Dojo Ryù Shin asd

Dojo Ryù Shin asd Arte marziale Aikido

10/06/2026

Grazie all' autore per questo articolo e per ricordare una cosa fondamentale nell' aikido e nella vita

📍Uno dei più grandi maestri di arti marziali che il Giappone abbia avuto dedicò la vita a perfezionare un'arte da combattimento. Poi vietò che diventasse uno sport. Niente gare, niente classifiche, niente vincitori e vinti. Perché, sosteneva, il vero avversario non sta quasi mai dall'altra parte.

Si chiamava Morihei Ueshiba, e i suoi allievi lo chiamavano semplicemente O-Sensei, il grande maestro. Era nato nel 1883 a Tanabe, sul mare di Wakayama, ed era stato un bambino gracile e spesso malato, che da ragazzo si gettò sugli allenamenti come per riscattare quel corpo fragile. Divenne fortissimo. Studiò scherma, lancia, lotta, tecniche antiche di ogni scuola. E da tutta quella forza, alla fine, tirò fuori qualcosa che sorprese persino i suoi maestri.

Fondò l'aikido. Un'arte nata non solo dalla sua abilità nel comba***re, ma da una lunga ricerca interiore, fatta di filosofia e di spiritualità. E al centro di quest'arte mise un'idea quasi paradossale per un guerriero: non rispondere mai alla forza con altra forza.

Il principio va contro ogni istinto del combattimento. Quando qualcuno ti attacca, l'impulso è piantarsi e spingere in senso opposto: muscolo contro muscolo, finché uno dei due cede. Nell'aikido la risposta è un'altra. Non ti opponi all'energia che arriva: le entri dentro, ti muovi insieme a lei, la accompagni e la fai girare, finché la spinta dell'altro si scarica nel vuoto e si placa da sé. L'obiettivo non è spezzare chi attacca, ma disinnescare l'attacco proteggendo perfino l'aggressore.

Per questo Ueshiba non volle mai che l'aikido diventasse una competizione. Niente tornei, niente medaglie. Stabilire chi è il più bravo, per lui, era già aver perso il senso di tutto. Si allena per crescere insieme, non per ba***re qualcuno.

La frase che ripeteva e che dipingeva di suo pugno era masakatsu agatsu: la vera vittoria è la vittoria su sé stessi. Diceva che un guerriero diventa davvero invincibile non quando sconfigge gli altri, ma quando non ha più nessuno contro cui comba***re. Per lui la sconfitta non era subire una tecnica: era lo spirito di contesa che ci portiamo dentro. Vinci quando smetti di voler vincere contro qualcuno.

Questa idea vale molto al di là del tatami, nelle nostre giornate qualunque. Tendiamo a trattare quasi tutto come uno scontro frontale. La persona difficile, la critica, l'imprevisto, l'opinione opposta alla nostra: e subito ci piantiamo e spingiamo, muscolo contro muscolo, decisi a non cedere di un centimetro. Lo facciamo nelle discussioni, in famiglia, al lavoro. Due forze contrarie che premono, e qualcosa, prima o poi, si spezza. Quasi sempre la relazione. A volte noi.

Ueshiba indica un altro modo di stare nei colpi della vita. Non per debolezza, ma per intelligenza: puoi non metterti di traverso. Puoi fare un passo di lato, accogliere l'energia che ti arriva addosso, e darle una direzione nuova invece di frantumartici contro. Chi pratica questo non vince di meno. Vince senza lasciare un campo di battaglia dietro di sé.

E poi c'è il cuore di tutto, quel masakatsu agatsu. La battaglia che continuiamo a perdere non è quasi mai con l'altro. È con la nostra voglia di avere ragione, di prevalere, di non darla vinta. Il giorno in cui smetti di comba***re contro qualcuno, ti accorgi che il solo avversario che restava da piegare era la tua stessa furia di comba***re.

Ripenso a Ueshiba quando mi sento irrigidire in uno scontro e già pianto i piedi per spingere. Provo, quando ci riesco, a fare il suo passo di lato: ad ascoltare la spinta dell'altro invece di rispondere colpo su colpo, e a chiedermi se la guerra che sto combattendo non sia in realtà tutta dentro di me. Non sempre ci riesco. Ma le volte in cui lascio andare la voglia di vincere, scopro che non avevo perso niente: avevo solo lasciato cadere una tensione che mi portavo addosso da troppo.

