14/10/2026
Un applauso al NUMERO 1 di SEMPRE!
Giacomo Agostini, il patto con il padre che poteva fermare tutto: «Se non vinci, vieni a lavorare con me»
La firma che non arrivava
Giacomo Agostini aveva diciotto anni e una motocicletta pronta per correre, ma gli mancava ciò che allora contava più del talento: la firma di suo padre. Aurelio Agostini, industriale di Lovere, non voleva autorizzare il figlio minorenne a rischiare la vita nelle gare. Giacomo insistette finché tra i due nacque un patto: una stagione per dimostrare quanto valeva. Se non fossero arrivati risultati, avrebbe lasciato le corse e sarebbe entrato nell’azienda di famiglia.
Decenni dopo, con quindici titoli mondiali e 122 vittorie nei Gran Premi, è facile immaginare che la strada di Agostini fosse già tracciata. Non lo era affatto. Prima di diventare “Ago”, dovette convincere l’uomo che più temeva di perderlo.
Una motocicletta nascosta agli occhi di Aurelio
La passione era cominciata molto prima del permesso. Da ragazzo Giacomo viveva tra Lovere e Bergamo e cercava ogni occasione per guidare. Aurelio, però, considerava le motociclette un pericolo, non un mestiere. In casa non c’era entusiasmo per quel progetto: c’era un padre abituato alla concretezza dell’impresa e un figlio che chiedeva di affidare il proprio futuro a gare brevi, rumorose e spesso fatali.
Giacomo comprò una Moto Morini Settebello usata ricorrendo anche al denaro ricevuto dalla madre Maria Vittoria. La moto fu tenuta fuori dalla vista del padre, nel laboratorio di un meccanico. Non era un gesto romantico: significava allenarsi senza poter ancora dire apertamente che cosa stesse preparando. Quando Aurelio lo scoprì, il confronto non poté più essere rimandato.
Nelle rievocazioni di Agostini, quel passaggio conserva anche un dettaglio quasi comico. Il padre, prima di firmare, volle informarsi presso un notaio di famiglia. Il professionista gli disse che, secondo lui, il motociclismo era meno pericoloso della boxe. Aurelio finì per concedere l’autorizzazione, anche se il paragone non offriva alcuna vera garanzia. La firma non era una benedizione incondizionata: era l’inizio della prova stabilita tra loro.
Un anno per non entrare in fabbrica
Il patto aveva una scadenza. Giacomo poteva correre per un anno; se non avesse dimostrato di possedere qualità reali, avrebbe rinunciato e sarebbe andato a lavorare nell’azienda paterna. Per il ragazzo non bastava quindi partecipare. Ogni partenza serviva a difendere la scelta fatta davanti al padre.
Nel 1961 disputò la sua prima gara in salita, la Trento-Bondone, con la Moto Morini. Arrivò secondo nella categoria cadetti. Non era ancora la vittoria necessaria a chiudere la discussione, ma era abbastanza per mostrare che quel figlio ostinato non stava semplicemente giocando. L’anno seguente vinse il campionato italiano juniores della montagna nella classe 175, imponendosi in tutte le prove previste.
Aurelio guardò i risultati cambiare il significato di quella motocicletta nascosta. Il progetto che aveva cercato di fermare cominciava ad avere tempi, classifiche e avversari precisi. Giacomo non dovette entrare in fabbrica. Suo padre, tuttavia, non smise di avere paura: accettò che corresse e iniziò a seguirne il cammino, senza fingere che il rischio fosse scomparso.
Quando il padre andò a trattare con la Moto Morini
Nel 1963 la Moto Morini offrì ad Agostini una possibilità decisiva. La squadra aveva perso Tarquinio Provini, passato alla Benelli, e cercava un giovane capace di guidare la 250. Per arrivare all’accordo non si presentò soltanto Giacomo: Aurelio partecipò direttamente alla trattativa con Alfonso Morini.
