25/05/2026
Leggo con preoccupazione le parole del direttore generale della Fiorentina, Alessandro Ferrari, che giustamente denuncia il grande investimento fatto dal club viola e l'esiguo ritorno ricevuto.
In Italia era obbligatorio per le squadre maschili avere il settore femminile e su questo si era prodigato l'allora direttore generale Michele Uva. Purtroppo il presidente Gravina e le altre componenti, AIC e AIAC, non hanno proseguito su questa strada né hanno presentato alcun progetto sul professionismo del calcio femminile.
Oggi molte giocatrici stanno andando a giocare all'estero, segno che il livello è cresciuto, ma non quello del campionato italiano.
Il calcio femminile non si difende solo a parole, si difende con le scelte, con gli investimenti, con la presenza nei luoghi dove si costruisce il futuro di questo movimento.
Quello che sta accadendo rischia di impoverire il calcio femminile, proprio nel momento in cui servirebbe più coraggio, più visione e più condivisione internazionale.
È un peccato che a molti eventi internazionali dedicati al calcio delle donne si vedano raramente presenze da parte di dirigenti dei nostri club femminili.
È proprio in queste occasioni che si vedono e si incontrano rappresentanti di quei Paesi che hanno costruito modelli vincenti, si condividono esperienze, strategie, idee, formazione e visione culturale.
Il calcio femminile oggi cresce dove esistono reti, scambi, confronti continui e una cultura sportiva che investe davvero sulle donne.
Non si può pensare di recuperare terreno restando ai margini di questi momenti.
L’Italia ha talento, passione e storia. Serve però una presenza più internazionale e ambiziosa.
Perché il rischio non è solo perdere competitività. Il rischio è perdere un’occasione storica di crescita culturale, sociale e sportiva.
Il calcio femminile non ha bisogno di essere tollerato. Ha bisogno di essere considerato una priorità.