Nel mio libro ho accordate diciannove storie come questa, italiane e giapponesi, tutte diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: diciannove vite che insegnano a smettere di comba***re contro tutto, a partire da sé stessi.

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Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.

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11/05/2026

📍In Giappone esiste una stagione che dura tre giorni l'anno, e che insegna agli esseri umani una cosa che la nostra cultura ha smesso di insegnare ai propri figli da almeno due generazioni.

Non è una stagione meteorologica. Non la trovi sul calendario. Non la annunciano i telegiornali.

È una stagione del cuore. E succede una volta sola, ogni primavera, in tutto il paese, contemporaneamente.

Si chiama hazakura (葉桜). Letteralmente, "ciliegio di foglie".

Per capire cos'è, devi sapere prima cos'è la stagione che la precede. Tutti, anche fuori dal Giappone, conoscono il momento in cui i ciliegi fioriscono. Si chiama hanami. Per circa una settimana, ad aprile, l'intero paese si ferma a guardare i petali rosa che coprono le città, i parchi, le rive dei fiumi. È una delle cose più fotografate del mondo. È la cartolina ufficiale del Giappone.

Quello che quasi nessuno sa, fuori dal Giappone, è cosa succede dopo.

Dopo i sette giorni di fioritura, i petali cominciano a cadere. In due, tre giorni, tutti i fiori sono per terra. I rami restano nudi per qualche ora. E poi, da quei rami nudi, cominciano a spuntare le prime foglioline verdi.

Quel momento esatto, in cui il ciliegio non è più in fiore ma non è ancora pieno di foglie, in cui il rosa è caduto e il verde è appena nato, in cui l'albero è in mezzo a due bellezze diverse, ha un nome.

Hazakura.

E in Giappone, una piccola minoranza di persone, le più sensibili, le più antiche, le più sagge, vanno a guardare i ciliegi proprio in quei tre giorni. Non quando fioriscono. Dopo.

Vanno a guardare la fine della bellezza.

Vanno a guardare il passaggio.

Vanno a guardare la stagione che nessuno fotografa mai.

Ti racconto perché, perché c'è dentro qualcosa che ti riguarda profondamente.

Per secoli, in Giappone, i poeti, i monaci, e i contadini sapienti hanno saputo una cosa che noi abbiamo dimenticato. La bellezza non sta nei picchi. Sta nei passaggi.

Il fiore in piena fioritura è bello, certo. Ma è una bellezza facile. Tutti la vedono. Tutti la fotografano. Tutti la ammirano. Per goderla non serve saggezza, basta avere gli occhi.

La bellezza vera, quella più profonda, è quella che richiede l'occhio allenato. È la bellezza dell'albero che sta cambiando. Dei petali rosa rimasti per terra mentre le prime foglie verdi spuntano sopra. Della transizione catturata sul fatto.

Quella bellezza è meno spettacolare, ma è infinitamente più commovente. Perché non racconta la perfezione. Racconta la vita vera, che è sempre fatta di passaggi, mai di stati fissi.

E qui c'è il punto che ti riguarda.

Nella tua vita, fino a oggi, ti hanno insegnato a celebrare i picchi. La laurea. Il matrimonio. La promozione. La nascita di un figlio. La casa nuova. Il viaggio importante. Quelle sono state le foto. Quelle sono state le feste. Quelli sono stati i momenti che, secondo la cultura in cui sei cresciuto, "valeva la pena vivere".

E i passaggi? Quelli che ci sono stati in mezzo? Quelli sono stati invisibili.

Nessuno ha festeggiato il giorno in cui hai smesso di sentirti come ti sentivi a vent'anni, e hai cominciato a sentirti come a trenta. Nessuno ha celebrato il momento in cui sei diventato padre, ma non più solo figlio. Nessuno ti ha detto auguri quando sei uscito da una storia d'amore lunga, e per qualche mese non sapevi più chi eri. Nessuno ti ha portato un fiore quando hai capito che non saresti più stato giovane, e non eri ancora vecchio, e ti sentivi sospeso in mezzo.

