06/05/2026
Non c’è bisogno di vincere scudetti e coppe a ripetizione, esibire macchinoni e fanciulle stupende per entrare nell’immaginario di un giovane tifoso e restarci per sempre.
Non c’è bisogno se regali alla gente qualcosa di speciale, qualcosa che nessun altro è in grado di offrire: le emozioni che nascono dal tuo talento.
Beccalossi era riuscito in questo piccolo grande capolavoro umano e sportivo.
Non era perfetto, era il primo a saperlo, era imperfetto come tutti noi.
Le sue Marlboro, la voglia di vivere la notte, il poco amore per certe regole e per la fatica degli allenamenti
Era uno di noi perché era proprio come noi, solo che lui aveva quella maglia nerazzurra col 10 sulla schiena.
Il 10 del genio, quello che mentre hai il pallone tra i piedi ti fa vedere spazi e corridoi che gli altri non vedono e te li fa vedere un secondo prima degli altri.
Quello che bastava una finta per mettere a sedere sul prato il tuo avversario.
Quello che non calciava il pallone, lo riempiva di coccole, era il pallone che giocava con lui.
Puoi anche correre poco quando sai far correre il pallone così, è lui che corre anche per te.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo.
Un saluto a San Siro, gli ricordai quel pomeriggio sotto il diluvio, io fradicio come un pulcino felice, lui a dominare il derby con quei due piattoni che fecero tornare il sole, almeno per gli interisti.
“Bei tempi” mi disse.
Vero Evaristo, che bei tempi ci hai fatto vivere, non ti ringrazieremo mai abbastanza.