07/02/2026
Sono le 5,30 del mattino.
Sono sveglia.
Il canto del muezzin risuona nella vallata.
Mi lascio trasportare dal suo cantilenare.
È ancora buio ma è quasi ora di alzarsi.
Non riesco a credere che siamo già arrivati all’ultimo giorno di viaggio.
È passata una settimana ed è volata.
Ripercorro nella mente le giornate trascorse, lunghe e impegnative, i chilometri, il cambiamento maturato rispetto alla partenza.
Sono partita incerta, animata da mille dubbi, primo fra tutti quello di partire con altre persone.
Sara non ci ha messo molto a convincermi.
Le è bastato dirmi “Oman” e inviarmi la foto copertina del viaggio: sabbia, deserto, montagna.
Ma l’incognita gruppo mi ha accompagnato fino alla partenza .
Ormai sono abituata a viaggiare da sola.
A pianificare tutto, a tracciarmi il giro, a costruirmelo su di me, consapevole dei miei limiti e delle mie “risorse”.
L’idea di affidarmi a qualcun altro mi preoccupava un tantino.
Anche perché so come pedalo.
So quanto mi piace rallentare, soffermarmi su certi dettagli, rimanere in contemplazione del nulla e del silenzio, cercare di coglierli in uno scatto che poi mi riporterà lì, come una madeleine, generando una vertigine a distanza di mesi e anni.
E so quanto generalmente gli altri pedalino in modo diverso da me.
Chi mi conosce lo sa e tendenzialmente mi “abbandona” sapendo che tanto arrivo.
Ma qui? Cosa sarebbe successo?
Quanto si sarebbero urtati gli altri a dover rallentare per aspettare una così “lenta”?
Ma Sara è stata dolcemente e testardamente convincente e la chiacchierata con Leo (l’organizzatore), prima della partenza, mi ha rassicurata sulle dinamiche che avrebbero guidato il gruppo.
E così nella più totale “incoscienza” il 28 gennaio sono sbarcata ad Abu Dhabi, stop over per Muscate, per ricongiungermi al gruppo partito da Malpensa.
Il feeling si è creato subito.
Ma l’inquietudine non è diminuita, soprattutto quando mi sono resa conto che la “faccia conosciuta” che non riuscivo a collocare si è rivelata appartenere a uno dei compagni di merende del mio amico Juli, vera e propria macchina da guerra a due ruote!
La prima mezza giornata sui pedali è stata mentalmente tosta.
Non girava niente!
Non andavo in salita, non andavo in pianura, mi sono causata molteplici ferite tra pedali e cerniere, la borsa posteriore calava ogni tre per due, il fiato non si rompeva e restavo puntualmente indietro. Andrea, la co-guida di lunga esperienza, mi “curava” pazientemente, insieme a Roberto, scalatore indefesso e provetto meccanico, che di tanto in tanto mi aspettava lungo la salita.
Gli altri pedalavano alacremente e senza fatica.
Leo , adrenalina a tremila per la responsabilità dell’organizzazione;
Petra, viaggiatrice incallita con qualsiasi mezzo;
Cristiano, alla sua prima esperienza in bici, ma con la testa e il fisico dell’arrampicatore che non molla mai;
Francesco, il corridore “race” nell’anima, che si professava poco allenato ma tirava come un treno;
Sara, gamba d’acciaio ed entusiasmo a mille per questo viaggio che anelava da mesi.
Li guardavo avanzare e continuavo a cercare una giustificazione alla mia fatica, nonostante Andrea, pazientemente, continuasse a dirmi che la mia bici non aveva nulla che non andasse!
Ma poi , a un certo punto, è successo qualcosa.
L’asfalto ha lasciato il posto alla sabbia.
Le montagne ci hanno abbracciato.
Le caprette hanno iniziato a materializzarsi tra le rocce.
La terra è diventata rossa.
Il silenzio si è impossessato della mia testa e le gambe hanno cominciato a girare.
Improvvisamente la meraviglia ha azzerato tutti i dubbi che si erano affastellati nella mia testa e mi sono ritrovata.
Il viaggio si è impossessato di me.
Mi sono rilassata.
E mi sono fatta conquistare man mano dalla bellezza di una terra aspra e dura, abitata da una popolazione che al contrario è ospitale e gentile.
Una terra inondata di luce e colori.