Quei passaggi, dentro la tua vita, sono accaduti in silenzio. Senza testimoni. Senza riti. Senza nome.

Eppure erano la parte più importante.

Perché tu, oggi, non sei la somma dei tuoi picchi. Sei la somma dei tuoi passaggi. Sei chi sei diventato attraversando le terre di mezzo che la vita ti ha messo davanti, una dopo l'altra. Le persone che ammiri, di solito, non sono quelle che hanno avuto le vite più spettacolari. Sono quelle che hanno attraversato bene i passaggi. Che sono uscite trasformate dalle loro hazakura interiori.

I giapponesi hanno capito una cosa che noi non abbiamo mai imparato. Una vita umana è fatta più di hazakura che di hanami. La vita non è una serie di fioriture. È una serie di trasformazioni. E chi sa guardare le trasformazioni con occhio gentile, chi sa onorare i passaggi mentre stanno succedendo, chi sa fermarsi a vedere i petali che cadono e le foglie che nascono, vive una vita più piena di chi insegue solo i picchi.

Adesso pensa a un passaggio in cui ti trovi adesso.

Non un picco. Un passaggio. Una transizione. Una stagione di hazakura della tua vita.

Forse stai uscendo da un periodo professionale e non sai ancora cosa farai. Forse i tuoi figli stanno crescendo e tu, con loro, stai cambiando ruolo. Forse stai uscendo da una relazione lunga, o da una storica amicizia, e ti senti in un guado. Forse il tuo corpo sta cambiando, e tu non sei ancora abituato. Forse stai perdendo qualcuno piano piano, una persona anziana che ami, e ti accorgi che ogni mese qualcosa si trasforma. Forse stai entrando in una età nuova, e l'identità di prima non ti basta più.

Quel passaggio, qualunque sia, è la tua hazakura.

Non aspettarti che qualcuno ti faccia gli auguri. Non aspettarti che qualcuno se ne accorga. Non aspettarti che qualcuno ti dica "complimenti, stai facendo una cosa importante."

Falli a te stesso, gli auguri.

Ferma il pensiero, anche solo per un minuto, e dì a te stesso una cosa molto semplice. "Sto attraversando una hazakura. Non sono in un picco. Non sono nel pieno di niente. Sono in un passaggio. E i passaggi sono importanti. Sono dove le persone vere si fanno."

Quel piccolo riconoscimento interno, ripetuto nei mesi del tuo passaggio, ti cambia. Ti cambia perché smetti di considerare la transizione come un problema da risolvere in fretta. Cominci a viverla come una fase preziosa, anche se scomoda. Cominci a guardare, con occhio gentile, i petali rosa che cadono dentro di te, e le prime foglie verdi che, da qualche parte, stanno già spuntando.

I giapponesi, in quei tre giorni di hazakura, vanno nei parchi e camminano piano sotto i ciliegi. Non parlano molto. Guardano i petali per terra. Guardano le foglioline appena nate. Sentono il vento. A volte si fermano sotto un albero e bevono un tè.

Non stanno celebrando una bellezza. Stanno celebrando un cambiamento. Stanno onorando il passaggio.

E quel piccolo gesto, ripetuto da generazioni, è quello che permette ai giapponesi, quando vivono i propri passaggi interiori, di non sentirsi come sentiamo noi nei nostri. Soli. Sbagliati. In ritardo. In attesa che la "vera vita" ricominci.

Loro sanno una cosa che noi abbiamo dimenticato. La vera vita è fatta proprio di quelli. Dei passaggi.

Non aspettare il prossimo hanami della tua vita per sentirti vivo. Non aspettare il prossimo picco, la prossima fioritura, la prossima fotografia da incorniciare. Comincia, oggi, a vedere la tua hazakura. A onorarla. A camminare piano dentro la tua transizione, qualunque sia.

I petali stanno cadendo. È vero. Quella versione di te che eri, sta lasciando l'albero. È vero. E forse fa un po' male.

Ma le foglie, intanto, stanno già nascendo. Verde tenero, ancora arrotolato, ancora fragile, ma c'è. Una nuova versione di te sta venendo fuori, in silenzio, sotto i petali che cadono.