Il padre che poco tempo prima esitava a mettere una firma ora discuteva il contratto del figlio con uno dei costruttori più importanti d’Italia. Non aveva smesso di ragionare da imprenditore. Proprio quella prudenza, che Giacomo aveva vissuto come un ostacolo, diventò utile quando le corse si trasformarono in un lavoro vero.
Con la Morini, Agostini vinse il campionato italiano della montagna e quello italiano seniores nella 250. Al Gran Premio delle Nazioni del 1964, a Monza, arrivò quarto nel suo esordio nel Mondiale. La stagione convinse la MV Agusta a chiamarlo accanto a Mike Hailwood. A quel punto il patto domestico era ormai superato dai fatti: il ragazzo che avrebbe dovuto ripiegare sull’azienda di famiglia entrava nella squadra più prestigiosa del motociclismo mondiale.
Il successo, però, portò Aurelio davanti a ciò che aveva previsto fin dall’inizio. In quegli anni i piloti morivano con una frequenza che oggi è difficile accettare. Agostini avrebbe ricordato di avere perso moltissimi amici; correre significava incontrarli nel paddock e, talvolta, non rivederli alla gara successiva. Ogni vittoria che rassicurava il padre sul talento del figlio confermava anche quanto fosse reale il pericolo che aveva tentato di evitargli.
Il campione che imparò anche a fermarsi
Con la MV Agusta arrivarono i titoli mondiali e una superiorità quasi continua. Ma il rapporto con il rischio non rimase quello del ragazzo disposto a tutto pur di ottenere una firma. Nel 1972, dopo la morte dell’amico Gilberto Parlotti al Tourist Trophy dell’Isola di Man, Agostini decise che non avrebbe più corso quella gara.
Il Tourist Trophy era una prova centrale del calendario e Ago lo aveva vinto dieci volte. Rinunciarvi poteva attirargli accuse di paura e danneggiare il campionato. Eppure disse basta, sostenendo che il circuito fosse diventato troppo pericoloso per le motociclette moderne. La sua decisione contribuì alla protesta dei grandi piloti; pochi anni dopo il TT p***e la validità mondiale.
Fu una scelta diversa da quella compiuta davanti ad Aurelio, ma riguardava la stessa domanda: fin dove si può spingere una passione quando il prezzo può essere la vita? Il giovane Agostini aveva chiesto al padre di lasciargli correre. Il campione affermato seppe invece sottrarsi a una corsa che non riteneva più accettabile.
Anche il passaggio dalla MV Agusta alla Yamaha, alla fine del 1973, richiese di rinunciare alla sicurezza conosciuta. Lasciò la casa italiana con cui aveva costruito quasi tutto il suo dominio e accettò la sfida di una moto giapponese a due tempi. Nel 1974 vinse la 200 Miglia di Daytona al debutto sul circuito; nel 1975 conquistò con la Yamaha il titolo mondiale della 500, il primo della classe regina ottenuto da una due tempi. Non tutte le scommesse finirono bene: gli ultimi anni furono più difficili e nel 1977 lasciò le competizioni motociclistiche.
Il significato di quella firma
Aurelio Agostini morì nel 1989. Non vide soltanto il figlio riempire una bacheca: lo vide trasformare una richiesta adolescenziale in una professione, poi sopravvivere abbastanza a lungo da scegliere personalmente quali rischi non accettare più. Giacomo, ricordando gli inizi, non ha cancellato l’opposizione paterna né l’ha trasformata in una favola. Suo padre disse di no, pose una condizione e volle risultati.
Per questo la scena della firma acquista un significato diverso. Aurelio non sapeva che davanti a lui ci fosse il futuro vincitore di quindici Mondiali. Vedeva un figlio minorenne deciso a praticare uno sport che gli aveva già mostrato le sue conseguenze. Gli concesse un anno, non un destino.
Giacomo rispose guidando, arrivando secondo alla prima salita e vincendo tutte le prove del campionato successivo. Molto tempo dopo, quando fu lui a dire no al Tourist Trophy, sembrò finalmente completare quel vecchio accordo: il coraggio non consisteva soltanto nel partire. A volte consisteva anche nel riconoscere il punto oltre il quale non era più necessario dimostrare nulla.