26/01/2026
𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐏𝐄𝐑 𝐌𝐄 𝐄' 𝐋𝐎 𝐒𝐇𝐎𝐓𝐎𝐊𝐀𝐍 𝐓𝐑𝐀𝐃𝐈𝐙𝐈𝐎𝐍𝐀𝐋𝐄, 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐦𝐢𝐧𝐞 𝐃𝐞 𝐑𝐢𝐭𝐚
Per me lo Shotokan Tradizionale non è comfort, al contrario di quello che molti pensano, fare Shotokan Tradizionale non é semplice, é un karate difficile, duro, schematico é un karate che non nasce per essere comodo, ma per formare il corpo, la mente e lo spirito, metterlo sotto stress con movimenti che non sono naturali per il corpo, ma che ti lasciano la totale padronanza di esso quando li assimili.
Kihon e kata, per come li intendo io, non si “reinventano”, si rispettano, il gesto è quello, la struttura è quella e le tecniche sono quelle. Sono state codificate e costruite in un certo modo e, a mio parere, devono essere eseguite in quel modo, ma non perché “si è sempre fatto così”, ma perché quelle forme sono un linguaggio tecnico preciso, un sistema di vettori, allineamenti, tempi, distanza e uso del corpo.
Senza questa base, tutto diventa vago, caotico, senza forma, certo, esteticamente libero, ma povero, un lavoro che diventa più personale ma al tempo stesso fragile, un movimento diverso che può andare bene a un praticante che lo ha personalizzato può non andare bene per un altro praticante, per questo, secondo me, la base dovrebbe essere comune per tutti i praticanti di uno stile, e poi, lo Shotokan Tradizionale, quando lo vivi davvero, non ti chiude, anzi, ti apre, ti apre il mondo del bunkai e del kumite, ed é lì che per me inizia la vera libertà della forma, non nel reinventare il modo di eseguire una determinata tecnica ma nel modo di applicarla.
Nel bunkai e nel kumite una tecnica smette di essere “una parata” o “un attacco” e diventa una funzione, utile in quel momento, puoi riadattare tutto in base alla situazione, e quindi un gedan barai può colpire, un soto uke può essere usato come ingresso prima di un altra tecnica, uno yama tsuki può difendere da un attacco e anche un age uke, se scomposto, può diventare un colpo micidiale, eppure di “base” é classificata come una parata.
Ed è qui che lo Shotokan Tradizionale non è più un elenco di tecniche ma diventa un campo enorme di possibilità, perché la libertà non sta nel cambiare le tecniche, sta nel saperle usare.
Per questo voglio allievi inquadrati nel kata e nel kihon, ma liberi nell’applicazione, voglio che parlino tutti la stessa lingua, ma che imparino a costruire le proprie frasi, non necessariamente con la mia visione del bunkai o con le mie applicazioni, ma che crescano, ed elaborino, anche da soli, una fantasia e una creatività nell’usare in modo diverso le tecniche del Karate Shotokan Tradizionale.
É questo che secondo me coglie nel profondo uno dei precetti del Maestro Funakoshi:
“SII SEMPRE CREATIVO”
ma nell applicazione, nello scomporla, nel viverla appieno, nel comprenderla così a fondo da poterla seriamente utilizzare in qualsiasi contesto e condizione.
Il mio modo di insegnare parte da qui, io non voglio allievi che copiano, ma voglio allievi che capiscano a fondo quello che stanno facendo, non solo esecutori ma praticanti capaci di leggere una situazione e trovare la soluzione più adatta anche se esce dagli schemi cioè la parata solo in parata e così via.
Questa, per me, è Tradizione, non ripetere a pappagallo senza capirne l’essenza, ma portare dentro di se qualcosa di abbastanza forte e consolidato da poterlo usare, rompere e far evolvere senza perderne l’Anima.
-Nella foto il Maestro Ludovico Ciccarelli e Valentino Prioletta