Tutti e due insieme. La caduta e la nascita. Sullo stesso albero. Nello stesso momento.

Questa è la cosa più giapponese del mondo. E forse anche la cosa più vera che c'è da sapere su una vita umana.

I picchi sono pochi. I passaggi sono molti. E chi ha imparato a vedere la bellezza nei passaggi, ha trovato la chiave per essere felice quasi tutti i giorni della propria vita. Non solo nei tre giorni l'anno in cui i ciliegi fioriscono.

Ho scritto un libro che parla anche di questo. 19 storie di persone, italiane e giapponesi, che a un certo punto della loro vita hanno smesso di rincorrere il prossimo picco, e hanno cominciato a vivere bene i passaggi. Storie di chi è uscito da una grande perdita imparando a guardare le foglioline verdi che, in silenzio, stavano già nascendo. Storie di chi ha capito che diventare grandi, davvero, non vuol dire avere più cose, ma saper attraversare meglio le proprie hazakura.

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Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi sente di essere, in questo periodo, in mezzo a un passaggio, e ha bisogno di qualcuno che gli ricordi che i passaggi non sono pause della vita, ma sono la vita, e che imparare a vederli con occhio gentile è la più grande forma di sapienza umana.

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Grazie all' autore 🙏

30/04/2026

Giovedì 30 Aprile 2026

牡丹華
Botan hana saku
“Le peonie sbocciano”

Non si vede arrivare.
O forse sì — ma troppo tardi per accorgersene.

Poi è già tutto aperto.
Completamente.
In un giorno.

C’è qualcosa di quasi scomodo nella peonia.
Non nel senso brutto della parola — nel senso di chi non chiede spazio.
Lo prende.

Il ciliegio si lascia seguire: bocciolo, apertura, caduta.
La peonia no.
Aspetta. Trattiene.
Poi esplode.

Nei calendari tradizionali giapponesi, oggi si entra in 牡丹華 — Botan hana saku, “le peonie sbocciano”: l’ultima delle settantadue microstagioni della primavera.
Dopo di lei, il ciclo cambia.
Il 5 maggio inizia 立夏 Rikka, l’estate.

La primavera non finisce piano.
Finisce piena.

La peonia — botan 牡丹 — arriva in Giappone dalla Cina, attraversando secoli prima come pianta utile, poi come immagine. Radice, rimedio, materia.

Poi qualcuno ha guardato il fiore.
E la funzione non è più bastata.

Corolla ampia, stratificata, quasi eccessiva.
Non un fiore da margine.

Un centro.

Nel sistema simbolico giapponese:
il ciliegio è l’impermanenza,
il crisantemo è l’ordine,
il loto è il distacco.

La peonia non si colloca.
Si impone.

Per questo è chiamata “regina”.
Non perché lo sia.
Perché non può non esserlo.

Nell’iconografia dell’Asia orientale, la peonia appare accanto al leone: 唐獅子牡丹 — Karajishi botan.
Forza e splendore nello stesso spazio.

Non è un accostamento gentile.
È equilibrio tra due eccessi.

Nelle stampe, nei tessuti, nei corpi: la peonia non addolcisce.
Tiene.

La cosa più interessante non è come sboccia.
È quando.

Arriva alla fine.
Dopo che tutto il resto è già successo.

Non è l’inizio.
È la conseguenza.

E a volte si riconosce solo quando è già successo.

ちりて後
おもかげにたつ
ぼたんかな

Chirite nochi
omokage ni tatsu
botan kana

Dopo che sarà caduta,
ne resta l’immagine —
la peonia.

— Yosa Buson

Buson non guarda il fiore mentre trionfa.
Lo guarda dopo.

Quando non c’è più.
Quando diventa impossibile tornare indietro.

Eppure resta.

Non come ricordo.
Come presenza che non ha più bisogno del corpo.

Tre osservazioni

— Ci sono forme che non si sviluppano. Si rivelano.

— Alcune presenze non durano, ma modificano ciò che viene dopo.

— Non tutto ciò che è pieno è eccesso. A volte è solo completo.

Se ti torna in mente più tardi, non è un caso.

Bonus culturale

Nel motivo Karajishi botan, conservato nella pittura e nelle arti decorative, il leone e la peonia condividono lo stesso campo visivo. Non rappresentano opposti, ma una stessa qualità: energia che non si trattiene.

