18/07/2025
USARE L’INTENZIONE AL POSTO DELLA FORZA
Uno dei fondamenti delle arti marziali interne è costituito dalla rinuncia alla forza muscolare.
Questa proibizione appare anche nei "Classici del Taichi", che ribadiscono che “tutto dipende dall'uso dell’intenzione e non della forza”; ne consegue che "non deve essere utilizzata la forza fisica, perché essa [essendo rozza e grossolana] causerebbe blocchi alle membra e alla circolazione [del sangue e dell'energia], col risultato di inibire o limitare ogni movimento".
Difficile cogliere il senso di tutto questo, anche perché nella vita quotidiana noi usiamo costantemente la forza, lo facciamo in tutte le nostre azioni: per prendere, spostare, spingere, ti**re, sollevare, colpire, ecc.
Cosa vuol dire allora "rinunciare alla forza, in favore dell'Intenzione"?
Va subito detto che non si può rinunciare del tutto alla forza: senza un minimo di tensione muscolare non riusciremmo a fare nulla, neanche ad alzarci dal letto, a mantenere il nostro corpo all'impiedi o a lavarci i denti. Si tratta, più che altro, di una questione sia di "misura" che di "qualità" della forza. Per i cinesi, infatti, esistono "più" forze: chiamano "Li" quella muscolare ed "esterna"; chiamano "Jin" quella "interna", che nasce dalla fusione di "Intenzione" (Yi) ed "Energia" (Qi).
Il senso di quello che sostengono i Classici del Taichi si può anche comprendere pensando al principio taoista del "Wu Wei" (che, malauguratamente, viene tradotto nella nostra lingua con "non agire" o "non azione", mentre implica, piuttosto, l'agire "senza sforzo"). Questo si traduce, concretamente, nel muovere il corpo con leggerezza e agilità; il che implica la possibilità di cambiare, fluire, adattare e trasformare ogni gesto, ogni azione persino nell'interazione e nel contrasto violento con un avversario.
E i "Classici" aggiungono poi che: "usando l’intenzione al posto della forza, dovunque questa sarà diretta andrà anche l’energia".
Chiaramente, queste parole risultano oscure, prive di significato e persino risibili a chi conosce un unico modo di agire, basato su un uso "consuetudinario" del corpo. Ma chi invece pratica diligentemente una disciplina interna (ma a volte anche esterna), presto o tardi scopre in queste parole un significato lampante e inequivocabile.