23/02/2026
🚴♂️💔 𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗶𝗻 𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗰𝗵𝗶 𝘃𝗮 𝗶𝗻 𝗯𝗶𝗰𝗶 𝗱𝗮̀ 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗳𝗮𝘀𝘁𝗶𝗱𝗶𝗼?
In Italia chi sceglie la bicicletta per spostarsi, allenarsi o semplicemente vivere meglio, spesso lo fa con una consapevolezza amara: sulle nostre strade la bici è fragile, esposta, tollerata più che accolta. Ogni croce sul ciglio di una provinciale, ogni mazzo di fiori legato a un guardrail racconta la stessa storia: un ciclista travolto, una vita spezzata, una normalità che continua come se fosse solo un incidente di percorso. Non è fatalità, è il risultato di un modello di mobilità che mette l’auto al centro e tutto il resto ai margini.Basta scorrere i commenti sotto le notizie di un ciclista investito per capire quanto sia profondo il problema: “stavano in mezzo alla strada”, “se la cercano”, “andate sulla ciclabile”, come se pedalare fosse una provocazione, non un diritto. Il ciclista diventa un intruso, un ostacolo, un rallentamento da eliminare in fretta.
Si dimentica che chi pedala è una persona: un padre che torna a casa, una ragazza che va al lavoro, un anziano che si mantiene attivo, un atleta che si allena. Dietro quel casco e quelle ruote sottili c’è sempre una storia, mai solo un “ingombro”.Questo odio strisciante nasce da una cultura che identifica la strada quasi esclusivamente con l’automobile. Siamo abituati a pensare che chi guida “comandi” e che gli altri debbano solo farsi da parte. Così il ciclista viene percepito come qualcuno che ruba spazio, tempo, priorità. A questo si sommano infrastrutture spesso inesistenti o progettate male, leggi non sempre applicate, controlli scarsi e una comunicazione che troppo spesso, anche nei media, tende a colpevolizzare chi pedala invece di interrogarsi sulle responsabilità di chi guida.
Eppure una strada in cui un ciclista è rispettato è una strada più sicura per tutti. Significa limiti di velocità rispettati, sorpassi più lenti e consapevoli, meno aggressività, più attenzione. Significa riconoscere che chi va in bici non è un nemico ma un alleato: meno traffico, meno inquinamento, più salute, più umanità. Forse il primo passo è semplice e radicale allo stesso tempo: la prossima volta che incrociamo un ciclista, proviamo a vederlo non come “uno in mezzo”, ma come potremmo essere noi, o qualcuno che amiamo, su quella stessa bici. Solo così questa strage silenziosa smetterà di sembrarci normale.