Un fiore accanto a una bestia.
E nessuno dei due arretra.

La peonia non si conserva.
Non si prolunga.
Non si riduce.

Sboccia.
Resta.
Cade.

E dopo, continua.

Anche quando non dovrebbe più.

— Yukisogna 🌸🌿

#牡丹

15/02/2026

Ringrazio gli autori...

「影は、光の反対ではない。光の証拠だ。」
Kage wa, hikari no hantai de wa nai. Hikari no shōko da.
"L'ombra non è il contrario della luce. È la prova della luce."

C'è un errore che facciamo tutti.
Pensiamo che l'ombra sia mancanza.
Assenza di luce.
Vuoto.
Ma nel pensiero giapponese tradizionale, l'ombra è presenza.
Non ciò che manca.
Ma ciò che accompagna.

Il kanji 影 (kage) indica ombra, ma anche riflesso, sagoma, traccia.
In giapponese antico, kage poteva significare:

l'ombra che proietti camminando;
il riflesso del tuo volto nell'acqua;
la figura di qualcuno che ti segue senza farsi vedere;
la memoria di una persona assente.

Tutte queste cose hanno qualcosa in comune:
Esistono solo perché qualcosa di reale esiste prima.

Nel Giappone feudale, i ninja non si chiamavano "ninja".
Si chiamavano shinobi (忍者) — "coloro che perseverano".
Ma c'era anche un altro nome, meno noto:
Kage no mono (影の者) — "gente dell'ombra".
Non perché si nascondessero.
Ma perché erano la prova che qualcosa di importante stava accadendo alla luce.

Se non ci fosse luce, non ci sarebbe ombra.
Se non ci fosse azione, non ci sarebbe traccia.

💡 Tre attenzioni all'ombra per oggi:

Osserva la tua ombra mentre cammini — non è separata da te, è con te
Nota le ombre degli oggetti intorno a te — ogni ombra racconta dove si trova la luce
Pensa a qualcuno che ti segue senza che tu debba vederlo sempre (una persona, un ricordo, una promessa)
冬の朝
影も凍る
でも歩く
Fuyu no asa
kage mo kōru
demo aruku
"Mattina d'inverno
anche l'ombra si congela—
eppure cammino."
— haiku contemporaneo, stile tradizionale

Oggi, se qualcosa ti segue,
non voltarti per scacciarlo.
Forse è solo la prova che stai andando nella direzione giusta.

🌑 Buona giornata a chi cammina sapendo di non essere mai solo.

08/02/2026

SABATO 7 FEBBRAIO 2026

IL FREDDO COME MAESTRO

Il freddo non consola. Precisa.

「寒さに堪へ、暑さに堪へ、辛苦を忍びて、是を習ふなり。」
Kan-sa ni tae, atsu-sa ni tae, shinku o shinobite, kore o narau nari.

"Sopporta il freddo, sopporta il caldo, sopporta la fatica: così si impara."

— Hagakure (葉隠), XVIII secolo

Le cinque del mattino. Il freddo entra dalle fessure come un monaco inatteso, senza bussare. Non chiede permesso, non offre conforto. Precisa. Rende visibile ogni bordo, ogni confine tra te e il mondo. Il respiro si condensa, la pelle si tende, i pensieri — quelli che ieri vagavano — si cristallizzano in ciò che è essenziale.

I samurai lo sapevano: il freddo mattutino era il primo maestro. Non c'era stufa nel dojo d'inverno. C'era solo il corpo, il kimono leggero, la spada che pesava di più per il gelo nelle dita. Kan (寒) — il freddo che penetra — non era nemico da comba***re, ma insegnante da ascoltare. Quando il corpo vibra, la mente si sveglia. Quando il comfort cessa, la verità emerge senza veli.

Il monaco zen Hakuin Ekaku (1686–1769) raccontava di meditare sotto una cascata gelata. Non per penitenza: per lucidità. Il freddo estremo non lascia spazio ai pensieri superflui. Sei presente, o congeli. Sei attento, o cadi. Non c'è mezzo.

