il campionato riprese solo nel 1919, ma gli anni d’oro di Garbutt furono quelli tra il 1922 e il 1925. Nel 1923 il Genoa di Garbutt conquistò lo scudetto vincendo 22 partite su 28 e non subendo nessuna sconfitta. Il terzo scudetto Garbutt lo vinse l’anno successivo, ma con maggiori difficoltà. Le finali contro il Bologna per decidere il vincitore del girone nord furono una battaglia sul campo e sugli spalti. Vittoria del Genoa all’andata e al ritorno gara sospesa per incidenti mentre le due squadre erano sull’1 a 1. Il resto fu una formalità e Garbutt potè aggiudicarsi il suo terzo scudetto. L’anno successivo fu ancora sfida tra Bologna e Genoa e finì a rivoltellate. Vinse il Genoa in trasferta a Bologna (2-1) vinse il Bologna in trasferta a Genova (2-1), si decise quindi per uno spareggio a Milano. Il match fu interrotto numerose volte per invasioni di campo. Alla fine altro pareggio, ma il Genoa, vista la situazione sugli spalti, si rifiutò di giocare i supplementari. Quindi, altro spareggio, questa volta a Torino. Le tifoserie avversarie si scontarono alla stazione di Porta Nuova e, come scrissero i giornali dell’epoca «Al momento della partenza per Bologna avvennero scambi di invettive e di insulti tra i viaggiatori dei due treni vicini poi volarono le pietre. Poi quando il treno si mosse, dalle ultime vetture partirono una ventina di colpi di rivoltella contro il treno del Genova». Già Genova con la V, così aveva deciso il Duce, nessun inglesismo. Ma nemmeno con le pistole si arrivò ad una sentenza definitiva. Finì in pareggio anche la quarta finale, per cui si decise di giocare la quinta, a Milano, alle 7.15 del mattino per motivi di ordine pubblico. Il Bologna vinse 2-0 ma le modalità della sconfitta fecero maturare in Garbutt la decisione di cambiare aria. La dirigenza del Genoa lo convinse a restare un altro anno, ma i risultati non furono all’altezza delle attese per cui, nel 1927, passò alla Roma. Con la squadra giallorossa conquistò la Coppa Coni, per poi passare, nel 1929, al Napoli, che portò, per la prima volta nei piani alti della classifica. Nella stagione 1933-34 raggiunse il terzo posto, un risultato che il Napoli non riuscì a eguagliare nei 30 anni successivi. Arrivò anche la prima qualificazione per le coppe europee: la leggendaria Mitropa Cup. L’anno successivo la squadra finì al settimo posto e Garbutt decise di tentare l’avventura sp****la. Si trasferì in Spagna, all’Athletic Bilbao. Lì non servì nemmeno il rodaggio, scudetto conquistato al primo colpo. A 3 mesi dalla vittoria, però, scoppiò la guerra civile. Ancora una volta la guerra gli impedì di godersi una vittoria. Garbutt fu costretto a tornare in Italia, prima al Milan, poi ancora al Genoa. L’allenatore inglese non riuscì a bissare i risultati degli anni '20, ma ormai altri problemi si avvicinavano all’orizzonte. Garbutt era cittadino di una potenza ostile, che presto sarebbe diventata nemica. Così, allo scoppio della guerra fu costretto a fuggire da Genova per evitare la reclusione in campo di concentramento. Si rifugiò prima ad Urbe, in provincia di Savona, dove lo raggiunse la moglie. Restarono in clandestinità per qualche tempo, ma alla fine furono costretti ad accettare l’internamento a Chieti. Da lì incominciarono vari spostamenti, prima ad Acerno, poi a Orsogna, in Abruzzo, dove i Garbutt restarono fino all’autunno 1943, sotto l’ala protettrice di una famiglia del luogo, gli Attardo. Furono loro a portare a Imola la coppia britannica, ce lo racconta Giovanna, figlia di Paolo, il “protettore” della famiglia Garbutt.
«Mio babbo era il presidente della squadra di Orsogna e aveva chiesto a Garbutt di allenare la squadra, così erano diventati amici. Quando fummo sfollati nel novembre 1943 vennero con noi. Eravamo una quarantina e quando arrivammo a Chieti trovammo una sistemazione solo per alcuni di noi, per cui decidemmo di proseguire verso nord, per Imola, dove abitava la famiglia di Gigliola, la moglie di Ottavio, mio zio». Giovanna era piccola ma il racconto di quel periodo lo ha ascoltato numerose volte. «Molti di noi furono ospitati a Sesto Imolese e ai Garbutt mio padre fornì i documenti intestati a Michele Attardo e alla moglie Giovanna Cota. Nel primo pomeriggio del 13 maggio 1944 la signora, che era insieme a Maria Concetta Ciletti, andava a incontrare una donna italiana che aveva promesso loro un po' di cibo, e fu colta alla sprovvista dal bombardamento, lo spostamento d’aria causato da un’esplosione la uccise». La denuncia di morte della signora Garbutt fu presentata il giorno successivo all’ufficio di stato civile da Aldo Ivo Zanelli che dichiarò che «il giorno 13 del mese di maggio 1944 alle ore 15 in località colpita da bombardamento aereo è morta Cota Giovanna». Cota, per errore, divenne Costa, mentre, sempre per errore, i bombardieri angloamericani avevano bombardato Imola invece di Faenza, provocando la morte di Anna Stewart, cittadina irlandese sposata con un suddito britannico. Gli Attardo e Garbutt rimasero a Imola fino alla fine della guerra. Il “mister” riuscì a ritornare in Inghilterra grazie all’aiuto di un ufficiale britannico. L’anno dopo era però nuovamente alla guida del Genoa. Restò fino al 1948 non riuscendo a tornare ai livelli del passato, per cui decise di tornare in Inghilterra, a Warwick, dove morì il 24 febbraio 1964.