Infuocata da un sole accecante che arde nelle ore più calde e si attenua all’alba e al tramonto colorando tutto di rosa: il cielo, le rocce, la terra…
Una terra dove, tra il giorno e la notte, l’escursione termica è notevole; dove l’assenza di inquinamento luminoso ingigantisce la luna e rende visibili miriadi di stelle.
Man mano che ci si allontana da Muscate e si comincia a salire attraverso le montagne la natura mette a n**o tutta la sua possenza.
Il profilo delle montagne si fa più aguzzo; le cime si susseguono all’infinito rincorrendosi tra la foschia; i canyon si fanno sempre più profondi; le venature delle rocce si amplificano; l’acqua scarseggia eppure se ne intuisce la presenza tra le oasi verdissime costellate di palme da dattero, risorsa preziosissima il cui utilizzo spazia dall’alimentazione, alla medicina, contribuendo persino alla fortificazione delle mura delle abitazioni miscelata alla paglia e al fango utilizzati nella costruzione delle case. Osservando i villaggi, i paesi, le fortezze, ci si chiede come sia possibile che restino in piedi , ma gli omaniti, nella loro fierezza ci spiegano che la melassa di dattero, utilizzata come “collante” , impermeabilizza le strutture ed evita che l’acqua le sgretoli.
Gli omaniti sono persone semplici, ma di una cordialità disarmante.
Ci salutano sempre, a piedi e in macchina; ci offrono acqua quando ci incontrano sulle strade; ci danno la precedenza sulle sterrate;
ci incitano lungo le salite. E noi ci stupiamo ogni volta.
Ci chiediamo come facciano ad arrampicarsi su salite dalla pendenza spesso superiore al 20%, strette e sabbiose.
Incontriamo per lo più uomini.
Durante la giornata le donne sono rarissime, ogni tanto al volante, ma alle prime luci del giorno le si vede ammassare il pane, rincorrere le caprette, raccogliere la legna, accompagnare i bimbi a scuola; ogni tanto la sera le si vede anche uscire in gruppo a passeggio, ma ci si rende conto che nonostante l’Oman sia forse il paese meno integralista dell’area, la vita delle donne non sia affatto facile.
Man mano che passano i giorni ci lasciamo conquistare.
Restiamo ammaliati dai paesaggi immensi che attraversiamo, talvolta lunari.
È un crescendo, fino ad arrivare al Gran Canyon d’Arabia.
Spingiamo a piedi lungo le salite più dure, ma è come se la fatica venisse attenuata dal contesto in cui siamo immersi.
Il gruppo è fantastico.
Coeso.
Alla fine della prima giornata è già come se ci conoscessimo da tempo.
E quando ogni sera ci troviamo ad allestire il campo ognuno collabora come può!
Si montano le tende, si attrezza per la cena, Leo e Andrea cercano di coccolarci il più possibile.
Andrea cucina per tutti; noi “ragazze” apparecchiamo;
Roberto accende il fuoco.
I confort non sono quelli abituali, ma i luoghi in cui dormiamo sono incredibili e man mano che passano i giorni mi rendo conto che questo è proprio il viaggio che volevo!
Sono felice che Sara mi abbia coinvolta in questa esperienza!
Che abbia voluto condividerla con me!
Da sola, un viaggio così, non sarebbe stato possibile.
Ormai è giorno.
Siamo alla fine del viaggio e mi rendo conto che un nuovo strato di sabbia, invisibile e indelebile, si è depositato sulla mia pelle.
Tornata dal Marocco pensavo che un‘esperienza così intensa sarebbe stata difficile da replicare, ma adesso capisco che non è così.
Ogni viaggio è scoperta, arricchimento, conoscenza, crescita, condivisione.
Ancora una volta torno a casa con la consapevolezza di aver imparato qualcosa di nuovo anche su di me.
Leo, Andrea, Petra, Roberto, Cristiano, Alberto , Francesco grazie!
In questo viaggio sono stata Simona, Silvia, Stefania, Samanta, Susy, Campanellino, Trilli, gemella diversa, entusiasta positiva e persino trattore. Mi avete fatto girare le gambe all’impazzata! Mi avete trasmesso un sacco di energia e di questo vi ringrazio!
È stato bellissimo incontrarvi e pedalare con voi!
Sara, gemella diversa, grazie davvero!
Ci vediamo presto!
Ovviamente in bici
Life in Travel - Avventure in bicicletta
Sara Ischia