Per noi, oggi, il freddo mattutino è una rarità da evitare. Scaldiamo l'auto prima di salire, il termosifone prima di alzarsi, il caffè prima di pensare. Eppure, proprio in questo evitare, perdiamo qualcosa: la precisione che solo il disagio garantisce. Il freddo non mente. Non ammorba con dolcezze. Dice: "Ecco dove finisci tu, e dove comincia il mondo."

💡 Tre spunti da portare con te oggi:

1. Accogli il bordo — Non cercare subito il caldo. Resta un istante nel freddo, fisico o metaforico. Ascolta cosa diventa chiaro quando il conforto cede.

2. Precisa i tuoi pensieri — Il freddo riduce. Applica questo filtro: quale preoccupazione di oggi resisterebbe a una camminata nel gelo? Quale no?

3. Trova il tuo maestro mattutino — Non deve essere il freddo. Può essere il silenzio, la penombra, il primo suono. Ma deve essere qualcosa che non consola: che precisa.

初雪や 猿も小蓑を ほしげ也
Hatsu yuki ya saru mo komino o hoshige nari.

"Prima neve... anche la scimmia desidererebbe un mantello di paglia."

— Kobayashi Issa (1763–1828)

BONUS — Il bagno freddo dei monaci

Al tempio Eihei-ji, culla dello Zen Sōtō, i monaci ancora oggi si lavano con acqua gelata all'alba. Non è punizione: è katsu (活), "risveglio". Il corpo, sorpreso dal freddo, dimentica la sonnolenza. La mente, obbligata a gestire lo shock, abbandona i sogni. Si torna presenti, violentemente, dolcemente.

Il freddo, usato con consapevolezza, non è sofferenza: è taglio. Separa il necessario dal superfluo con la stessa precisione di una katana ben temperata.

Che il freddo di questo sabato mattino ti regali un pensiero preciso, non confortante. Che tu sappia stare nel bordo, senza correre verso il centro. ❄️🗡️⛩️

Buon sabato, discepolo del gelo.

Con l'augurio che il nuovo ci conduca sempre più sulla strada di consapevolezza e felicità
01/01/2026

Con l'augurio che il nuovo ci conduca sempre più sulla strada di consapevolezza e felicità

Anche se quasi finita la giornata, Buon Natale che possiate trascorrere giornate di serenità
25/12/2025

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Proviamo a fare nostro questo insegnamento
03/11/2025

Proviamo a fare nostro questo insegnamento

Lunedì 3 Novembre 2025

La via della calma e del coraggio

「静以制動」
Sei i sei dō o osameru
“Con la calma si domina il movimento.”

Il samurai conosceva bene l’arte del silenzio interiore.
Nelle scuole di spada, non era solo la forza del colpo a decidere la vittoria, ma la quiete che precedeva ogni gesto.
Questo principio, tratto dal pensiero zen e integrato nel Bushidō, ci ricorda che solo chi è in pace con sé stesso può agire con decisione.

In un mondo che corre, la calma è un’arma invisibile.
Fermarsi non è rinunciare: è scegliere il momento giusto.
E tu, oggi, riesci a riconoscere il momento in cui è meglio non muovere la spada?

💡 Tre spunti da portare con te oggi:

1. Quando senti tensione, inspira lentamente e lascia che il respiro sia la tua spada.

2. Non reagire subito: osserva, attendi, rispondi con lucidità.

3. Ricorda che la calma non è debolezza, ma consapevolezza del proprio centro.

🪷 Haiku
静けさに
風の音だけ
剣眠る

Shizukesa ni / kaze no oto dake / ken nemuru
Nel silenzio –
solo il suono del vento,
la spada dorme.

🎎 Bonus culturale – La calma del guerriero
Nelle cronache di Miyamoto Musashi, il più celebre spadaccino del Giappone, si racconta che egli vinse duelli non solo per abilità, ma per equilibrio mentale.
Nel suo trattato Il Libro dei Cinque Anelli, scrive:

“Quando il cuore non è agitato, la mente vede chiaramente.”
Oggi, molti maestri di arti marziali e manager giapponesi studiano ancora i suoi insegnamenti, come guida per affrontare la complessità con mente limpida.

🍵 Che il tuo lunedì sia un passo silenzioso ma deciso, come la lama che si muove solo quando è necessario.

🌕 Domenica 5 Ottobre 2025Shizuka na niwa ni kaze ga asobu“Nel giardino silenzioso, il vento gioca.”C’è un momento, prima...
06/10/2025

🌕 Domenica 5 Ottobre 2025

Shizuka na niwa ni kaze ga asobu
“Nel giardino silenzioso, il vento gioca.”

C’è un momento, prima che l’autunno prenda davvero forma, in cui il vento comincia a sussurrare tra le foglie come se stesse provando la sua nuova voce.
In Giappone lo chiamano utsuroi — il mutamento sottile delle stagioni, quella sensazione che non puoi afferrare ma solo percepire: come il suono del vento tra i rami secchi o l’odore del tè che si raffredda piano.

Oggi, nel ritmo lento della domenica, ti invito a camminare dentro quel giardino interiore dove il vento cambia direzione, e tu puoi ascoltare cosa vuole dirti.
Ogni passaggio, ogni trasformazione, è un piccolo atto di libertà.

1. Siediti in silenzio almeno cinque minuti, solo per ascoltare ciò che si muove intorno a te.

2. Lascia andare un pensiero ricorrente, come una foglia che segue il vento.

3. Ritrova leggerezza in un gesto semplice: una tazza di tè, una finestra aperta, un respiro profondo.

Kaze no oto / kokoro no naka de / aki hajimaru
“Il suono del vento —
nel cuore, silenzioso,
comincia l’autunno.”

🎐 Bonus culturale – Il giardino zen e il vento
Nei giardini zen (karesansui), il vento non è un intruso ma un maestro.
Smuove la sabbia, piega le foglie di bambù, crea musica con le campanelle furin.
I monaci lo considerano simbolo dello spirito libero, che non si vede ma si sente.
Come il vento, anche il pensiero meditativo non ha forma, ma trasforma tutto ciò che tocca.

🌸 Che oggi tu possa ascoltare il vento del cambiamento e sorridere

📚 Fonti: Nippon. com – “The Beauty of Utsuroi”; Japan Foundation – Essays on Zen Gardens; Bashō Anthology (Penguin, 2019).

🌕 Domenica 5 Ottobre 2025

「静かな庭に風が遊ぶ」
Shizuka na niwa ni kaze ga asobu
“Nel giardino silenzioso, il vento gioca.”

C’è un momento, prima che l’autunno prenda davvero forma, in cui il vento comincia a sussurrare tra le foglie come se stesse provando la sua nuova voce.
In Giappone lo chiamano utsuroi (移ろい) — il mutamento sottile delle stagioni, quella sensazione che non puoi afferrare ma solo percepire: come il suono del vento tra i rami secchi o l’odore del tè che si raffredda piano.

Oggi, nel ritmo lento della domenica, ti invito a camminare dentro quel giardino interiore dove il vento cambia direzione, e tu puoi ascoltare cosa vuole dirti.
Ogni passaggio, ogni trasformazione, è un piccolo atto di libertà.

💡 Tre spunti da portare con te oggi:

1. Siediti in silenzio almeno cinque minuti, solo per ascoltare ciò che si muove intorno a te.

2. Lascia andare un pensiero ricorrente, come una foglia che segue il vento.

3. Ritrova leggerezza in un gesto semplice: una tazza di tè, una finestra aperta, un respiro profondo.

🪷 Haiku
風の音 
心の中で 
秋始まる。
Kaze no oto / kokoro no naka de / aki hajimaru
“Il suono del vento —
nel cuore, silenzioso,
comincia l’autunno.”

🎐 Bonus culturale – Il giardino zen e il vento
Nei giardini zen (karesansui), il vento non è un intruso ma un maestro.
Smuove la sabbia, piega le foglie di bambù, crea musica con le campanelle furin.
I monaci lo considerano simbolo dello spirito libero, che non si vede ma si sente.
Come il vento, anche il pensiero meditativo non ha forma, ma trasforma tutto ciò che tocca.

🌸 Che oggi tu possa ascoltare il vento del cambiamento e sorridere.



📚 Fonti: Nippon. com – “The Beauty of Utsuroi”; Japan Foundation – Essays on Zen Gardens; Bashō Anthology (Penguin, 2019).

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